Gli Usa non Vogliono Fermare Isil


Solo sfruttarlo per altri fini

[Di SteveMC. Estratto da US Doesn’t Want to Stop ISIL – Only Exploit them for Other Means, pubblicato il 14 novembre 2014 su Reports from Underground. Traduzione di Enrico Sanna.]

Combattenti del gruppo Isil

Invece di indebolire il gruppo islamico radicale, i bombardamenti americani hanno sortito due effetti: hanno fatto crescere il numero di volontari arruolati da Isil e allo stesso tempo hanno distrutto o fortemente danneggiato le infrastrutture siriane, uccidendo civili siriani nel corso dell’operazione.

A metà settembre, appena una settimana prima che i bombardamenti contro Isil si allargassero dall’Iraq alla Siria, il direttore dell’Fbi James Comey ha ammesso al Congresso che “dopo l’inizio dei bombardamenti in Iraq il supporto allo Stato Islamico è cresciuto”, e che “allo stesso tempo è cresciuto il ricorso ai social media da parte di Isil e il sostegno che riceve in rete”. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani con sede in Gran Bretagna, da quando sono cominciati i bombardamenti il gruppo ha arruolato 6.300 nuovi combattenti. Il fatto non sorprende visto che gruppi islamici estremisti come Isil traggono gran parte della propria legittimità presso la propria base combattendo, o facendo credere di combattere, contro gli Stati Uniti.

Un mese fa Patrick Cockburn, corrispondente di spicco per il Medio Oriente, ha scritto che “gli attacchi portati dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico (conosciuto anche come Isis) l’otto agosto in Iraq e il 23 settembre in Siria non hanno funzionato. Il piano di Obama, che prevedeva di “indebolire e distruggere” lo Stato Islamico non ha neanche iniziato ad avere successo. Lungi dal ritirarsi, Isis sta allargando il proprio controllo sia in Siria che in Iraq.”

Se non hanno indebolito Isil, i bombardamenti americani hanno centrato un vecchio obiettivo nella regione: l’ulteriore destabilizzazione dello stato siriano. Ci sono riusciti bombardando servizi e infrastrutture siriani con il pretesto di colpire le fonti da cui Isil ricava reddito vendendo illecitamente il petrolio. A guardare bene, però, la scusa non regge.

Gli Sati Uniti bombardano i siti che producono petrolio e gas, compresi pozzi di petrolio e raffinerie in Siria. Dopo uno di questi bombardamenti alla fine di settembre, la Reuters riportava così: “‘Queste cosiddette raffinerie non sono un vero obiettivo e non indeboliscono lo Stato Islamico, che non si finanzia così,’ ha detto alla Reuters Rami Abdelrahman dell’Osservatorio [siriano] [per i Diritti Umani]. Si usano invece autobotti attrezzate in modo da separare il gasolio dalla benzina per uso civile.” Invece di colpire le basi finanziarie di Isil, questi attacchi stanno ulteriormente distruggendo le infrastrutture siriane.

Oltre a ciò è il fatto che sebbene ci siano stati attacchi diffusi contro i siti di produzione di petrolio in Siria, non c’è stato alcun attacco contro gli stessi impianti in Iraq; gli Stati Uniti mantengono intatte le centrali elettriche dello stato di cui ha il controllo, e nel mentre distruggono le infrastrutture della Siria con l’intento di indebolirla e poi distruggerla. Questo atteggiamento doppio è un ulteriore attacco al governo siriano, un attacco che elimina qualunque sua possibilità di riprendersi le raffinerie intatte; questo costringerebbe la Siria a rivolgersi a capitali esteri per la ricostruzione, sempre che ci sia una ricostruzione. “La distruzione delle infrastrutture petrolifere aprirebbe le porte alle compagnie petrolifere americane e inglesi, che si aggiudicherebbero i contratti per la ricostruzione, contratti che poi verrebbero pagati a debito dallo stato siriano. Le compagnie straniere che a quel punto gestirebbero la produzione di gas e petrolio impedirebbero alla Siria di nazionalizzare le proprie risorse e diventare un paese prospero e indipendente. Il risultato sarebbe una riduzione della minaccia che il paese rappresenta per i vassalli degli Stati Uniti come Israele, l’Arabia Saudita e la Turchia, a costo della schiavitù del paese,” dice Maram Susli, chimico che assieme a Theodore Postol ha smentito le ipotesi di complicità di Assad nell’attacco chimico di Ghouta.

Da notare che questo non è semplicemente un attacco al governo siriano, ma anche un attacco ai civili. I bombardamenti hanno infatti mandato alle stelle il prezzo dei combustibili e causato molti blackout. “Gli americani stanno distruggendo le nostre infrastrutture,” dice un residente trentacinquenne. In fin dei conti, queste risorse petrolifere appartengono al popolo siriano.

A gettare altri dubbi sugli obiettivi dichiarati degli Stati Uniti è il fatto che personaggi importanti dell’amministrazione Obama stanno prendendo in considerazione la possibilità di bombardare gli oleodotti “nel tentativo di tagliare i grossi profitti che Isil ricava dai pozzi petroliferi conquistati”. Ma Isil non usa questi oleodotti per trasportare e vendere il suo petrolio: usa le autobotti, che contrabbandano il petrolio passando dalla Turchia. “L’attuale produzione petrolifera dello Stato Islamico di Levante (Isil) è stimata in circa 800 milioni di dollari l’anno… Il petrolio che Isil vende sul mercato nero, per lo più passando per le rotte dei contrabbandieri sul confine turco, è venduto a prezzi scontati che vanno da 25 a 60 dollari il barile,” rivela Ihs, società di consulenza citata spesso come ben informata sulle fonti di guadagno di Isil. Vediamo dunque come già ci si sta preparando all’attacco e la distruzione dell’industria energetica siriana, cosa che non ha niente a che vedere con la necessità di fermare Isil (enfasi aggiunta).

Parlando davanti al comitato affari esteri del parlamento europeo, l’ambasciatore dell’Unione Europea in Iraq Jana Hybaskova ha detto, senza citare i colpevoli, che diversi stati membri della Ue acquistano petrolio dallo Stato Islamico. È così che, mentre le potenze occidentali approfittano del traffico illecito di petrolio di Isil, probabile ragione per cui le raffinerie irachene non vengono toccate, si avviano a distruggere le infrastrutture siriane per destabilizzare ulteriormente il suo governo.

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