Storia di Due Dogane


[Di Philippe Gastonne. Originale pubblicato su The Daily Bell il 29 aprile 2015 con il titolo A Tale of Two Borders. Traduzione di Enrico Sanna.]

censura_internet

Da un articolo del New York Times:

Pechino – Quando due anni fa Li Nanyang arrivò in Cina proveniente da Hong Kong, portò con sé qualcosa ampiamente anticipato da molti storici e pensatori cinesi: alcune dozzine di copie delle memorie di suo padre. Li Rui, ex funzionario del partito comunista in pensione, raccontava nel libro, vista dall’interno e senza tanti giri di parole, la sua esperienza ai vertici.

Mentre la signora Li passava alla dogana dell’aeroporto, le autorità le sequestrarono il libro, un’esperienza condivisa da sempre più cinesi che tornano a casa.

Se la censura di internet da parte delle autorità cinesi è nota a tutti, meno conosciuto è il suo sforzo aggressivo volto a intercettare le pubblicazioni in ingresso. La Li ha presentato denuncia nella speranza di cambiare la situazione, mettendo così in dubbio la legalità del sequestro. ~ New York Times, 26 aprile 2015

Non c’è niente che un editore ami di più che attaccare la censura. E ha ragione. Il tentativo dello stato di soffocare la conoscenza è sempre ripugnante. Troppo spesso, però, questa opposizione si trasforma in ipocrisia.

Il New York Times pende da questa parte quando parla del sequestro dei libri della Li da parte delle autorità cinesi. Quei cretini, incivili dei cinesi. Una cosa del genere non verrebbe mai tollerata qui negli Stati Uniti. Noi abbiamo il Primo Emendamento!

Solo che non è così. Per capire perché, leggete quest’altro articolo pubblicato su Quartz.com due giorni prima.

Il ministero degli esteri tedesco sul suo sito ha avvertito i viaggiatori che vanno negli Stati Uniti che i loro computer portatili, così come i dispositivi di memoria in genere, potrebbero essere soggetti a perquisizione da parte delle autorità americane. Quest’anno, alla manifestazione South by Southwest di Austin, nel Texas, un partecipante di Berlino mi ha raccontato di aver lasciato a casa un portatile e uno smartphone perché non si fidava delle autorità americane. In un primo momento ho pensato che fosse paranoico. Poi ho chiesto ad altri tedeschi amanti della tecnologia, i quali mi hanno confermato le lamentele.

“Molti miei amici che lavorano nel campo informatico non vanno più negli Stati Uniti per via delle normative doganali,” dice a Quartz Markus Beckdahl, del blog NetzPolitik. “Io non porterei mai con me i miei dispositivi, e se ci fossi costretto ripulirei il software in modo da non avere con me informazioni private e password.”

“[Negli Stati Uniti] porterei soltanto dei gadget innocenti e dischi rigidi vergini,” dice Biermann. “L’uomo della strada ha paura degli Stati Uniti. Il problema non è solo rappresentato dalla Nsa. A fare paura è anche anche lo strapotere di imprese come Google e Facebook.”

Quando si arriva negli Stati Uniti da un altro paese, o quando ci si ferma per fare scalo, gli agenti del dipartimento della sicurezza nazionale hanno l’autorizzazione, garantita dai regolamenti interni, per sequestrare qualunque dispositivo elettronico e copiarne i dati contenuti. Non devono specificare una ragione, e non hanno bisogno di un mandato.

Il governo dice che l’ingresso negli Stati Uniti non rientra nei diritti costituzionali, anche se si è cittadini americani. C’è l’obbligo di accettare queste condizioni. Si è costretti ad accettare la confisca o la copiatura dei dati.

Gli stranieri, come i tedeschi citati da Quartz, apparentemente sono soggetti a maggiori controlli rispetto agli americani. Non c’è da sorprendersi se sono contrari, e se quando devono venire qua lo fanno con riluttanza.

Questo porta a due conclusioni. Primo, se il New York Times vuole parlare di censura negli aeroporti basta che vada dall’altra parte della città, all’aeroporto Jfk. È certamente importante parlare dell’incidente di Pechino, ma lo stesso vale per quello che accade qui.

Secondo, i governi americano e cinese farebbero bene a rivedere le loro politiche. Dicono di essere a favore di un’economia globalizzata, ma scoraggiare chi vuole viaggiare non aiuta di certo. Immaginate l’impatto cumulativo causato da milioni di uomini d’affari che evitano di andare negli Stati Uniti o in Cina, o lo fanno senza quei dispositivi che solitamente portano con sé nei loro viaggi d’affari.

Con il tempo i costi si accumulano. Se è vero quello che dice l’amministrazione Obama, che vorrebbe promuovere il “libero commercio”, lasciare che la gente entri liberamente con la propria riservatezza intatta sarebbe un buon punto da cui cominciare.

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