Il Debito Estero del Vecchio Mondo


Una tesi di diritto internazionale per determinare il debito che il vecchio mondo ha con il nuovo mondo

[Di Luis Britto García, scrittore venezuelano. Pubblicato l’11 ottobre 2012 su descubriramerica.wordpress.com con il titolo Una tesis de Derecho Internacional para determinar la deuda externa del viejo mundo. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Io, erede spirituale di Guaicaipuro Guatemoc, discendente di quelli che popolarono l’America quarantamila anni fa, sono venuto a trovare quelli che hanno trovato noi appena cinquecento anni fa. Così ci ritroviamo tutti qui. Sappiamo chi siamo e questo basta. Ognuno per la sua strada.

Il fratello doganiere europeo mi chiede la carta scritta con il visto se voglio andare a scoprire quelli che mi hanno scoperto. Il fratello usuraio europeo mi chiede di pagare il debito contratto da Giuda, al quale non ho mai autorizzato la mia vendita. Il fratello leguleio europeo mi spiega che tutto questo debito si paga con l’interesse anche se si stanno vendendo esseri umani e paesi interi senza il loro permesso.

Io lo scopro solo ora. Anche io posso reclamare pagamenti, e perfino interessi. È scritto nell’Archivio delle Indie, carta dopo carta, ricevuta dopo ricevuta e firma dopo firma, che solamente negli anni 1503 e 1660 arrivarono a San Lucas Barrameda 185 mila chili d’oro e 16 milioni di chili d’argento provenienti dall’America.

Saccheggio? Lungi da me l’idea! Sarebbe come dire che i fratelli cristiani non rispettarono il loro Settimo Comandamento.

Ruberia? Che Tanatzin mi guardi bene dall’immaginare che gli europei, come Caino, uccidano per poi negare il sangue del loro fratello!

Genocidio? Questo significherebbe dare credito a calunniatori come Bartolomé de las Casas, che definisce la scoperta la distruzione delle Indie, o a personaggi oltraggiosi come Arturo Uslar Pietri, secondo il quale l’ascesa del capitalismo e dell’attuale civiltà europea si devono all’ondata di metalli preziosi!

No! Questi 185 mila chili d’oro e 16 milioni di chili d’argento devono essere considerati il primo di tanti altri prestiti amichevoli fatti dall’America e destinati allo sviluppo dell’Europa.

Altrimenti bisognerebbe presumere l’esistenza di crimini di guerra, cosa che darebbe diritto non solo ad una richiesta di risarcimento immediato, ma anche all’indennizzo per danni.

Io preferisco pensare alla meno offensiva tra queste ipotesi. Un’esportazione di capitali di queste dimensioni non fu altro che l’inizio di un piano “MarshallTezuma” per garantire la ricostruzione della barbara Europa, rovinata dalle sue deplorevoli guerre contro i musulmani inventori dell’algebra, la poligamia, il bagno quotidiano e altre conquiste della civiltà.

Per questo, mentre celebriamo il Quinto Centenario del Prestito, possiamo chiederci: I fratelli europei hanno fatto un uso razionale, responsabile o almeno produttivo dei fondi tanto generosamente anticipati dal Fondo Amerindio Internazionale?

Ci spiace dire che non è così. Dal lato strategico, lo dilapidarono nella battaglia di Lepanto, in armate invincibili, nella prima e nella seconda guerra mondiale e in altre forme di mutuo sterminio, senza altro esito che finire occupati dalle truppe Nato, come in Afganistan o in Iraq. Dal lato finanziario, non sono riusciti, dopo una moratoria di 500 anni, né a cancellare capitale e interessi, né a rendersi indipendenti dalle rendite liquide, le materie prime e l’energia a basso costo che tutto il Terzo Mondo esporta e fornisce loro.

Questo quadro deplorevole conferma le parole di Milton Friedman, secondo il quale un’economia basata sui sussidi non può mai funzionare, e per questo siamo costretti a chiedere, per il loro bene, la restituzione del capitale con gli interessi, che tanto generosamente abbiamo evitato di chiedere in tutti questi secoli. Detto questo, sia chiaro che non ci abbasseremo a chiedere ai nostri fratelli europei quegli infami tassi di interesse del venti e anche del trenta percento, che gli stessi fratelli europei chiedono ai popoli del Terzo Mondo.

Ci limiteremo a esigere la restituzione dei metalli preziosi dati come anticipo, più il modico interesse del dieci percento fisso, calcolato soltanto per gli ultimi trecento anni, con duecento anni di condono. Su questa base, e applicando la formula europea dell’interesse composto, informiamo i signori scopritori che ci devono, come primo pagamento del debito, una massa di 185 mila chili d’oro e di 16 milioni d’argento, entrambe le cifre elevate 300. Ovvero, una cifra che, se scritta, si estenderebbe per oltre 300 numeri, e che tradotta in peso supera ampiamente tutto il pianeta Terra. L’oro e l’argento pesano. Quanto verrebbe calcolato in sangue? Sostenere che l’Europa, in mezzo millennio, non è riuscita a generare ricchezze sufficienti a cancellare questo modico interesse, sarebbe come ammettere il suo assoluto fallimento finanziario e/o l’irrazionalità demenziale dei presupposti del capitalismo.

Tali questioni metafisiche, ovviamente, preoccupano noi indios americani. Dunque esigiamo che si firmi una Dichiarazione di Intenti che chiami alla disciplina i debitori del Vecchio Continente, e che li obblighi ad un compromesso mediante l’immediata privatizzazione o la riconversione dell’Europa, così da poterla consegnare a noi tutta intera come prima rata del debito storico…

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