Ulster: Alternative alla Paura


[Di Juliana Perciavalle. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 21 giugno 2014 con il titolo Ulster’s Alternatives to Security and Fear Culture. Traduzione di Enrico Sanna.]

Qualche settimana fa sono andata in gita scolastica in Irlanda. Essendo una nazione relativamente ricca in cui tutti parlano l’inglese e hanno radici che si allargano fino agli Stati Uniti e il Regno Unito, con gli stranieri con cui ho parlato ho trovato più somiglianze di base che spiccate differenze.

Una delle differenze che colpiscono di più, però, è l’assenza di una visibile cultura della sicurezza. Una volta ho diviso uno spinello con alcuni ragazzi sul giardino del municipio di Belfast, in una zona ad alto traffico, mentre parlavamo di politica della cannabis. Anche se fumare marijuana è illegale (i semi si trovano facilmente in negozio ma è illegale coltivare la pianta, pertanto la politica del governo irlandese è ancora meno sensata di quella del governo federale americano) questi giovani non sembravano preoccupati dalla possibilità di finire dentro.

Il quartiere di Temple Bar a Dublino era pieno di turisti ubriachi e chiassosi in giro per il fine settimana, ma i servizi di sicurezza dei bar riuscivano a tenerli a bada senza la presenza spiacevole della polizia. Tutte le volte che ho comprato alcolici non mi hanno mai chiesto documenti. I baristi e i negozianti di alcolici non sembrano temere la chiusura per aver servito un poliziotto sotto copertura con documenti falsi. Non mi è neanche capitato di vedere un poliziotto in uniforme a Belfast, Dublino o nelle altre principali città irlandesi che ho visitato. La gente lascia il cane senza il guinzaglio, lascia che i propri figli corrano davanti a loro, e non gli ripugna l’idea di invitare un americano sconosciuto a bere una pinta all’ora di pranzo. Se c’erano telecamere di sicurezza non le ho viste. Tranne all’aeroporto, non sono mai passata attraverso un metal detector.

Questo è particolarmente importante se si considera che Belfast era uno dei luoghi più pericolosi d’Europa ai tempi dei Disordini, la città più bombardata nel Regno Unito fino al 2001, piagata ancora oggi da settarismi che potrebbero diventare violenti in qualunque momento. I “muri della pace” a Belfast ovest sono una grossa barriera di cemento che si allunga minacciosamente tra i quartieri dei lavoratori cattolici e protestanti, con dei passaggi che vengono aperti a certe ore. Praticamente non c’è accordo su una soluzione del settarismo, e anche se la città si modernizza e attrae turisti in misura esponenziale con uno scenario culturalmente ricco, i muri rimangono, ricoperti di graffiti, messaggi propagandistici e scoloriture dovute alle bombe.

Eppure dalla fine dei disordini l’indice della qualità della vita di Belfast è più alto che a New York e altre città a basso tasso di criminalità.

Il passaggio alla dogana con il nord ha richiesto circa cinque minuti; una donna molto cortese mi ha fatto due domande riguardo le ragioni del mio viaggio. La maggior parte dei problemi sono fortemente regionali, ma ho dovuto rispondere a meno domande come straniera a Belfast che come cittadina negli Stati Uniti al mio ritorno. Immagino che il turista medio si lasci impressionare meno da qualche ventenne fatto che si gode la rara giornata di sole che dagli agenti di polizia con armi d’assalto attorno alla Casa Bianca e agli angoli delle strade di New York. Non sono così ingenua da credere che l’Irlanda sia l’utopia delle libertà civili, ma posso dire di essermi trovata più sicura nelle zone più malfamate di Belfast che in una Times Square piena di poliziotti.

Una vecchia in un negozietto di Cork fa notare che gli irlandesi stanno zitti se vedono qualcosa che non li riguarda. La cultura della paura e la mania di persecuzione, l’atteggiamento del tipo “se vedi qualcosa dillo” così diffuso tra gli americani, in Irlanda semplicemente non esiste.

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