L’Importanza di Saper Innestare un Melo


[Di Enrico Sanna]

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Credo che sia stato Murray Rothbard, una cinquantina di anni fa, a dire che tutti i libertari di allora avrebbero potuto tranquillamente riunirsi in una cabina telefonica. E Ludwig von Mises, che di Rothbard fu il maestro, per tutta la sua vita assistette al declino di ciò per cui aveva lottato e in cui aveva creduto profondamente.

Rothbard ironizzava cinquant’anni fa. Cinquant’anni sono due generazioni. Mises è morto quarant’anni fa. È passato molto tempo da allora.

Oggi il movimento libertario è in crescita in tutto l’occidente. Anche fuori dall’occidente, pare. Anche in Italia. Questo significa che cresce una miriade di movimenti dell’animo, più o meno così e cosà, ad un tempo riffa e raffa, uniti in qualche punto e babelici per il resto. Questo blog ne è un esempio. Ci sono io e basta.

L’America è il paese in cui il libertarismo è cresciuto maggiormente. L’America è anche il paese occidentale che più di ogni altro sta subendo un’involuzione autocratica, e può darsi che questo c’entri e può darsi che no. Mi serve solo per arrivare alla prima domanda:

Quanti sono i libertari?

L’uno per cento della popolazione? Di meno? Di più? Io credo meno. E parlo degli Stati Uniti e dei libertari in senso ampio. Un’armata Brancaleone. Da Daniel Mitchell, che sostiene la necessità di abolire tutte le tasse e sostituirle con una flat tax, a Murray Rothbard, che sostiene la necessità di eliminare il fisco e sostituirlo con la libertà.

Quanti in Italia? E in Francia? Spagna? E fuori dall’occidente? Quanti in Zimbabwe? Quanti in Uruguay?

Continuando di questo passo, e ammettendo che la crescita continui al ritmo attuale, occorreranno secoli perché tutta la popolazione americana diventi libertaria. O, se non tutta la popolazione, almeno il cinquanta per cento più uno. O anche soltanto il trentatré per cento se tutti gli altri sono così frammentati che non possono fare fronte unico.

E quanto tempo occorrerà perché tutta la popolazione italiana, o francese, o belga, diventerà libertaria? O il cinquanta per cento più uno, eccetera eccetera? Nessuno può dire quanto tempo occorrerà. Probabilmente non vedremo mai il giorno in cui ognuno dirà: “Sono un libertario”. Magari nell’aldilà. Non so.

Ora, non importa quanto internet renda facile la diffusione del pensiero austriaco. Non importa se mises.org mette migliaia di libri a disposizione di chiunque da scaricare e leggere gratis. Non importa. La maggior parte delle persone non sarà interessata. Non proverà mai neanche a leggere un articolo. Questo non ha a che fare con la difficoltà di capire, ma con la voglia di interessarsi. Ci saranno sempre persone che diranno “Interessante, ma non ho tempo.” Per questo ho preparato una seconda domanda:

È necessario che tutti diventino libertari?

Questa domanda appartiene alla stessa categoria di domande come: È necessario alla salute di ognuno che ognuno conosca la laparoscopia? Oppure: Se vuoi usare il computer devi scrivere un programma in linguaggio C? O ancora: È di vitale importanza all’alimentazione che ogni essere umano, o una sua maggioranza qualificata, sappia innestare un melo?

Rispondete per conto vostro.

Io non credo che una società libertaria abbia bisogno di tanti libertari. Non è necessario sapere cos’è la preferenza temporale, o l’utile marginale, o la teoria austriaca del ciclo economico. Che ci sia qualcuno che lo sa è rassicurante, ma non indispensabile. In un’intervista di qualche tempo fa, Ron Paul disse che puntava a convincere il due, tre, forse cinque per cento della popolazione.

Io credo che basti meno del cinque per cento. Di più è inutile. La maggior parte degli individui non elabora una sua teoria della realtà. Ognuno ha una teoria della realtà, ma pochi ne elaborano una propria. Anche io, per dire, fino a qualche anno fa non sapevo niente. È un bene che la scuola austriaca non abbia aspettato le mie elaborazioni.

Credo che esista una sorta di principio di Pareto che si applica alle teorie della realtà. Il principio è detto anche 80-20. In alcuni casi, può essere ricorsivo. Se è così, il 20% della popolazione controlla l’80% delle teorie; il 4% (il 20% del 20%), controlla il 64% (l’80% dell’80%) delle teorie; e lo 0,8% (il 20% del 20% del 20%) controlla il 51% (l’80% dell’80% dell’80%).

Forse non è così matematico. Ma è vero che nel corso della storia ci sono stati gruppi o singoli che hanno avuto o hanno un’influenza enorme sulla società, sproporzionata alla loro consistenza. Pensate ai quaccheri. Pensate al pensiero nonviolento che ha origine dal sermone della montagna, è stato ripreso da Tolstoi e messo in pratica da Gandhi. Pensate al socialismo di Marx.

Alla base di ogni teoria esiste un concetto semplice. Questo basta. Non è necessario conoscere tutte le sofisticazioni del pensiero. Più un sistema è riducibile ad una proposizione semplice e comprensibile e più probabilità ha di diffondersi. Reductio ad unum. Gli slogan sono un esempio, anche se spesso effimero.

Il libertarismo possiede questo concetto semplice. È il principio di non aggressione. Non solo è semplice, ma è universalmente riconosciuto. Anche se spesso senza volerlo, è rispettato da chiunque. Non è soltanto l’aggredito a non volere l’aggressione. È anche l’aggressore che non vorrebbe essere aggredito.

Chiamatela filosofia negativa. Non dice cosa fare, ma cosa non fare. Per questo l’esito può essere qualunque cosa: una società basata sulla legge coranica, sugli ideali dei figli dei fiori, sul comunismo marxista o sulle visioni notturne di Walter Block. Finché ci saranno due persone d’accordo tra loro su cosa fare. e finché non esisterà un’autorità esterna tra i due, tutto è possibile.

Per arrivare qui non è necessario convertire maggioranze. Non serve che un numero decisivo di persone conosca la teoria del valore soggettivo, la preferenza temporale o i vantaggi di una flat tax. Non serve neanche aver letto alcunché. Si può essere libertari senza essere “libertari”. La ricerca della libertà è un fatto in fondo banale. Il più banale che ci sia. È, in quattro parole, la scoperta dell’ovvio.

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4 thoughts on “L’Importanza di Saper Innestare un Melo

  1. Ho avuto l’intuizione tempo fa, forse leggendo de la Boetie, non ricordo. Di recente, un’intervista a Ron Paul, quella citata nell’articolo, mi ha convinto che avevo visto giusto.

    Tra parentesi, grazie per gli auguri, anche se ritardati.

    • Isaiah’s Job è uno di quei saggi che hanno influenzato maggiormente il mio (esiguo) pensiero. Ce l’ho messo da parte per una possibile traduzione. Non so se ce la farò, visto che è un po’ lungo per un blog come il mio.

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