Via da Qui, Anzi no


[Di Enrico Sanna]

Unione sarda del 14 settembre 2014.

La foto qua sopra è la prima pagina del quotidiano sardo L’Unione Sarda del quattordici settembre scorso. Da qualche tempo, c’è una certa agitazione contro le basi militari in Sardegna e il quotidiano sta agitando la sua bella fronda. Ehi, guarda come agito! In vita mia ho visto queste agitazioni una dozzina di volte, almeno. Sono infiammazioni periodiche. Hanno questo in comune con i dolori reumatici. Nascono, si agitano, si siedono, si assopiscono. Generalmente, sono una benedizione per chi produce bandiere, t-shirt personalizzate, adesivi e altra roba simile.

A me non piacciono le battaglie che iniziano e finiscono con i gadget. Gasano. Sono come un picnic. Ti diverti, mangi, ti viene l’abbiocco, dormi sul prato. E quando ti svegli le basi militari sono ancora lì. E magari si sono espanse un po’.

Le basi militari, in Sardegna come in tutto il mondo, sono semplicemente l’arroganza in grigio-verde o in blu avio. La longa manus del bullismo di stato. Discendente diretta, neanche tanto mutata nel corso dei millenni, dell’imperialismo assiro. Togli la scimitarra e metti il bazooka. Piccole variazioni per migliorare l’efficienza mattatoria. Una delle prime preoccupazioni del regno d’italia, un secolo e mezzo fa, fu di trovare un’occupazione per i poveri meridionali mandandoli a farsi maciullare nelle guerre del re. “Il re faceva così, che i ragazzi se li pigliava per la leva quando erano atti a buscarsi il pane,” dice Giovanni Verga nel romanzo I Malavoglia.

I terreni utilizzati in Sardegna dallo stato italiano, in virtù della sua natura di vassallo dei feudatari che vivono nel castello di Washington, sono vere e proprie fette di territorio. Lo stato italiano li ha presi in virtù della sua natura di vassallo. È un semplice omaggio ai feudatari, che vivono nel castello di Washington. Do ut des. Lo vassallo Italia si pregia di donar graziosamente le terre sue e delli omini suoi e detti omini suoi e loro anime allo Signore con preghiera che lo accetti. Così dona anche gli esseri che casualmente brulicano sulla sua superficie. Non si sa mai. All’occasione possono servire. Metti che c’è bisogno di carne da polpetta da schierare contro l’infedele mediorientale. E il feudatario America, dal canto suo, rende il favore con la solita generosità: con sacchi di sghei.

Non per noi. Per loro.

Anni fa andai a pesca con alcuni amici. Avevamo una barca a motore. Partimmo da una località chiamata S’enna ’e s’Arca, l’ultimo centimetro di territorio che noi esseri inferiori potevamo calpestare. Andammo verso nord, costeggiando il territorio di Capo Frasca, dove gli esseri superiori esigono la loro giusta (giusta!) corvée sotto forma di poligono di tiro. Impiegammo almeno tre quarti d’ora per arrivare all’estremità nord del poligono con il motore al massimo. Saranno almeno dieci chilometri di costa. Proibita a noi esseri inferiori. Perché siamo inferiori.

Perché casa tua non è mica casa tua.

Pare che l’aeronautica militare israeliana ogni tanto vada lì ad addestrarsi a sparare. Fanno le guerre simulate. Come con il Nintendo. Se devi macellare esseri inferiori a Gaza è bene che prima ti addestri virtualmente con gli esseri inferiori in Sardegna. Pum pum! Aaah! Allahu akbar! Torrenci in su gunnu!

Adesso che sapete tutte queste cose, guardate quest’altra pagina di giornale:

Unione sarda del 14 settembre 2014 pagina 7.

È lo stesso giornale. È anche lo stesso numero. Solo sei pagine più in là. Da una parte, L’Unione Sarda sostiene che le basi militari devono essere ridimensionate. Non dice che devono essere eliminate tutte. Questa è roba estrema. Si dice solo nei blog terroristici come questo e al mercatino rionale tra un paio di calzini cinesi e una spigola d’allevamento. Dice che bisogna tagliarne qualcuna. Una spuntatina. Per favore.

Ma quando si spunta davvero c’è chi s’incacchia. “Se chiude la base sarà fame.”

No, non sarebbe la fame. Molti di quelli che “lavorano” nella base militare Nato potrebbero trovare un lavoro il giorno dopo. O inventarne uno. E rendersi finalmente utili alla collettività, en passant. Potrebbero.

Perché in realtà non possono. Lo stato ha fatto il suo dovere con cura. È stato bene attento ad eliminare ogni possibilità di mettere su un’attività onesta, e finalmente utile, alternativa a quella militare. Se non ti piace fare il disoccupato puoi arruolarti. Ma se non vuoi arruolarti sei libero di fare quello che fai: il disoccupato. Libertà di scelta per tutti.

Se volete capire cosa è l’imperialismo coloniale non andate a cercare i libri che parlano dell’India di sua maestà la regina Vittoria. Buttate via il ciarpame celebrativo e i fardelli di Kipling. Girate l’Italia Meridionale. Prendete una barca e fate il giro della costa di Capo Frasca. Noi non siamo stati fermati. Non abbiamo visto nessun buffone in costume carnevalesco. Ma ci sono.

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