Isis e Ucraina: Diranno Qualunque Cosa


[Di Thomas L. Knapp. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society l’11 settembre 2014 con il titolo Isis and Ukraine: They’ll Say Anything. Traduzione di Enrico Sanna.]

Guerriglieri del gruppo Isis

Quando mi sono sintonizzato sul discorso televisivo del presidente Barack Obama, che parlava dei suoi piani di guerra contro il cosiddetto “Stato Islamico”, mi aspettavo esattamente quello che ho sentito: un vago minestrone di ciance pseudo-patriottiche con sopra una crema di dollaroni per il complesso industriale militare e la ciliegina del cambio di regime in Siria. Quello che non mi aspettavo era una battuta in omaggio ad un’era precedente:

“[S]tiamo per mandare i nostri ragazzi americani a nove o diecimila miglia da casa per fare quello che i giovani asiatici dovrebbero fare da sé.” ~ Presidente americano Lyndon Johnson, 21 ottobre 1964

“[N]oi non possiamo fare per gli iracheni quello che loro dovrebbero fare da sé…” ~ Presidente americano Barack Obama, 10 settembre 2014

Un’inversione curiosa: l’osservazione di Johnson fu fatta alla fine di un’epoca di “consulenze” in Vietnam e prima del massiccio intervento diretto americano. La replica di Obama arriva dopo quasi un quarto di secolo di massicci interventi diretti in Iraq con il proposito di far scorrere la storia al contrario verso un’epoca di “consulenze”. Curioso ma chiaramente non casuale.

Tutti ricordiamo come finì la guerra di Vietnam. Dopo aver perso due guerre di terra in Asia negli ultimi dodici anni, dopo aver dato uno sguardo ai libri di storia a proposito del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ti aspetteresti di vedere che Obama ha capito la lezione. E avresti ragione.

Purtroppo la lezione che ha capito non è quella ovvia: America, fatti gli affari tuoi! Ma è la lezione delle moderne guerre americane secondo cui le guerre non si fanno per “vincerle”. Dopo il 1945, la misura del successo di una guerra non è data dalla vittoria su un dato nemico, ma dalla quantità di dollari gettati nelle fauci dei fornitori della “difesa”; e più ci sono guerre e più durano e meglio è.

Forse è meglio considerare l’occhiolino perverso di Obama a Johnson come un’evocazione di Harry Hopkins, il confidente politico più vicino a Franklin Delano Roosevelt. Nel l938 Hopkins riassunse la storia passata e gli obiettivi futuri di qualunque stato con queste parole: “[S]pendere, spendere e spendere, tassare, tassare e tassare, eleggere, eleggere e eleggere”. La seconda guerra mondiale mise il complesso industriale militare al centro della ragnatela “tassa e spendi”. È lì da allora e ha tutte le intenzioni di rimanerci fino alla fine dei tempi.

A distanza di quasi sessantacinque anni dal primo sparo della guerra di Corea, gli Stati Uniti mantengono ancora una forza di quasi 30.000 soldati lungo il 38º parallelo. Quasi settantacinque anni dopo il VE Day e il VJ Day (giornata della vittoria in Europa e giornata della vittoria sul Giappone, es) gli Stati Uniti ancora mantengono guarnigioni e presenze militari in Europa (quasi 70.000 soldati) e nel Pacifico (80.000).

Perché questi giganteschi spiegamenti perpetui? Per giustificare una spesa di centinaia di miliardi l’anno in armi, equipaggiamenti, navi, aerei, caserme e così via, tutti forniti dagli amici dei nostri politici dell’industria della “difesa”. Uccidere non è l’obiettivo principale, se non per il fatto che le armi si usurano, le munizioni finiscono, eccetera, e bisogna comprare altra roba.

Il Vietnam fu una guerra lunga e lucrosa ma fu anche una roba fatta e finita. Quando finì finì.

L’obiettivo delle successive amministrazioni americane in Medio Oriente sembra un ritorno al modello del Vietnam ma con qualche utile modifica. La mitologia di Isis come sostanziale (o addirittura “esistenziale”, a sentire le parole surriscaldate degli psicopatici di Capitol Hill) minaccia all’America, combinata con il suo attuale status di spauracchio indefinito e amorfo, che non può essere mai “sconfitto”, si presta a giustificare altri ventiquattro anni di guerra.

È qual è l’obiettivo dell’attuale amministrazione in Ucraina? Allungare i settant’anni di carriera della Nato, sul suo modello e su quello della Corea, e impedire che un’inutile “alleanza” militare finisca all’ospizio.

La domanda solita, immutabile, portante, in questioni belliche, è: “Lo stato può permettersi di affrontare questa guerra?” Seguita subito dalla controdomanda: “lo stato può permettersi di NON affrontare questa guerra?”

Ma la vera domanda che dovremmo porci è:

“Possiamo permetterci lo stato e le sue guerre perpetue?”

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2 thoughts on “Isis e Ucraina: Diranno Qualunque Cosa

    • C’è questa abitudine di usare il noi negli articoli, e spesso anche nelle discussioni informali. È una forma socialista. Sottintende un appiattimento della società. Io non la uso mai. Quello che faccio io lo faccio soltanto io. Non ho nessuna voglia di trascinare anche gli altri, tanto meno una nazione (ma esistono le nazioni?). Meglio indicare le persone con nome e cognome.

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