“L’opera di Dio” in Somalia (I)


[Di Murray Rothbard. Tratto da The Irrepressible Rothbard. Titolo originale: “Doing God’s Work” in Somalia. Traduzione di Enrico Sanna.]

somalia_campi_rifugiati

E così ad ogni marinaio, fante, aviere e marine coinvolto in questa missione, lasciatemi dire: State facendo l’opera di Dio. ~ Presidente George H. W. Bush, dicembre 1992

Nel suo brillante articolo sull’incursione somala, il direttore di Harper’s Lewis Lapham, uno dei pochi liberal ancora tenacemente contrari agli interventi all’estero, cita queste parole del nostro ultimo presidente (Lewis H. Lapham, “God’s Gunboats,” Harpers Magazine, febbraio). Come nota Lapham, Bush ha dato la sua “benedizione papale” alle truppe anche se non ha “la mitra e il bastone da pastore”. Nota anche, ricordandolo opportunamente a quei conservatori che non hanno ancora rivisto la propria devozione all’ex presidente, che Reagan in quello stesso giorno di dicembre, parlando all’università di Oxford, ha spronato le Nazioni Unite a dar vita ad “un esercito della coscienza” per affrontare il “male [che] ancora perseguita il pianeta”, e questo nonostante l’Unione Sovietica sia morta. Ora, visto che è difficilissimo immaginare come il male possa essere estirpato dal mondo in breve tempo, il richiamo significa un esercito mondiale permanente che sconfigga e tenga a bada il male e il peccato in qualunque angolo del pianeta osi alzare la sua orribile testa. Ovvero, una crociata globale permanente.

Il vero male, questo spirito da crociata, comparve per la prima volta in America alla fine degli anni 1820 sotto forma di quello che viene tecnicamente chiamato “pietismo post-millenaristico” (ppm). Nella sua forma “evangelica” dominante che il ppm assume tra le comunità “yankee” del nord (abitanti del New England e i loro simili trapiantati nel nord dello stato di New York, nord Ohio e nord Indiana, eccetera) ciò significava per ognuno il dovere supremo di massimizzare la salvezza di suoi simili eliminando la tentazione. In breve, ognuno doveva darci sotto per realizzare la Comunità Cristiana, il Regno di Dio in Terra. Fin da subito, però, apparve chiaro che, confidando unicamente sulla volontà personale, il peccato non sarebbe andato via presto. Per questo i fedeli del pmp affidarono al governo il compito di eliminare il male e edificare le anime. Ovvero, come faceva notare uno storico arguto, per i sostenitori del ppm “il governo diventò lo strumento di salvezza principale nelle mani di Dio.”

L’affidamento allo stato fu facilitato dalla metà “pietista” della dottrina ppm. Questo significava sbarazzarsi dell’enfasi puritana sul credo e la legge divina piuttosto che dell’enfasi cattolica e luterana sulla liturgia e i sacramenti. La cristianità finì per concentrarsi interamente su un atteggiamento vagamente pietista, “rinato”, e l’anima finì per perdere la fede religiosa e il riferimento alla chiesa. Privati così della chiesa e della fede, i pietisti furono costretti a confidare sulla forza e sulla protezione dello stato.

Lentamente, ma con determinazione, nei decenni seguenti il 1830 questo protestantesimo yankee si secolarizzò in un Vangelo Sociale, vagamente cristiano ma sostenuto con impeto. Con il diffondersi di questa mentalità, Dio uscì facilmente e gradualmente dall’orizzonte. Allo stesso tempo, lo stato assunse un ruolo pseudodivino. Toccò a quella mostruosità di Woodrow Wilson, pietista fino al midollo e per giunta istruito, prendere questo credo ed estenderlo alla politica estera. Il motto di questo credo divenne, nella sua forma essenziale, “Oggi gli Stati Uniti, domani il mondo”. Una volta al governo, i pietisti imposero il loro Regno di Dio in patria e ne elevarono gli obblighi religiosi a livelli planetari. Come dice lo storico James Timberlake (Prohibition and the Progressive Movement, 1900–1920, New York, Atheneum, 1970, pp. 37–38), una volta edificato il Regno di Dio in America, “la missione americana si convertì nella diffusione dei suoi ideali e delle sue istituzioni fuori dai confini nazionali, al fine di edificare il Regno di Dio in tutto il mondo. I protestanti americani non si accontentavano del regno di Dio in America, ma si sentivano obbligati a collaborare al rifacimento del mondo intero.”

Da Woodrow Wilson in poi, ogni presidente americano ha continuato sulla strada del credo da lui impostato. Nel suo contenuto, il Regno di Dio da imporre sulle altre nazioni può cambiare leggermente (dalla proibizione degli alcolici e la salvaguardia della “democrazia” ai tempi di Wilson, al divieto di fumare, i preservativi gratis e la democrazia globale dei giorni nostri), ma nella forma e nello spirito resta praticamente sempre lo stesso.

Nel numero di febbraio di RRR (Rothbard-Rockwell Report, es) criticavamo ferocemente l’invasione della Somalia e citavamo la denuncia profetica e intuitiva di Isabel Paterson quando parlava di “Umanitari con la ghigliottina”. Ora, come un’eco misterioso e inconscio delle parole della Paterson, Michael Maren sulla rivista di sinistra Village Voice scrive un resoconto agghiacciante e significativo (“Manna from Heaven: Somalia Pays the Price for Years of Aid”, 19 gennaio) della sua esperienza come soccorritore americano in Somalia nei primi anni ottanta. Prima di allora, Maren era stato quattro anni in Kenia. Dalla sua esperienza africana, Maren ha ricavato una lezione importante sull’organizzazione dello stato in Africa: che la classe di governo, urbana, tecnocratica e burocratica (generalmente cresciuta nel marxismo della madrepatria imperiale) semplicemente odia la classe produttiva contadina sulle cui spalle ingrassa. Per le classi di governo, che tassano, controllano e soggiogano i contadini, le popolazioni rurali sono la feccia da “modernizzare”. Particolarmente odiate sono le tribù dei pastori nomadi, che spesso sono benestanti: la loro condizione di nomadi è come un’offesa costante agli occhi dei tecnocrati marxoidi, intenti ad emulare Stalin nel loro tentativo di ficcare i contadini a forza nel “ventesimo secolo”. Maren ha assistito alla morte di migliaia di appartenenti alla tribù nomade dei Turkana, in Kenia, in gran parte a causa delle politiche keniane, che “sfruttavano i (Turkana) affamati offrendo loro piccole razioni di aiuti alimentari in cambio delle pelli dei loro animali, l’ultima cosa di valore rimasta nelle mani dei rifugiati… Alla fine capii che al politico educato in Europa, in abito distinto, intento a sorseggiare il tè a Nairobi non importava un belìn delle popolazioni nomadi ‘primitive’ del nord.”

Dopo essere passato dal Kenia alla Somalia agli inizi del 1981, Maren racconta concisamente la storia delle autorità somale. La Somalia divenne indipendente nel 1960, quando britannici e italiani si ritirarono dalle loro rispettive colonie somale e queste ultime a loro volta si unirono a formare un’unica nazione. Fin dall’inizio, il governo somalo fu ossessionato dall’idea simboleggiata dalle cinque punte della stella sulla bandiera nazionale: unire i cinque gruppi etnici somali sotto la stessa bandiera. Due di questi punti, la Somalia italiana ad est e quella britannica a nord, erano già stati realizzati. Ne restavano (e restano ancora) altri tre: la piccola Gibuti a nord-ovest, già possedimento francese e ancora stato cliente della Francia che lì aveva 5.000 soldati; il nord-est del Kenya, a sud-ovest della Somalia, regione somala al 60%; e il deserto dell’Ogaden ad ovest della Somalia, chiamato Somalia Occidentale dai somali che soffrono sotto il peso della tirannia etiope.

Contro l’imperialismo francese di Gibuti non si poteva fare molto. Gli altri due obiettivi, invece, furono considerati realizzabili. Il Kenya aveva conquistato l’indipendenza un po’ più tardi della Somalia, a dicembre del 1963, e la Somalia  aveva sperato allora di prendere per sé il Kenya nord-orientale (che i keniani chiamano Distretto della Frontiera Settentrionale: Dfs). Quando il governo keniano insistette a tenere per sé il Dfs, i somali keniani, incoraggiati dal governo somalo, cominciarono una lunga guerriglia contro il Kenya, una guerra finora infruttuosa ma che ancora continua, lontano dagli occhi e lontano dal cuore delle Nazioni Unite.

La situazione divenne più esplosiva in Ogaden. Qui la Somalia, assieme ai somali dell’Ogaden, lanciò una guerriglia contro l’Etiopia, guerriglia senza possibilità di successo contro il superiore esercito etiope, addestrato dagli americani e guidato dall’imperatore Haile Selassie, il Leone di Giuda, il “filooccidentale amante della libertà” nonché proprietario di schiavi. Nel 1967 il governo somalo, guidato dal primo ministro Mohammed Egal, decise di arrendersi alla realtà e cercare la pace con i suoi più potenti vicini. Il processo di pace di Egal aveva il merito di affrontare la realtà, ma finì per irritare l’esercito somalo, che accusò Egal di aver venduto la Grande Somalia e tradito la stella a cinque punte. Un colpo di stato, guidato dal Generale Mohammed Siad Barre, mandò via Egal e installò la propria dittatura nell’ottobre del 1969.

Barre decise fin da subito di abbracciare il “socialismo scientifico”. Lui e il suo Consiglio Rivoluzionario Supremo siglarono un’alleanza con l’Unione Sovietica, che fu ben felice di accogliere un altro stato “marxista-leninista” e fornire armi all’utile nemico del “filoamericano” Haile Selassie. Gli armamenti massicci forniti dai sovietici, oltre a migliaia di consiglieri che addestrarono l’esercito somalo, finirono per accentuare il “filoamericanismo” di etiopi e keniani.

Cinque anni dopo, però, per il Corno d’Africa arrivò il grande cambiamento: nel 1974 un colpo di stato da parte di militari marxisti-leninisti rovesciò il regime del Leone di Giuda e instaurò una dittatura militare marxista-leninista sotto un regime, il Dergue, guidato dal colonnello Meriam. I sovietici diedero il benvenuto al nuovo regime militare. Il generale Barre approfittò della confusione della crisi etiopica e nel 1977 invase l’Ogaden, conquistandolo. Un’altra punta della stella!

Ma in aiuto dell’Etiopia corsero i sovietici, che mandarono armi, e i cubani con le loro truppe. A quel punto Barre, dopo aver minimizzato il proprio marxismo-leninismo e scoperto la passione per la “libertà” e la “democrazia”, si rivolse agli Stati Uniti. Ma l’amministrazione Carter tardò ad inviare aiuti, e nella primavera del 1978 l’esercito etiope, aiutato dai sovietici, cacciò via l’esercito somalo dall’Ogaden.

In Somalia, la popolarità di Barre crollò: l’eroe dell’Ogaden aveva perso. Così Barre poté rafforzare la sua dittatura e restringere la cricca al potere prima ai membri della sua tribù di Marehan e poi ai suoi parenti. Ignorando gli sviluppi più recenti, la nuova amministrazione Reagan all’inizio del 1982 mandò a Mogadiscio nientemeno che Henry Kissinger con il compito di rassicurare il despota Barre riguardo il nostro eterno supporto alla sua dittatura “scientifico-socialista”. Il tutto ovviamente nel nome dell’anticomunismo e della guerra fredda. Come dice Maren, “Viste da Washington, le rovine della Somalia apparvero improvvisamente come il centro storico di Berlino.”

Seconda parte domani

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