Il Massacro (II)


[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Libertarian Forum, ottobre 1982. Traduzione di Enrico Sanna.]

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La prima parte è stata pubblicata ieri

Nel mondo politico americano, lo stato di Israele ha perso un po’ del suo potere attrattivo. Perfino Scoop Jackson, perfino il senatore Alan Cranston (democratico californiano) sono diventati critici di Israele. Il principale sostenitore di Israele del governo Reagan, Al Haig, è stato cacciato via forse anche per questa ragione. Ma questi sono solo piccolissimi, timidi passi verso la deisraelizzazione della politica estera americana.

Un aspetto bizzarro della questione riguarda quello che in America, almeno fino al giorno del massacro, si sapeva della famiglia Gemayel e della sua Falange. Sappiamo ora che i servizi segreti israeliani, notoriamente persone intelligenti, avevano avvertito Begin e il ministro della difesa Sharon che i falangisti avrebbero probabilmente compiuto un massacro nei campi che erano stati affidati loro. Dire che Begin, Sharon e compagni hanno “ignorato” questi avvertimenti è dire poco, molto poco.

E allora come sono questi Gemayel e la loro Falange? Forse per capirlo è meglio confrontare la realtà con i commenti da Alice nel Paese delle Meraviglie che l’amministrazione Reagan ha diffuso quando il 15 settembre è stato ucciso il leader e quasi presidente libanese Bashir Gemayel. “Una tragedia per la democrazia libanese,” opinava l’amministrazione, con Ronnie che parlava di Bashir come di un giovane, brillante politico democratico in ascesa. La speranza di Stati Uniti e Israele era che Bashir potesse imporre un “forte governo centrale” in grado di unificare il Libano anarchico.

Ora, dopo il Massacro, capiamo meglio quale genere di “unificazione” i Gemayel si proponevano di portare in Libano: l’“unificazione” del mattatoio e del cimitero. Il nome di quell’organizzazione politica e militare conosciuta come Falange dovrebbe suggerire qualcosa. Perché fu il padre di Bashir, Pierre, a fondarla dopo una visita entusiastica alla Germania di Hitler. La Falange (che prende il nome dalla Falange di Franco) è composta da fascisti puri e semplici, negli obiettivi e nei metodi.

Ma torniamo al giovane politico in ascesa e vediamo se ci riesce di versare qualche lacrima per Bashir. Bashir spicca tra i principali politici libanesi in quanto vero omicida di massa. Voglio dire lui in persona. I Gemayel avevano due potenti rivali nella comunità fascista cristiana maronita. I “filooccidentali” e i “filoisraeliani” che, un po’ meno fanatici della Falange, erano i seguaci degli ex presidenti Camille Chamoun e Suleiman Franjieh.

Ed ecco come quel giovane democratico, l’uomo di Begin e di Reagan a Beirut, affrontò il dissenso nella comunità maronita. Cinque anni fa, l’allora ventinovenne Bashir Gemayel capeggiò un’assalto ala roccaforte di Franjieh sulle montagne del Libano settentrionale. Bashir costrinse il figlio maggiore di Franjieh, Tony, a guardare mentre lui e la sua banda torturavano e poi uccidevano sua moglie e sua figlia di due anni. Bashir poi uccise anche Tony e 29 suoi seguaci e chiamò quel massacro una “rivolta sociale contro il feudalesimo”. Due anni dopo, Bashir si occupò degli Chamoun. A maggio del 1980, Bashir e i suoi uomini, con un colpo a sorpresa, massacrarono 450 seguaci degli Chamoun in un centro vacanze sul mare presso la città di Junei. Più di 250 furono uccisi sulla spiaggia e in mare. La moglie e la figlia del figlio di Camille Chamoun, Dany, furono stuprate. Neanche un mese dopo, Bashir e i suoi uomini irruppero nel quartier generale di Chamoun a Beirut est e uccisero selvaggiamente più di 500 seguaci più quelli che erano lì per caso. Molte delle vittime furono castrate dai criminali complici di Bashir. Uno Chamounita fu fatto saltare in aria con un candelotto di dinamite infilato in gola.

Chi ha ucciso Bashir? In Libano potrebbe essere stato chiunque.

La furia selvaggia fascista, la volontà di diventare una pedina di Israele possono essere spiegate in parte con la demografia. Il potere politico libanese è diviso in quote. La quota dominante, che comprende la presidenza, è assicurata alla comunità cristiano maronita. Purtroppo, i dati censuari su cui si basano queste quote sono quelli dei primi anni trenta, quando i cristiani erano la maggioranza. I dati di quel censimento sono ancora presi come base, anche se oggi tutti ritengono che i musulmani siano il 55% circa della popolazione, contro il 45% dei cristiani. Questo significa che il congelamento del potere nelle mani dei cristiani maroniti, che poi è la soluzione adottata da Begin e Reagan, oltre ad essere profondamente immorale, nel lungo termine è destinata al fallimento. I musulmani si riproducono più rapidamente dei cristiani, non importa quanti bambini musulmani i falangisti pensino di uccidere.

Purtroppo, nonostante il tormento e le proteste all’interno di Israele, ci sono poche speranze che l’opposizione israeliana sia in grado di fare qualcosa per correggere il problema alla radice. Perché se è vero che sul massacro si eleva qualche singola voce, politicamente l’assioma sionista che è alla base di Israele non ha oppositori. Il principale partito laburista dell’opposizione, il Padri e Madri Fondatori di Israele, ha spianato la strada a Begin con il suo impegno nei confronti dell’ideale sionista e con la conseguente espulsione di un milione di arabi palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. Solo alcuni partiti minori, come quello di Uri Davis e di Shulamith Aloni, si può dire che abbiano rotto con il paradigma sionista, ma sono anche gli unici a stare ai margini della politica israeliana.

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Il problema fondamentale, il paradigma sionista, si può riassumere così: La costituzione dello stato di Israele è avvenuta con l’espulsione dei palestinesi da una fetta enorme di quei territori che formavano l’“originario” Israele nel 1948. Oltre un milione di arabo palestinesi sono scappati oltre i confini di Israele, e quelli che sono rimasti vengono trattati sistematicamente come cittadini di seconda classe, tenuti in soggezione dal fatto che solo gli ebrei possono possedere territori una volta che questi cadono in mani ebraiche (e questo avviene sempre più spesso). Nel 1967, Israele attaccò e conquistò i territori della Cisgiordania, Gaza e le alture del Golan in Siria, territori che oggi Israele è in procinto di annettersi. Anche gli arabo palestinesi di questi territori occupati sono trattati come cittadini di seconda classe, mentre in mezzo a loro nascono nuovi insediamenti sionisti.

Israele e i suoi apologisti americani sono soliti dare la colpa di tutto al temuto uomo nero, l’Olp. È così che possono giustificare i crimini di Israele dicendo che sono necessari alla sua difesa dal “terrorismo” dell’Olp. Ma si dimentica opportunamente che non esisteva alcuna Olp fino alla vergognosa guerra del 1967, quando i palestinesi capirono che non potevano più contare sugli inaffidabili stati arabi e dovevano lottare da soli per riprendersi case e possedimenti. Considerato che fino al 1968 non c’era alcun “terrorismo” dell’Olp, come si spiegano le aggressioni e il terrorismo portato avanti da Israele contro gli arabo palestinesi nei due decenni precedenti?

La risposta sta nel paradigma sionista. Il sionismo è una creazione ottocentesca degli ebrei europei (e non di quelli mediorientali), spacciato alla Gran Bretagna come uno stato formato da insediamenti coloniali, una sorta di socio minore dell’imperialismo britannico in Medio Oriente. Dopo la prima guerra mondiale, britannici e francesi smembrarono l’impero ottomano, si rimangiarono la promessa di indipendenza fatta agli arabi, e imposero mandati, ovvero stati fantoccio, in tutto il Medio Oriente. Questi avanzi dell’imperialismo britannico sono ancora vivi.

Come sono riusciti i sionisti a vendere il loro progetto all’opinione pubblica occidentale? Lo slogan preferito dagli sionisti del tempo oggi non ha senso: “Una terra senza popolo [Palestina] per un popolo senza terra [gli ebrei]”. Una terra senza popolo. Non ci sono arabo palestinesi, dicevano i sionisti per rassicurare tutti quanti. E così un milione e mezzo di persone, molti di loro contadini industriosi, coltivatori di cedro, imprenditori, persone che prima di altri “hanno fatto fiorire il deserto”, furono improvvisamente dichiarati inesistenti. Ancora poco prima che l’Olp lanciasse il suo contrattacco, i leader israeliani continuavano a negare la realtà, con Golda Meir che continuava a dire che “non ci sono palestinesi”. Forse se lo ripetono tante volte scompaiono davvero. Forse.

I libertari si oppongono a qualunque stato. Ma lo stato di Israele è unico in termini di pericolosità, perché la sua esistenza dipende, continua a dipendere, dall’esproprio massiccio della proprietà altrui e dalle espulsioni. Negli Stati Uniti i libertari lamentano spesso una libertaria radicale aderenza alla “riforma fondiaria”, ovvero la restituzione delle terre rubate. Nel caso di espropri avvenuti secoli fa, non è facile capire chi dovrebbe riavere cosa, e i libertari conservatori potrebbero avere buone ragioni per dibattere. Ma nel caso della Palestina, le vittime e i loro figli, i veri proprietari delle terre, sono lì, appena oltre i confini, nei campi dei rifugiati, nelle baracche, e sognano un ritorno alle loro case. Qui non c’è niente di incerto. Giustizia sarà fatta, e una vera pace arriverà in quest’area devastata, solo quando ci sarà un miracolo e Israele lascerà che i Palestinesi tornino a riprendere possesso di ciò che legittimamente appartiene a loro. Fino ad allora, finché ci saranno palestinesi in vita, non importa quanto vengano cacciati lontano, si faranno sempre sentire e continueranno a premere perché si realizzi il loro sogno di giustizia. Non importa quante miglia quadrate di territorio, quante città conquista Israele (Damasco sarà la prossima?), i palestinesi ci saranno, e con loro ci saranno tutti gli altri arabi che una politica israeliana fatta di sangue e ferro trasforma quotidianamente in rifugiati. Quando ci sarà giustizia, quando si permetterà agli espropriati di tornare, significherà che Israele avrà abbandonato il suo esclusivismo sionista. Perché riconoscere che i palestinesi sono esseri umani con pieni diritti significa negare il sionismo; significa ammettere che quelle terre non erano “deserte”.

Allora uno stato israeliano giusto (se può esistere uno stato che possa essere definito giusto) sarebbe di necessità uno stato non sionista, cosa che oggi nessun partito politico è disposto ad accettare. Perciò la mattanza e l’orrore sono destinati a continuare.

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