La Tentazione delle Spiegazioni Onnipotenti


[Di Theodore Dalrymple. Originale pubblicato su Taki Magazine il 28 dicembre 2014 con il titolo The Allure of Omnipotent Explanations. Traduzione di Enrico Sanna.]

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Si comprano libri per ragioni peculiari, e non semplicemente perché sono buoni. Ad esempio, qualche giorno fa ho comprato un libro attirato dal titolo e dalla frase d’apertura. Il titolo era Come Facciamo a Diventare Criminali? La frase d’apertura: “La storia del crimine è la storia dell’umanità.” Dunque, non abbiamo bisogno di diventare criminali; lo siamo già per nascita e per natura.

Mi piacciono quegli autori che mettono le carte in tavola o che, cambiando metafora, non hanno peli sulla lingua. Ecco qui un autore che probabilmente non avrebbe negato la realtà del peccato originale per rinchiudersi in un fatuo ottimismo. Niente mi deprime più dell’ottimismo. Dalla seconda frase in poi, l’autore va avanti dicendo che crimine e umanità sono così intimamente connessi che per trovare l’origine del crimine dovremmo prima cercare la causa remota di tutto. Apparentemente, la costituzione dell’universo fu un atto criminale.

Il libro è tutt’altro che noioso. Anche dopo la prima frase, quando è lecito aspettarsi un declino. Scritto da un certo Georges Guilhermet e pubblicato nel 1920, descrive, tra tante altre cose, tutto quello che erano disposte a fare le donne carcerate, che ancora desideravano attirare l’attenzione degli uomini, per procurarsi cosmetici, o piuttosto dei surrogati, proibiti dal regolamento carcerario. Per ottenere il fondotinta, ad esempio, c’erano detenute che leccavano pazientemente l’imbiancatura delle pareti finché non diventava una pasta, che poi facevano seccare e usavano come polvere. Una detenuta diventò famosa perché si truccava come “una ballerina dell’opera.” La sua cella fu rovistata per cercare di capire come riuscisse a procurarsi il colore rosso per le guance, ma non trovarono nulla. Alla fine fu scoperto il segreto: era riuscita faticosamente a scucire un filo rosso cucito dal camiciotto da detenuta, l’aveva tenuto a bagno nell’acqua e aveva usato il liquido rosso per colorare le guance. Io lo trovo un esempio commovente di come lo spirito umano molto spesso abbia bisogno delle avversità per emergere. Tutta questa fatica per un risultato così fugace! Suppongo che questa sia una metafora della nostra esistenza.

Trovai il libro in un negozio parigino di libri usati che stava per chiudere. La proprietaria era stanca della criminalità e del disordine che vedeva tutti i giorni dalla vetrina; era più interessata a come evitare i criminali che a diventarlo; stava svendendo bottega per scappare in provincia. L’avrebbe rilevata un giovane che sperava di venderci telefoni, articoli che sicuramente attiravano i criminali più di un vecchio libro. Lei gli augurò buona fortuna anche senza crederci.

Da lei comprai anche altri libri, tra cui uno che io giudicai semplicemente dalla copertina, Les convulsions sociales, di Pierre Harispe, di cui so solo che nacque nel 1854 e morì nel 1929. Pubblicato nel 1905, nessuno era mai andato oltre la pagina 12. Le altre pagine, 358 in tutto, erano ancora intonse. Questo vale come avvertimento per gli autori, o almeno per la loro vanità e supponenza. Quelli di noi che considerano la scrittura importantissima, se non la cosa più importante, dovrebbero cercare di tenere a mente le parole di Montherlant: La maggior parte delle persone non legge; chi legge non capisce; chi capisce dimentica.

Più che il contenuto, però, fu la copertina a convincermi. Un disegno in bianco e nero che raffigurava contadini disperati e morenti, che pregavano e rompevano la terra con il piccone, sacchi di grano qua e là, ciminiere fumanti in lontananza e all’orizzonte, incombente su tutto, una mano simile ad una grinfia, le unghie come artigli, chiaramente unita ad un mostro invisibile dal potere immenso, onnipotente, responsabile di tutti i mali del mondo.

Questo era tipico dell’iconografia antisemitica del tempo, e non solo di quella. L’anno di pubblicazione del libro, il 1905, fu l’anno in cui la Francia diventò uno stato interamente secolare, e la feroce propaganda anticlericale che portò al divorzio tra la Francia e la Chiesa era iconograficamente indistinguibile dalla propaganda antisemitica: c’erano gigantesche mani vaticane che incombevano sul mondo, ragni vaticani che attanagliavano il mondo con le loro zampe sottili, preti con il naso aquilino che attiravano bambini nelle loro tonache oscure e soffocanti, per non farli più uscire.

Pare che il desiderio di un capro espiatorio per i nostri peccati sia eterno. E pare che senza questi peccati la nostra vita sarebbe priva di frustrazioni e dispiaceri. Io non faccio differenza. Anche io sento il bisogno di una persona o di una classe di persone nascosta, responsabile di tutto quello che secondo me non va bene nel mondo.

Il libro di Harispe avrebbe potuto essere scritto ieri, o almeno dopo l’inizio della crisi economica nel 2008:

Una delle ragioni del malessere e della sofferenza delle classi lavoratrici, una cosa che una volta di più rivela l’ipocrisia della nostra società, è il credito. Il credito nasconde la nostra efferatezza sotto un manto di generosità. In realtà, il credito è tiranno e sfruttatore. … Deviato dai suoi propositi sociali, è diventato il male della società, travolge le classi più povere, distrugge la loro esistenza e la loro sicurezza. Il credito è il sistema più sicuro con cui i capitalisti possono raddoppiare o triplicare il loro capitale nel più breve tempo possibile. Con esso costruiscono una fortuna sconcia fondata sulle macerie, le lacrime e la sofferenza degli sfortunati.

E poi le borse:

Le borse non hanno niente a che fare con il lavoro, l’attività reale, o anche la produzione. Tutto questo è ininfluente. Le borse sono alla mercé del capitale, che le fa andare su e giù secondo i propri capricci. Che un’industria sia molto prosperosa, che la produzione salga assieme ai profitti, tutto ciò non ha importanza. … Le borse, serve e complici del capitale, rapaci, ladre, marce, vanno giù in picchiata sulle azioni di queste industrie fiorenti per meglio dominarle.

Qualcuno ha letto di recente un’opinione simile, anche sulle pagine del Financial Times? Qualcuno ha visto anche solo l’ombra di un’opinione del genere negli ultimi sei o sette anni? È l’umanità che non capisce, o è il risentimento che riemerge in eterno?

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