La Dottrina della Pace Democratica


[Di Hans Hermann Hoppe. Originale pubblicato su lewrockwell.com il 3 giugno 2013 con il titolo The Doctrine of Democratic Peace. Estratto da: The Paradox of Imperialism. Traduzione di Enrico Sanna.]

Imperialismo americano

Ho già spiegato come l’istituzione di uno stato porti alla guerra, perché, in maniera apparentemente paradossale, gli stati liberali tendano internamente a diventare potenze imperialiste, e come lo spirito democratico contribuisca all’imbarbarimento della guerra.

Più specificamente, ho spiegato l’ascesa degli Stati Uniti al rango di prima potenza imperiale; ho poi illustrato la trasformazione degli Stati Uniti avvenuta a partire dalla guerra d’Indipendenza del Sud, quando da repubblica aristocratica divennero una democrazia di massa dai poteri illimitati, ricoprendo poi il ruolo di guerrafondaio sempre più arrogante, bigotto e zelante.

Stato e democrazia, ma soprattutto gli Stati Uniti, modello democratico mondiale, sembrano dunque un intralcio alla pace e alla civiltà. Ironicamente, o sorprendentemente, però, sono proprio gli Stati Uniti a dire di rappresentare la via alla pace.

La ragione sta nella dottrina della pace democratica, che data fin dai tempi di Woodrow Wilson e la prima guerra mondiale. Questa dottrina è stata recentemente riportata in vita da George W. Bush e i suoi consiglieri neoconservatori, e ora è entrata a far parte del folklore intellettuale anche delle cerchie liberal democratiche. Questo è ciò che sostanzialmente sostengono:

  • Le democrazie non si fanno la guerra tra loro.
  • Dunque, se vogliamo creare una pace duratura, tutto il mondo deve diventare democratico.

Un corollario largamente ignorato è:

  • Oggi molti stati non sono democratici e si oppongono a riforme interne… e democratiche.
  • Dunque, occorre convertire questi stati alla democrazia con la guerra, e creare così una pace durevole.

Io non ho la pazienza di affrontare una critica piena di questa teoria. Offrirò soltanto una breve critica della sua premessa iniziale e delle conclusioni ultime.

Primo: Le democrazie non si fanno la guerra tra loro? Visto che le democrazie erano praticamente inesistenti prima del ventesimo secolo, immagino che la risposta debba essere cercata negli ultimi cento anni, più o meno. Le prove maggiori a favore di questa tesi consistono nell’osservazione che i paesi dell’Europa occidentale non si sono fatti la guerra tra loro dopo la seconda guerra mondiale. Similmente, nell’area del Pacifico, Giappone e Sud Corea non si sono fatti la guerra nello stesso periodo. Basta a dimostrare la tesi? I teorici della pace democratica pensano di sì. Come “scienziati” sono interessati alle evidenze “statistiche”, e dal loro punto di vista ci sono molti “casi” che costituiscono una prova: la Germania non ha fatto la guerra contro la Francia, l’Italia, l’Inghilterra, eccetera; la Francia non ha fatto la guerra contro la Spagna, l’Italia, il Belgio, eccetera. E poi ci sono reciprocità: la Germania non ha attaccato la Francia, né la Francia ha attaccato la Germania, eccetera. Apparentemente, ci sono decine di conferme alla tesi, e durano da sessant’anni, e nessun esempio contrario. Ma è vero che ci sono così tante conferme?

La risposta è no: in realtà non abbiamo che un singolo caso a disposizione. Con la fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le (oggi democratiche) nazioni dell’Europa occidentale (più le democrazie giapponese e sudcoreana nell’area del Pacifico) sono diventate parte dell’impero americano, come testimonia la presenza di truppe americane praticamente in tutti questi paesi. Il periodo di pace seguente l’ultima guerra, dunque, “dimostra” non che le democrazie non si fanno la guerra tra loro, ma che una potenza imperialista egemone come gli Stati Uniti non ha permesso alle sue varie componenti coloniali di farsi la guerra (e, ovviamente, che le stessa potenza egemonica non ha sentito il bisogno di fare la guerra contro i suoi satelliti, perché obbedienti e privi di una ragione per disobbedire al padrone).

Se poi questa è la percezione delle cose (basata sulla comprensione della storia piuttosto che sulla convinzione che, avendo due cose due nomi diversi, anche il loro comportamento deve essere diverso) è chiaro che le prove addotte non hanno niente in comune con la democrazia e tutto in comune con un disegno egemonico. Tanto per fare un esempio, tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ottanta, durante il regno egemonico dell’Unione Sovietica, non ci sono state guerre tra la Germania Est, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Romania, la Bulgaria, la Lituania, l’Estonia, l’Ungheria, eccetera. Merito dei dittatori e delle dittature comuniste che non facevano la guerra tra loro? Così dovrebbero concludere gli “scienziati” del calibro dei teorici della pace democratica! Ma è una conclusione indubbiamente sbagliata. Non ci sono state guerre perché l’Unione Sovietica non le ha permesse; così come non ci sono state guerre tra le democrazie occidentali perché gli Stati Uniti non hanno permesso che questo accadesse nel loro dominio. Certo, l’Unione Sovietica intervenne in Ungheria e in Cecoslovacchia, ma lo stesso fecero gli Stati Uniti, in diverse occasioni, in America centrale, come in Guatemala. E, detto incidentalmente, perché non parlare delle guerre tra Israele, la Palestina e il Libano? Non sono tutte democrazie? O i paesi arabi non sono democratici per definizione?

Secondo: Che dire della democrazia come scelta appropriata, non solo per la pace, ma per tutto? Qui l’argomento dei teorici della pace democratica fa ancora più acqua. Di più, l’assenza di comprensione della storia dimostrata da loro è davvero spaventosa. Ecco alcuni errori fondamentali:

Primo, questa teoria implica una fusione concettuale tra democrazia e libertà che, soprattutto quando viene da autoproclamati libertari, non può non apparire scandalosa. Le fondamenta, la pietra angolare della libertà è nell’istituto della proprietà privata; e la proprietà privata, esclusiva, è logicamente incompatibile con la democrazia, che è il governo della maggioranza. La democrazia non ha niente in comune con la libertà. La democrazia è una variante leggera del comunismo, e raramente nel corso della storia è stata considerata altrimenti. Tra parentesi, prima dell’avvento dell’età democratica, ovvero fino agli inizi del ventesimo secolo, la spesa dei governi (a tutti i livelli) nei paesi dell’Europa occidentale era compresa tra il 7% e il 15% del prodotto nazionale, e negli Stati Uniti ancora meno. Meno di cento anni di governo compiuto della maggioranza hanno portato questa spesa al 50% in Europa e 40% negli Stati Uniti.

Secondo, la teoria della pace democratica fa distinzione essenzialmente solo tra democrazie e non democrazie, queste ultime etichettate sommariamente come dittature. Dunque, non solo scompaiono dalla vista tutti i regimi aristocratico-repubblicani, ma, cosa più importante per gli scopi di questo saggio, anche tutte le monarchie. Queste ultime sono equiparate a dittature come quelle di Lenin, Mussolini, Hitler, Stalin e Mao. In effetti, le monarchie tradizionali hanno poco in comune con le dittature (mentre democrazie e dittature sono legate intimamente tra loro).

Le monarchie sono prodotti semiorganici degli ordini sociali naturali, ovvero astatali, strutturati gerarchicamente. I re sono al vertice di famiglie estese, clan, tribù o nazioni. Hanno a disposizione una grande autorità naturale e volontariamente riconosciuta, ricevuta in eredità e accumulata nel corso di molte generazioni. È nella cornice di questo ordine (e di quello delle repubbliche aristocratiche) che il liberalismo si è sviluppato ed è fiorito inizialmente. Per contrasto, le democrazie hanno prospettive egualitarie e ridistributive; da qui la summenzionata crescita del potere statale nel ventesimo secolo. È caratteristico il fatto che la transizione dall’età monarchica a quella democratica, a cominciare dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, abbia visto il declino continuo dei partiti liberali e un corrispondente rafforzamento di quelli socialisti di ogni genere.

Terzo, da questo deriva l’interpretazione che i teorici della pace democratica danno di conflitti come la prima guerra mondiale, interpretazione che deve essere considerata grottesca, almeno dal punto di vista di chi dice di valutare la libertà. Per loro, questa guerra fu essenzialmente la guerra della democrazia contro la dittatura; e, avendo incrementato il numero delle democrazie, fu progressista, migliorò la pace, e ultimamente giustificò la guerra stessa.

In realtà, le cose sono molto diverse. Certo, la Germania e l’Austria prebelliche non possono essere considerate democratiche come l’Inghilterra, la Francia o gli Stati Uniti di quel tempo. Ma non erano neanche dittature. Erano monarchie, sebbene sempre più impotenti, e come tali, si può dire, altrettanto liberali, se non più liberali, delle loro controparti. Negli Stati Uniti, ad esempio, chi contestava la guerra finiva in prigione, la lingua tedesca era praticamente vietata, e i cittadini di origine tedesca erano perseguitati e spesso costretti a cambiare il proprio nome. Niente di simile accadde in Austria e Germania.

In ogni caso, comunque, il risultato di questa crociata per la democrazia mondiale fu meno liberale di ciò che c’era stato prima (e il trattato di Versailles aprì le porte alla seconda guerra mondiale). Non solo dopo la guerra la crescita dello stato subì un’accelerazione. Ma, in particolare, peggiorò l’atteggiamento verso le minoranze. Nell’appena nata Cecoslovacchia, ad esempio, i tedeschi subirono maltrattamenti sistematici (finché non furono finalmente espulsi a milioni e macellati a decine di migliaia dopo la guerra) da parte della maggioranza ceca. Niente neanche lontanamente paragonabile era mai avvenuto ai cechi durante il precedente regno asburgico. Una situazione simile esisteva nelle relazioni tra tedeschi e slavi meridionali tra l’Austria prebellica e la Jugoslavia postbellica.

E non era un caso. Come sotto la monarchia asburgica in Austria, ad esempio, le minoranze avevano ricevuto un buon trattamento anche sotto gli ottomani. Al contrario, quando l’impero multiculturale ottomano nel corso del diciannovesimo secolo si disintegrò per essere sostituito da una serie di stati nazione semidemocratici, come la Grecia, la Bulgaria e altri, gli ottomani furono espulsi o sterminati. Similmente, dopo il trionfo della democrazia negli Stati Uniti, avvenuta con la conquista della Confederazione Sudista, il governo dell’Unione procedette a sterminare gli indiani della pianure. Come Mises ha riconosciuto, la democrazia non funziona in una società multietnica. Non crea la pace ma promuove i conflitti e tende potenzialmente al genocidio.

Quarto e intimamente collegato al precedente, i teorici della pace democratica sostengono che la democrazia rappresenta un “equilibrio” stabile. Questo pensiero è stato espresso molto chiaramente da Francis Fukuyama, che ha etichettato il nuovo ordine democratico la “fine della storia”. Ci sono prove schiaccianti, però, del fatto che si tratta di un pensiero sbagliato.

Considerata teoricamente, come può la democrazia rappresentare un equilibrio stabile se si può trasformare democraticamente in una dittatura, ovvero in un sistema considerato instabile? Risposta: Non si può!

Empiricamente, poi, le democrazie sono tutt’altro che stabili. Come detto, in una società multiculturale la democrazia porta regolarmente all’oppressione, alla discriminazione, o anche all’espulsione e allo sterminio delle minoranze: certo non un esempio di equilibrio pacifico. E in una società etnicamente omogenea la democrazia porta alla lotta di classe, che porta alla crisi economica, che porta alla dittatura. Pensate ad esempio alla Russia post-zarista, all’Italia dopo la prima guerra mondiale, alla Repubblica di Weimar in Germania, alla Spagna, al Portogallo e, più di recente, Grecia, Turchia, Guatemala, Argentina, Cile e Pakistan.

Non solo questa correlazione tra democrazia e dittatura è problematica per i teorici della pace democratica, ma, peggio ancora, questi teorici hanno a che fare con il fatto che la dittatura emergente da una democrazia in crisi non è affatto peggio, da un punto di vista liberale o libertario, di quella che sarebbe risultata altrimenti. Si potrebbero citare casi in cui la dittatura ha rappresentato un miglioramento. Pensate all’Italia di Mussolini o alla Spagna di Franco. E poi, come conciliare l’avallo entusiasta della democrazia con il fatto che i dittatori, a differenza dei monarchi che devono il loro rango ad una nascita fortuita, godono spesso del consenso delle masse e dunque sono in questo senso altamente democratiche? Pensate a Lenin o Stalin, che erano certamente più democratici dello Zar Nicola II; o Hitler, che sicuramente era più democratico e più “uomo del popolo” del Kaiser Guglielmo II o del Kaiser Francesco Giuseppe.

Secondo i teorici della pace democratica, allora, dovremmo fare la guerra contro le dittature estere, che siano monarchie o demagogie, per instaurare al loro posto democrazie, che poi si trasformano in (moderne) dittature, finché alla fine, suppongo, gli stessi Stati Uniti non diventeranno essi stessi una dittatura in conseguenza della crescita interna del potere dello stato, crescita causata dalle infinite “emergenze” generate dalle guerre esterne.

Tanto meglio allora, direi, seguire il consiglio di Erik von Kuenhelt-Leddihn che, invece di mettere il mondo al riparo con la democrazia, suggerisce di mettere il mondo al riparo dalla democrazia. Ovunque, ma soprattutto negli Stati Uniti.

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