Guerra e Responsabilità in Medio Oriente (II)


[Di Murray N. Rothbard. Originale pubblicato su Left and Right estate-autunno 1967 con il titolo War Guilt in the Middle East. Traduzione di Enrico Sanna.]

Guerra dei sei giorni

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Quando arrivò la firma dell’armistizio permanente, il 24 febbraio 1949, 600.000 ebrei avevano già creato uno stato che in origine ospitava 850.000 arabi (su una popolazione totale di 1,2 milioni di arabi palestinesi). Di questi, 750.000 erano stati cacciati via dalle loro terre e dalle loro case, mentre quelli che restavano furono soggetti ad un duro governo militare che, due decenni più tardi, è ancora in forza. Case, terre e conti bancari degli arabi in fuga furono subito confiscati da Israele per essere consegnati nelle mani di immigranti ebrei. Israele sostiene da tanto tempo che 750.000 arabi non furono cacciati via ma spinti a scappare dal panico indotto dai loro leader arabi, ma il punto più importante è che tutti riconoscono che Israele impedisce a questi rifugiati di tornare e reclamare quello che è stato preso loro. Giorno dopo giorno, da due decenni, questi sfortunati rifugiati, il cui numero è cresciuto a un milione e 300 mila, continuano a vivere nell’indigenza completa in campi per rifugiati appena al di là del confine israeliano, tenuti in condizioni di pura sopravvivenza dagli aiuti dell’Onu e di CARE, e vivono in attesa del giorno in cui torneranno a quelle che di diritto sono le loro case.

In quelle aree della Palestina originariamente assegnate agli arabi non c’è più traccia di governi arabo palestinesi. Il leader riconosciuto degli arabi palestinesi, il Gran Muftì Haj Amin el-Husseini, è stato sommariamente deposto da quel vecchio fantoccio britannico che è re Abdullah di Giordania, che ha confiscato le regioni arabe della Palestina centro-orientale assieme alla vecchia città di Gerusalemme. La legione araba di re Abdullah, detto per inciso, è stata armata, equipaggiata e perfino capeggiata da colonialisti britannici come Glubb Pasha.

Sulla questione dei rifugiati arabi, Israele sostiene che i contribuenti (che significa soprattutto contribuenti americani) debbano mettere le mani in tasca e pagare di tasca propria un vasto piano che prevede il trasferimento dei rifugiati palestinesi da qualche altra parte nel Medio Oriente, il che significa da qualche parte che non sia Israele. Ma i rifugiati, comprensibilmente, non vogliono essere trasferiti; vogliono tornare a casa loro e a ciò che appartiene a loro, punto e basta.

L’armistizio del 1949 avrebbe dovuto svolgersi sotto la supervisione di una serie di commissioni miste composta da israeliani e arabi dei paesi confinanti. Quasi immediatamente Israele sciolse queste commissioni e iniziò a conquistare sempre più territori arabi. Fu così che l’area ufficialmente smilitarizzata di El Auja fu sommariamente conquistata da Israele.

Poiché il Medio Oriente era tecnicamente in uno stato di guerra (c’era stato un armistizio ma nessun trattato di pace), a partire dal 1949 l’Egitto prese a controllare lo Stretto di Tiran, che costituisce l’ingresso del Golfo di Aqaba, bloccando il traffico commerciale con Israele. Per capire l’importanza del blocco del Golfo di Aqaba nel 1967, è importante ricordare che nessuno si lamentò dell’azione egiziana: nessuno disse che l’Egitto violava le leggi internazionali impedendo il traffico in questa “pacifica via d’acqua internazionale”. Secondo le leggi internazionali, perché una via d’acqua sia aperta a tutti i paesi occorrono due condizioni: (a) il consenso delle potenze che si affacciano sul mare, e (b) le nazioni che si affacciano sul tratto di mare non devono essere in guerra. Nessuna di queste condizioni veniva rispettata nel caso del Golfo di Aqaba: l’Egitto non aveva mai rispettato l’accordo e Israele era in guerra con l’Egitto fin dal 1949, e per queste ragioni l’Egitto bloccò il traffico israeliano che passava dal golfo a partire da quell’anno.

La lunga storia delle continue aggressioni israeliane era appena cominciata. Sette anni più tardi, nel 1956, Israele, unendo le sue forze a quelle degli eserciti imperialisti di Francia e Gran Bretagna, invase l’Egitto. Oh, con quanto orgoglio Israele imitò coscientemente le tattiche naziste della guerra lampo e degli attacchi furtivi! Oh, che ironia nel fatto che quella stessa classe dirigenziale americana, che per anni aveva denunciato le guerre lampo e gli attacchi furtivi nazisti, ora si ritrovava ad ammirare quelle stesse tattiche impiegate da Israele! Solo che in questo caso gli Stati Uniti, abbandonando momentaneamente la sua intensa e continua devozione per la causa israeliana, si unirono alla Russia per costringere gli aggressori uniti ad andare via dal suolo egiziano. Ma Israele non era d’accordo, non voleva ritirare le truppe dalla penisola del Sinai almeno finché l’Egitto non fosse stato d’accordo sull’invio di speciali forze di emergenza dell’Onu ad amministrare la fortezza di Sharm el Sheikh, che controllava gli Stretti di Tiran. Com’era sua caratteristica, Israele, con atteggiamento sdegnato, negò all’Unef il permesso di pattugliare la sua parte del confine. Solo l’Egitto diede l’accesso alle forze Onu, e fu per questa ragione che, a partire dal 1956, il Golfo di Aqaba fu aperto al traffico navale israeliano.

Alle origini della crisi del 1967 è il fatto che, da qualche anno, i rifugiati arabo-palestinesi avevano cominciato a mettere su movimenti di guerriglieri, che poi passavano il confine israeliano e portavano la lotta in quella regione che un tempo era stata la loro casa. Dall’anno scorso la Siria è sotto il controllo del governo più militante e anti-imperialista che il Medio Oriente abbia mai visto da molti anni. L’incoraggiamento siriano alle forze guerrigliere palestinesi ha portato gli iperattivi leader israeliani a minacciare la Siria con una guerra che arrivi alla conquista di Damasco, minaccia punteggiata da severi attacchi di rappresaglia contro villaggi siriani e giordani. A questo punto il primo ministro egiziano Gamal Abdel Nasser, che da anni faceva lo spaccone anti-Israele ma che per il momento si dedicava a misure demagogiche e stataliste che stavano distruggendo l’economia egiziana, fu spronato dai siriani a fare qualcosa di concreto per aiutare: in particolare per far cessare il controllo dell’Unef, e dunque il traffico marittimo israeliano, nel golfo di Aqaba. Da qui la richiesta di Nasser all’Unef di andarsene. La protesta formale rivolta da Israele a U Thant per la sua immediata condiscendenza fu una cosa grottesca quando si considera che le forze Onu erano lì solo su richiesta egiziana, e che Israele aveva sempre negato l’accesso dell’Onu al suo lato del confine. È stato a questo punto, con la chiusura degli Stretti di Tiran, che Israele ha cominciato a porre le basi per la prossima guerra lampo.

Mentre sosteneva a parole i negoziati di pace, il governo di Israele cedette alle pressioni dei “falchi” nazionali. La nomina del generale noto guerrafondaio Moshe Dayan a ministro della difesa fu il segnale che annunciò il nuovo attacco lampo israeliano di qualche giorno dopo. La rapidità con cui Israele vince le battaglie; la glorificazione delle tattiche e delle strategie israeliane da parte della stampa; l’evidente impreparazione delle forze arabe nonostante sapessero dell’imminenza dell’attacco; dato tutto questo, è chiaro a tutti tranne ai più ingenui che fu Israele a lanciare la guerra del 1967, un fatto che Israele non si cura neanche di negare.

Uno degli aspetti più repellenti della mattanza del 1967 è il modo in cui quasi tutti gli americani, ebrei e non, dimostrano ammirazione convinta per la conquista israeliana. È come se in fondo all’animo degli americani ci fosse un’affezione morbosa che li porta ad identificarsi con l’aggressione e l’assassinio di massa, tanto più quanto più questi atti avvengono in modo rapido e brutale. Nella sfilata di commenti ammirati per la marcia di Israele, quanti sono quelli che hanno pianto i civili arabi innocenti uccisi da Israele con il napalm? Quanto allo sciovinismo ebraico diffuso tra i cosiddetti “anti-guerra” della sinistra, non c’è dimostrazione più ributtante della loro assenza di umanità di quella di Margot Hentoff del giornale liberal Village Voice:

“C’è una guerra che vi piace? E se sì, siete ebrei? Fortunati. Ottimo momento per essere ebrei. Avete mai visto un pacifista ebreo? Ne avete visto uno la settimana scorsa? … E poi questa era una guerra diversa, di vecchio genere di guerra, un genere in cui morire significa donare la propria vita e in cui i morti arabi non contano. È un grande piacere essere nuovamente a favore di una guerra. Ci si sente buoni, puliti, sani a fare il tifo per quelle jeep che schizzano sullo schermo televisivo piene di soldati duri, asciutti, ghignanti, armati, EBREI.

“‘Guardate come vanno! WOW! ZAP! Adesso niente li ferma!’ dice un vecchio pacifista. ‘Questo è un esercito di ebrei!’

“Un altro (il cui maggior contributo al Giudaismo consiste in una serie di articoli in cui disconosce Israele e annuncia la morte meritata del Giudaismo) ha trascorso la settimana nascondendo la sua nazionalità. ‘Come stiamo andando?’ continuava a chiedere. ‘A che punto siamo adesso?’”

Certo, “come ci si sente buoni, puliti e sani” quando “i morti arabi non contano!” Che differenza c’è tra questo genere di atteggiamento e quello dei nazisti che perseguitavano gli ebrei, nazisti che la nostra stampa attacca da più di vent’anni, un giorno sì e l’altro pure?

Quando iniziò la guerra, i leader israeliani dissero di non essere interessati alla conquista di “un solo centimetro” di territorio; combattevano per pura difesa. Ma ora, che Israele siede sulle sue conquiste dopo aver violato ripetutamente i cessate il fuoco dell’Onu, la musica è cambiata completamente. Le sue forze armate occupano ancora la penisola del Sinai; tutta la parte palestinese della valle del Giordano è stata occupata, aggiungendo altri 200.000 sfortunati rifugiati arabi alle centinaia di migliaia di loro compagni di sventura; è stata presa una grossa fetta della Siria; e Israele dichiara con arroganza che la città santa di Gerusalemme non sarà mai più restituita né internazionalizzata: la presa di Gerusalemme è semplicemente “non negoziabile”.

Se Israele ha fatto la parte dell’aggressore in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti in tutto ciò è ancora più ributtante. L’ipocrisia della posizione americana è quasi da non credere; o così sarebbe se non la conoscessimo da decenni. All’inizio della guerra, quando per un attimo sembrava che Israele fosse in pericolo, gli Stati Uniti corsero a dichiarare la propria dedizione alla “integrità territoriale del Medio Oriente”; come se i confini degli anni 1949-67 fossero stati consacrati nelle Sacre Scritture e dovessero essere preservati a tutti i costi. Ma non appena fu chiaro che Israele aveva vinto e conquistato altri territori, l’America corse a diffondere i suoi presunti cari “principi”. Ora non si parla più di “integrità territoriale del Medio Oriente”; ora si parla solo di “realismo” e dell’assurdità di tornare allo status quo dei vecchi confini e del fatto che gli arabi devono farsene una ragione e accettare gli insediamenti in Medio Oriente e così via. Servono altre prove del fatto che gli Stati Uniti hanno sempre dato la loro approvazione e sono sempre stati pronti ad intervenire in soccorso di Israele se necessario? Servono altre prove del fatto che Israele ora è alleato e satellite degli Stati Uniti, i quali in Medio Oriente, così come in molte altre parti del mondo, hanno acquisito quel ruolo che un tempo apparteneva all’imperialismo britannico?

L’unica cosa che gli americani non devono mai neanche pensare è che Israele sia una nazione “perdente” di fronte ai potenti vicini arabi. Israele è una nazione europea dotata di standard tecnologici europei che combatte un nemico primitivo e sottosviluppato; inoltre Israele ha dietro a sé il potere collettivo di innumerevoli americani e europei occidentali che lo alimentano e lo finanziano, oltre al leviatano americano e i suoi numerosi alleati e stati fantoccio. Israele non è un “eroico perdente” per via dell’inferiorità numerica, almeno non più di quanto non lo fosse l’imperialismo britannico quando conquistò paesi più popolosi in India, Africa e Asia.

E così oggi Israele occupa il suo territorio allargato, polverizza quelle case e quei villaggi in cui si nascondono i cecchini, vieta agli arabi il diritto di sciopero, e uccide giovani arabi nel nome della lotta al terrorismo. Ma proprio questa occupazione, proprio questa elefantiasi israeliana, fornisce agli arabi una grossa opportunità di lungo raggio. In primo luogo, come i regimi militanti anti-imperialisti di Siria e Algeria cominciano a capire, gli arabi possono spostare l’enfasi strategica da una disperata guerra convenzionale contro un nemico molto meglio armato ad una guerriglia popolare di massa prolungata nel tempo. Armate con armi leggere, le popolazioni arabe potrebbero condurre un altro “Vietnam”, o un’altra “Algeria”, un’altra guerriglia popolare contro un esercito di occupazione pesantemente armato. Ovviamente, questa minaccia può attuarsi solo nel lungo termine, perché prima gli arabi dovrebbero rovesciare le loro monarchie stagnanti e reazionarie e formare una nazione pan-araba: la divisione del mondo arabo in stati nazione è la conseguenza delle macchinazioni e dei saccheggi condotti dagli imperialismi inglese e francese. Ma nel lungo termine la minaccia è molto realistica.

Dunque Israele nel lungo termine pone un dilemma che prima o poi dovrà essere affrontato. O continuare su questa strada e, dopo anni di conflitti e di ostilità reciproche, finire sopraffatti dalla guerriglia araba. Oppure cambiare drasticamente direzione, liberarsi dei legami con l’imperialismo occidentale, e diventare semplicemente cittadini ebrei in Medio Oriente. Se Israele facesse così, allora giustizia e armonia finalmente regnerebbero in quella regione martoriata. Ci sono forti precedenti che dimostrano la fattibilità della coesistenza. Prima dell’imperialismo occidentale dell’ottocento e del novecento, ebrei e arabi convivevano pacificamente in tutto il Medio Oriente. Non esiste un’ostilità naturale tra arabi ed ebrei. Durante i secoli dell’espansione della civiltà araba in Nord Africa e Spagna, gli ebrei godevano di una posizione di primo, un fatto che contrasta con le lunghe persecuzioni portate avanti dal fanatismo dell’occidente cristiano. Lontano dall’influenza occidentale, e dal suo imperialismo, quell’armonia potrebbe tornare a regnare.

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