Un Altro “Attentato Terroristico Sventato”?


[Di Glenn Greenwald e Andrew Fishman. Originale pubblicato su The Intercept il 16 gennaio 2015 con il titolo Latest FBI Claim of Disrupted Terror Plot Deserves Much Scrutiny and Skepticism. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Giovedì scorso il dipartimento della giustizia americano ha emesso un comunicato stampa che annunciava l’ultimo complotto terroristico sventato. Secondo il comunicato, “le forze antiterroristiche congiunte dell’area di Cincinnati hanno arrestato un uomo che tramava un attacco a Washington con l’uccisione di diversi funzionari.” Il presunto terrorista è il ventenne Christopher Cornell, un disoccupato che vive con i genitori, passa gran parte dei tempi con i videogame nella sua camera, chiama sua madre “mammina” e considera il suo gatto il suo migliore amico. Il preside della scuola in cui si è diplomato nel 2012 lo descrive come il “tipico studente, silenzioso ma non troppo riservato”.

Secondo le deposizioni di un investigatore dell’Fbi, Cornell aveva “pubblicato commenti e informazioni in supporto di [Isis] sulla sua pagina di Twitter”. L’Fbi è venuta a conoscenza di Cornell tramite un collaboratore senza nome che, secondo l’Fbi, “ha cominciato a cooperare con la polizia al fine di ottenere un trattamento di favore a proposito di un precedente non collegato a questo caso.” Per due volte il collaboratore di giustizia, seguendo le istruzioni dell’Fbi, ha incontrato Cornell di persona per discutere di un attentato nella capitale. L’Fbi sostiene di aver arrestato Cornell per evitargli di portare a termine l’attacco.

La famiglia dice che Cornell si era convertito all’Islam appena sei mesi prima, e aveva cominciato a frequentare una piccola moschea locale. Il Cincinnati Inquirer, però, non è riuscito a trovare una sola persona in quella moschea che dica di averlo visto prima. Il giornale ha anche fatto notare che un giovane bianco convertito di recente non sarebbe passato inosservato in una moschea frequentata in gran parte da “immigrati dall’Africa Occidentale”, molti dei quali “parlano l’inglese poco o per niente”.

Come era facile immaginare, il comunicato stampa del dipartimento della giustizia ha scatenato una valanga di titoli da panico inneggianti l’Fbi. La Cnn: “L’Fbi: L’attentato contro la capitale era imminente.” Msnbc: “Sventato attacco terroristico. L’Fbi arresta uomo dell’Ohio.” Wall St. Journal: “Uomo dell’Ohio ispirato dall’Isis accusato di tramare un attentato contro la capitale.”

Altrettanto facile da immaginare, i politici hanno subito sfruttato la notizia per giustificare i loro poteri di sorveglianza. Lo speaker della camera John Boehner ha detto ieri che “la sorveglianza della National Security Agency ha contribuito a sventare un attacco contro la capitale, e ha aggiunto che i suoi colleghi dovrebbero tenere in mente il fatto quando si discuterà il rinnovo della legge che autorizza il governo a raccogliere informazioni sui suoi cittadini.” E ha ammonito: “Viviamo in un paese pericoloso, ogni settimana che passa ci ricorda i pericoli là fuori.”

Quello che si sa di quest’ultimo caso sembra rientrare perfettamente nello schema ormai familiare disegnato dall’Fbi: la polizia non sventa un attacco terroristico, ma piuttosto lo crea per poi congratularsi con se stessa dicendo di aver fermato il suo stesso complotto.

Per prima cosa, prendono di mira un musulmano: non perché ci siano prove delle sue intenzioni o della sua capacità di compiere atti terroristici, ma per via delle opinioni politiche “radicali” da lui espresse. In gran parte dei casi, il musulmano preso di mira dall’Fbi è molto giovane (attorno ai vent’anni), solo, disoccupato, incapace di gestirsi da solo, meno che mai di compiere un attentato grave, ed estraneo a veri gruppi terroristici.

Poi trovano un altro musulmano fortemente deciso a dare una mano per sventare un “complotto terroristico”: o perché ha ricevuto molti soldi dall’Fbio perché (come pare in questo caso) è accusato di altri reati e cerca disperatamente di servire l’Fbi in cambio di un trattamento di favore, o per entrambe le ragioni. L’Fbi fornisce un piano dettagliato dell’attentato, e talvolta anche denaro e altri strumenti per portarlo a termine, e il collaboratore di giustizia passa il tutto alla vittima. Solitamente, il collaboratore fa di tutto per persuadere la vittima a portare avanti il piano voluto dall’Fbi. Se la vittima si rifiuta di collaborare, la polizia, tramite il collaboratore, arriva ad offrire grosse somme di denaro.

Quando la vittima acconsente, ecco che l’Fbi interviene, all’ultimo minuto, lo arresta e dirama un comunicato stampa in cui elogia se stessa per aver sventato un pericoloso attentato (concepito, finanziato ed equipaggiato dalla stessa polizia) all’ultimo momento, mentre il dipartimento della giustizia e i giudici federali mandano la vittima in carcere per anni o decenni (in strutture come quella di Guantanamo). Il tribunale conferma le accuse interpretando il concetto di “trappola” in maniera così ampia che la condanna è un fatto sicuro. Come notava la Associated Press ieri sera, “le ragioni della difesa sono state rigettate più volte dai giudici, e queste trappole hanno portato a numerose condanne.”

Pensate alla grossa (ma non insolita) condanna inflitta a James Cromitie nel 2011. Un afroamericano povero, convertito all’islam, che una volta aveva espresso opinioni antisemite ma che era arrivato all’età di quarantacinque anni senza aver mai mostrato l’intenzione di partecipare ad un attentato violento. Per otto mesi l’Fbi si è servita di un collaboratore, una persona con accuse pendenti e al soldo della polizia, per cercare di convincere Cromitie ad unirsi ad un complotto terroristico inventato dall’Fbi stessa. E per otto mesi lui si è rifiutato. Soltanto quando gli hanno fatto vedere 250.000 dollari, a lui che aveva appena perso il lavoro, ha accettato facendo scattare l’arresto. Il dipartimento della giustizia strombazzò il caso come un grosso atto terroristico sventato, ottenne la condanna di Cromitie e lo mandò in galera per venticinque anni.

Il giudice federale che presiedette il caso, Colleen McMahon, accusò più volte il governo di aver inventato il complotto di sana pianta. Dopo la condanna a decenni di galera, disse che Cromitie “era incapace di compiere atti terroristici di sua iniziativa”, e che era stata l’Fbi a “creare atti terroristici con la sua sbruffoneria e la sua grettezza, per poi cercare di trasformare in realtà le sue fantasie.” E aggiunse: “Solo il governo poteva trasformare Mr. Cromitie, una persona dalla cialtroneria shakespeariana, in un terrorista.”

Nella sua motivazione scritta della sentenza, il giudice McMahon evidenziò il fatto che Cromitie “si era tirato indietro per otto mesi”, e aveva accettato solo dopo che “il governo gli aveva messo sotto il naso quella che appariva una tentazione praticamente irresistibile per un uomo povero proveniente da quella che io, dopo dozzine di casi, sono arrivata a considerare la comunità più infelice e inefficiente di tutto il distretto sud di New York.” Fu lo stesso collaboratore dell’Fbi, scrisse, che “promosse e istigò l’attività criminale”. Quindi concluse (enfasi aggiunta):

A quanto pare, il governo fece tutto ciò che la difesa aveva previsto nella sua mossa precedente per far cadere l’accusa. Non c’è dubbio che lo stato “inventò” il reato per cui gli imputati sono stati condannati. Il governo inventò tutto nei minimi dettagli, molti dei quali, come il viaggio in Connecticut e l’inclusione dell’aeroporto di Stewart tra i bersagli, per specifiche ragioni legali di cui gli imputati non potevano essere al corrente (il primo consegnò il caso ai giudici federali e il secondo garantì una pena minima di venticinque anni). Fu lo stato a scegliere i bersagli. Lo stato architettò e mise a disposizione la finta artiglieria che gli imputati puntarono, o progettavano di puntare, contro bersagli definiti dallo stato stesso. Lo stato fornì tutta l’attrezzatura necessaria: cellulari, auto, mappe e perfino un fucile. Lo stato fornì gli autisti (nessuno degli imputati aveva l’auto né la patente). lo stato finanziò l’intero progetto. E lo stato, tramite i suoi agenti, offrì agli imputati grosse somme di denaro in cambio della loro partecipazione all’orrendo piano.

E poi, prima di decidere che gli imputati (soprattutto Cromitie, che era sotto osservazione da nove mesi) rappresentavano un pericolo reale, apparentemente lo stato non esercitò un minimo di perizia, visto che si affidò ai rapporti fatti dal suo collaboratore di fiducia che forniva informazioni su Cromitie, informazioni che potevano essere facilmente verificate (o non verificate, visto che in gran parte erano false), ma che nessuno ritenne necessario controllare prima di offrire ad un uomo, che non aveva alcun contatto con gruppi estremisti e che aveva solo piccoli precedenti per droga, la possibilità di diventare uno jihadista.

In un’altra occasione, il giudice McMahon scrisse: “Non ho il benché minimo dubbio che James Cromitie da solo non avrebbe mai potuto architettare la storia che poi lo ha coinvolto. E se anche per caso fosse riuscito ad architettare qualcosa, non avrebbe avuto la minima idea di come fare.” E aggiunse che, se è vero che “Cromitie, che era disperatamente povero, accettava da mangiare e soldi per l’affitto [dal collaboratore], è anche vero che si tirava indietro ogni volta che questi parlava di atti violenti”, e “solo quando le offerte in denaro diventarono spudoratamente alte, e Cromitie si trovò ad essere particolarmente vulnerabile perché aveva perso il lavoro, solo allora cedette.”

Questa si chiama condanna preventiva: prendere di mira un cittadino per le sue opinioni politiche e non per il suo comportamento criminale. Lo stato americano cerca di anticipare il comportamento criminale di una persona sulla base delle sue opinioni politiche. Una premessa non diversa da quella di Minority Report. Quindi utilizza le sue vaste risorse finanziarie, organizzative, e anche psicologiche, per far leva sulla vulnerabilità dell’individuo e generare il fatto.

Nel 2005 il giudice d’appello federale A. Wallace Tashima (il primo nippo-americano ex internato in un campo di prigionia americano a ricevere la carica federale) dissentì aspramente da una delle peggiori condanne di questo genere e denunciò questi casi dell’Fbi come “le conseguenze destabilizzanti e avverse dell’uso, da parte dello stato, dei processi preventivi come arma nella ‘lotta al terrorismo’.”

Sono tantissimi i casi simili in cui l’Fbi annuncia trionfalmente di aver sventato un suo complotto, arrestando come terroristi persone che, lasciate da sole, non avrebbero mai potuto fare nulla. Trevor Aaronson ha parlato estesamente di quella che si può considerare una rete terroristica dell’Fbi. Secondo Aaronson, “quasi metà [di tutti gli atti terroristici denunciati dal dipartimento della giustizia] implicavano l’uso di collaboratori, molti dei quali allettati con denaro (fino a 100.000 dollari per ogni caso) o con la promessa di condono di reati penali o riguardanti l’immigrazione illegale. Aaronson ha documentato la situazione di “49 imputati [per terrorismo che] hanno preso parte a complotti guidati da agenti provocatori dell’Fbi.” Nel 2012, Petra Bartosiewicz, su The Nation passato in revisione i casi di terrorismo dopo l’undici settembre e ha concluso:

Quasi tutti i principali casi riguardanti accuse di terrorismo dopo l’undici settembre sono stati scatenati da una trappola, al centro della quale c’era un collaboratore di giustizia. In questi casi i collaboratori, che lavorano in cambio di denaro o di trattamenti di favore, sono diventati da semplici testimoni di comportamenti potenzialmente criminali a istigatori, fornendo assistenza alle vittime e inducendole a partecipare a complotti in gran parte architettati dalla stessa Fbi. Sotto la guida dell’Fbi, questi collaboratori hanno fornito armi, hanno indicato i possibili bersagli, e sono arrivati a fornire proclami incendiari che poi vengono usati per giustificare l’accusa di terrorismo.

Il governo americano ha fatto forti pressioni sui suoi alleati per indurli ad utilizzare le stesse tattiche “trappola” con i loro cittadini musulmani (e come in molti casi di abuso della guerra al terrore, la pratica si sta espandendo a reati che non hanno niente a che fare con il terrorismo: l’anno scorso, in un caso di traffico di droga, un giudice federale ha condannato l’agenzia federale antidroga per aver indotto alcune persone a contrabbandare cocaina, dicendo che “le indagini del governo hanno impiegato tecniche che hanno generato un reato completamente nuovo semplicemente per poter accusare” gli imputati).

Ci sono molti punti chiave di quest’ultimo caso che ancora sono sconosciuti, ma ci sono buone ragioni per trattarlo con cautela e scetticismo. Anche se con piccoli precedenti, il ventenne Cornell non aveva precedenti in fatto di violenza politica (l’anno scorso disturbò una cerimonia commemorativa gridando slogan inneggianti alla verità sull’undici settembre, ma non fu arrestato). Non risulta che abbia avuto contatti con cellule terroristiche in America o all’estero (secondo il collaboratore di giustizia, Cornell disse di “essere in contatto con persone all’estero” ma anche che “pensava che non avrebbe ricevuto l’autorizzazione specifica a compiere attentati in America”).

Il padre di Cornell ha accusato l’Fbi di essere responsabile del complotto. “È un mammone,” ha detto di suo figlio. Il suo migliore amico è il suo gatto Mikey. Chiama la madre ‘mammina’.” “Ha vent’anni,” ha aggiunto il padre, “ma è come un sedicenne che non è mai uscito di casa.” Non aveva più di 1.200 dollari in banca, e i soldi per comprare le armi non possono che essere venuti dall’Fbi. È stata l’Fbi, dice, a “riempirgli la testa di sciocchezze.”

La moschea a cui Cornell era iscritto è minuscola, un’organizzazione no-profit che l’anno scorso ha denunciato un reddito di appena 115.000 dollari. Non ha mai ospitato persone sospettate di simpatie terroristiche o violente.

Qualunque sia la verità, occorre usare una buona dose di cautela e scetticismo nel giudicare le parole dell’Fbi. Sicuramente i media non dovrebbero strombazzare il caso come un altro complotto terroristico eroicamente sventato dall’Fbi per salvare tutti noi, né dovrebbero dire che l’Fbi ha “scoperto” un complotto che essa stessa ha creato, né dovrebbero descrivere il caso (come ha fatto Steve Kornacki della Nsnbc) come parte di un più ampio complotto terroristico internazionale, almeno non senza ulteriori prove (già che ci siamo, Mr. Kornacki, Anwar Awlaki non era il “leader di al Qaeda in Yemen,” anche se ripetendo tante volte quella falsa accusa è probabile che si aiuti Obama, che ha ordinato l’uccisione del cittadino americano senza un regolare processo). Né bisognerebbe lasciare che politici come John Boehner dicano che questo spaventoso complotto dimostra quando sia importante il Patriot Act e come lo spionaggio dell’Nsa serva a tenerci al sicuro.

Certo, fornire armi a cani sciolti e istigarli a sparare qualcuno rappresenta una minaccia. Ma lo stesso vale quando si permette all’Fbi di inventare trame terroristiche così da tenere alta la paura per il terrorismo e giustificare il potere e la spesa per lo spionaggio. L’Ohio è tra gli stati che ricevono più soldi per la sicurezza nazionale: “possiede quattro centri di raccolta dati, più di ogni altro stato ad eccezione della California, New York e Texas. Con quattro task force, inoltre, è il quarto stato quanto a squadre antiterrorismo dell’Fbi.”

Bisogna fare qualcosa per giustificare tutta questa spesa. Visto che tanti agenti antiterrorismo non fanno nulla, perché non sedersi ad un tavolo e inventare un complotto, tanto per giustificare le spese e ravvivare l’ideologia pro-sorveglianza? I media hanno il dovere di indagare su ciò che dice l’Fbi invece di pubblicare le loro facce allarmate e i loro grafici della paura.

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