Euro Anch’io, Anzi no


[Di Tyler Durden. Originale pubblicato su ZeroHedge il 18 gennaio 2015 con il titolo First It Refused To Bail Out Its Insolvent Banks; Now Iceland Set To Officially Withdraw European Union Application. Traduzione di Enrico Sanna.]

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L’Islanda sarà anche un piccolo paese, ma quando si tratta di avere a che fare con grossi problemi diventa l’equivalente moderno di Davide nello scontro contro lo status quo Golia. Prima l’Islanda, e soltanto l’Islanda, si è rifiutata di salvare le banche, quando tutti gli altri paesi occidentali erano tenuti in ostaggio da quelli che rischiavano di perdere maggiormente nel collasso finanziario. L’Islanda è arrivata addirittura a mettere in galera diversi dirigenti bancari responsabili della debacle finanziaria. E ora, come riportato da MBL, i conservatori del Partito per l’Indipendenza islandese hanno deciso di appoggiare una risoluzione che ritira formalmente la richiesta islandese di far parte dell’Unione Europea.

La decisione, sostiene MBL, è stata confermata oggi dal ministro delle finanze e presidente del partito Bjarni Benediktsson in un’intervista concessa alla rete televisiva RÚV.

Il dialogo sull’adesione all’Unione Europea era stato interrotto dopo le elezioni politiche dell’aprile 2013. Quelle elezioni ebbero come risultato la nascita di una coalizione di governo formata dal Partito per l’Indipendenza e dal centrista Partito per il Progresso, che assieme avevano 38 parlamentari su un totale di 63. All’inizio di questo mese, il primo ministro Sig­mundur Davíð Gunnlaugs­son ha confidato di aspettarsi presto la presentazione in parlamento di una risoluzione sul ritiro della richiesta di adesione all’Unione Europea. Secondo il ministro degli esteri Gun­nar Bragi Sveins­son, che come Gunnlaugsson appartiene al Partito per il Progresso, sarebbe insensato non ritirare la richiesta. Secondo Sveinsson, oggi ci sono ancora più ragioni per farlo di quante non ce ne fossero un anno e mezzo fa.

L’anno scorso la risoluzione è stata nuovamente presentata in parlamento dal governo, ma la proposta non arrivò ad una conclusione prima della sospensione parlamentare estiva, soprattutto a causa dell’ostruzionismo praticato dall’opposizione che chiedeva un referendum sulla materia. Di conseguenza, il governo ha deciso di rinviare l’argomento per approvare altri provvedimenti che riteneva più pressanti, soprattutto alcune leggi che spianano la strada al programma governativo di riduzione dell’indebitamento delle famiglie.

“Questa è una risoluzione che l’anno scorso godeva del nostro appoggio,” ha detto Benediktsson, aggiungendo che niente è cambiato da allora. Alla domanda se questo significa che i conservatori appoggeranno una risoluzione che ritira la richiesta di adesione alla Ue, ha risposto: “Sì, faremo esattamente come abbiamo fatto la volta scorsa.”

Così, mentre i greci si preparano per le elezioni che potrebbero significare la prima uscita ufficiale di un paese dalla eurozona, è bene che diano uno sguardo anche a quello che sta succedendo in Islanda. Il paese non solo dimostra che si può benissimo stare fuori dalla “grande casa europea”, ma si sta dando da fare per evitare di finirci dentro.

L’ultima notizia, riguardo l’Islanda, è che nel 2013 la sua economia è cresciuta di oltre il 5%. Un evento raro in altre parti d’Europa, che la pone allo stesso livello degli Stati Uniti secondo gli ultimi dati annualizzati. Con l’unica differenza, però, che l’Islanda non ha fatto ricorso a misure che gonfiano il pil e impoveriscono la classe media come Obamacare.

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