Quale “Guerra per il Petrolio”?


oilwar

[Di Murray Rothbard. Originale pubblicato su The Irrepressible Rothbard nel mese di ottobre 1990 con il titolo What Kind of an “Oil War”? Traduzione di Enrico Sanna.]

Bush (padre, es) ha avuto la faccia tosta, nel suo discorso al pentagono del 15 agosto, di dire che “i nostri posti di lavoro, il nostro stile di vita, la nostra stessa libertà” sono in gioco nella guerra contro l’Iraq.

Libertà? Stile di vita? E come?

Poi arriva il riferimento al petrolio e alla sua importanza per gli Stati Uniti. Dunque, sotto la facciata della “guerra contro un nuovo Hitler” e “l’aggressione”, ecco l’ammissione franca che si tratta di una guerra per il petrolio. Rassicurante, per certi versi, perché accade raramente che l’imperialismo americano riconosca le ragioni eminentemente economiche delle sue aggressioni.

Ma in che genere di guerra per il petrolio ci stiamo imbarcando? La spiegazione usuale dei media è che, se non combattiamo per il Kuwait o per l’Arabia, il malefico Saddam Hussein prenderà il “controllo” del petrolio a livello mondiale, sarà il “re del petrolio mondiale”, come ha detto un giornalista della tivù.

La maggior parte dei commentatori ha comprensibilmente concentrato l’attenzione sui risvolti negativi per gli americani che dipendono dal petrolio, sul pericolo che Saddam, una volta assunto il controllo delle riserve e dei pozzi, possa mandare alle stelle le quotazioni colpendo così l’economia e i consumatori americani.

Ma proviamo a ragionarci sopra. L’Iraq, paese membro dell’Opec, ultimamente ha accusato il Kuwait di produrre più greggio della quota assegnatagli. L’Opec è un cartello di stati produttori di petrolio, e può far salire la quotazione del petrolio, secondo i principi dell’economia, tagliando la produzione. E affinché ci sia un taglio della produzione, cosa che nessuno vuole, devono esserci quote massime per ogni paese.

Ma un cartello non ha un potere illimitato. Gli introiti dipendono dall’andamento della domanda. L’Opec non può mandare le quotazioni petrolifere alle stelle, perché gli introiti crollerebbero in conseguenza del crollo degli acquisti.

L’aspetto peculiare di questa “crisi” è che l’Opec aveva molto più potere sulle quotazioni, e se ne è servito, negli anni settanta. Nei primi anni settanta riuscì a quadruplicare il prezzo del petrolio (a causa dell’embargo arabo del petrolio destinato agli Stati Uniti durante la guerra dei sei giorni), per poi raddoppiarlo nuovamente nel 1979 (dopo la chiusura dei pozzi iraniani seguita alla rivoluzione di Khomeini. Ma oggi l’Opec non ha più questo potere. Dopo lo choc petrolifero degli anni settanta, sono stati scoperti nuovi giacimenti fuori dalla sua orbita, ad esempio in Messico e nel Mare del Nord, e i consumatori, americani e non, stanno diminuendo la quantità relativa di petrolio consumato. Se nel 1973 l’Opec produceva il 56% del petrolio mondiale, oggi la percentuale è crollata al 32%. Contemporaneamente, la quantità di petrolio necessaria a produrre un dollaro di prodotto interno lordo è diminuita del 43%. Tutto questo era prevedibile con le teorie economiche: l’aumento dei prezzi fa salire l’offerta e spinge consumatori e altri acquirenti a restringere la domanda per spostarsi verso altre fonti energetiche, o verso una più efficiente produzione di energia da petrolio.

In realtà, come tutti riconoscono, se anche l’Iraq dovesse limitare ulteriormente la produzione Opec, la quotazione non salirebbe più di qualche dollaro al barile. Vale la pena imbarcarsi in una guerra dal costo incalcolabile, una guerra senza fine, per pagare il petrolio qualche dollaro in meno al barile, o la benzina qualche centesimo in meno al gallone.

E se il problema è l’aumento dei prezzi, perché gli Stati Uniti non si sono mossi in forze nel 1973 contro i paesi membri dell’Opec? Perché non hanno mandato le truppe in Arabia Saudita e Kuwait per costringerli con la forza ad abbassare il prezzo del greggio? Perché gli Stati Uniti dovrebbero mobilitarsi oggi per qualche dollaro al barile, se non fecero nulla quando il prezzo quadruplicò vent’anni fa?

E non solo. Quanto siano sincere le preoccupazioni del governo per i consumatori si capirebbe meglio se si capisse che quegli stessi liberal e centristi, che oggi smaniano per la guerra contro l’Iraq, smaniano anche per imporre una grossa tassa (qualcosa come cinquanta centesimi al gallone) sulla benzina, spennando così i consumatori americani più di quanto non potrebbe fare Saddam. Perché spennare spietatamente i consumatori va benissimo se è il governo americano a farlo? Proprio ora, liberal e centristi stanno chiedendo un aumento delle tasse sulla benzina.

E poi: L’embargo imposto al petrolio avrà come unico effetto l’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina, che saliranno più di quanto non avrebbe potuto fare Saddam in assenza di una crisi inventata dagli Stati Uniti.

E infine: Se l’amministrazione Bush e la banda formata da media, politici liberal e centristi hanno tutta questa voglia di far calare il prezzo del petrolio e stravedono per i consumatori americani, perché non chiedono al governo di togliere le restrizioni alle forniture americane? Nella fattispecie: espandere la produzione in Alaska (al diavolo il caribù!) e autorizzare l’estrazione al largo di Santa Barbara e altrove (al diavolo le spiagge incontaminate e la vista mare di cui gode, gratis, l’alta borghesia californiana!).

La guerra contro l’Iraq, dunque, non ha niente a che vedere con l’“interesse nazionale”, con la possibilità di avere petrolio in abbondanza e a basso prezzo. Significa che questa non è una “guerra per il petrolio”? No. Significa che è una guerra per il petrolio di tutt’altro genere, molto più maligno: una guerra non per i consumatori americani, ma per il controllo delle forniture e degli enormi profitti che vengono dal petrolio. In breve, una guerra a favore di interessi specifici e contro gli interessi dei consumatori, i contribuenti e tutti quelli che moriranno sul campo di battaglia.

In particolare, perché tutto questo odio per il cartellista (promotore di un cartello di produttori, es) Saddam, mentre ai cartellisti sauditi si riservano affetto e cortesia?

Prima cosa, la vecchia “amicizia” con i despoti “filooccidentali” della famiglia saudita. Questa “amicizia” si è concretizzata nella Aramco (Arabian-American Oil Co.) la compagnia dei Rockefeller che controlla interamente il petrolio saudita; e che da lungo tempo influenza, se non è che controlla, la politica estera americana. Dalla fine della seconda guerra mondiale, la Aramco (al 70 percento di proprietà delle compagnie dei Rockefeller, Exxon, Mobil e Socal, e al 30 percento della Texaco) produce tutto il petrolio saudita.

In origine, la Aramco avrebbe dovuto dare 30 milioni di dollari in royalty al re saudita Ibn Saud per la concessione del monopolio. Ma James A. Moffet, ex vicepresidente della Standard Oil del New Jersey (ora Exxon), nominato amministratore della Federal Housing durante la seconda guerra mondiale, usò la sua influenza per far pagare questi 30 milioni al tesoro americano. Il re saudita, inoltre, ottenne un “prestito” per altri 25 milioni dalla Export-Import Bank, controllata dai Rockefeller, milioni pagati dai contribuenti, per costruire una ferrovia di piacere che dalla capitale porta al suo palazzo estivo. Altri 165 milioni vennero dal presidente Roosevelt, che li stralciò segretamente dalla saccoccia dei fondi bellici per darli alla Aramco, che a sua volta li utilizzò per fare i primi lavori dell’oleodotto che avrebbe dovuto attraversare l’Arabia Saudita. Alle forze armate americane, infine, toccò il compito di costruire la base e l’aeroporto militare di Dhahran. Questa base, costata ai contribuenti americani oltre 6 milioni di dollari, fu ceduta gratis al re Ibn Saud nel 1949. Dhahran, non a caso, è in prossimità dei pozzi petroliferi della Aramco.

Durante gli anni settanta, la Aramco fu “nazionalizzata” dall’Arabia Saudita con un processo che si concluse nel 1980. Una finta nazionalizzazione, perché il consorzio Aramco ottenne subito dopo un contratto per la sua gestione esclusiva. Più della metà del petrolio saudita va al vecchio consorzio Aramco-Rockefeller, che poi lo vende con grande profitto a chi vuole in base alle regole dettate dal cartello saudita. La parte restante è gestita e distribuita direttamente dal governo saudita tramite Petromin (la General Petroleum and Marketing Organization), l’organizzazione di marketing del ministero saudita per il petrolio.

Il tutto, insomma, è un esempio felice di “collaborazione tra industria e stato”. Felice, intendiamoci, per la famiglia saudita e per gli interessi petroliferi dei Rockefeller.

L’Iraq, invece, fa ben pochi affari con l’Impero Rockefeller. Al contrario dei grossi affari che i Rockefeller fanno con l’Iran (ai tempi dello Scià), il Kuwait, l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo Persico. Le banche dichiarano di non avere né depositi né prestiti in corso con l’Iraq. Citibank (Rockefeller) ha già detto che il suo rischio di perdite in caso di guerra con l’Iraq è “zero”, e praticamente la stessa cosa hanno detto Chase Manhattan (Rockefeller) e il resto di Wall Street.

Dunque la guerra contro l’Iraq è una guerra per il petrolio, certo, ma non perché i consumatori possano avere petrolio abbondante e a buon prezzo. È la guerra dell’Impero Rockefeller contro uno sfacciato intruso. Il discorso di Bush al Pentagono assume significato quando afferma che tutto il mondo soffrirebbe “se il controllo delle maggiori riserve petrolifere mondiali dovesse cadere nelle mani di un solo uomo: Saddam Hussein.”

Pensate che George Bush, prima di diventare vicepresidente, era membro del comitato esecutivo della potente Commissione Trilaterale di David Rockefeller. Pensate al giovane George e ai suoi amici petrolieri del Texas, i quali trarranno benefici, non solo dall’aumento delle quotazioni petrolifere, ma anche dal controllo delle forniture e dai profitti che ne verranno.

È giusto che gli americani combattano, che muoiano, che siano rapinati come contribuenti, per far crescere i profitti dell’Impero Rockefeller? Questo è il dilemma che tutti noi abbiamo di fronte.

Ascoltiamo le parole dell’ammiraglio in pensione Gene LaRocque, capo del Center for Defense Information che lotta per la pace. LaRocque ha attaccato la guerra contro l’Iraq in toni che ricordano l’isolazionismo della vecchia destra: “Questa è una guerra per le quotazioni del petrolio e io non credo che si voglia sacrificare la vita anche di un solo americano per tenere basso il prezzo del petrolio o per tenere sul trono il re saudita.

Dovremmo anche ascoltare le parole di Mrs. Jeanne Kirkpatrick, poco nota per i suoi sentimenti isolazionisti. Saddam, scrive, “non rappresenta una minaccia diretta per gli Stati Uniti né per i suoi alleati.” E accusa Bush di voler combattere la guerra con lo spirito della dottrina Onu che ha legittimato le guerre di Corea e Vietnam: la sicurezza collettiva. “Quelle guerre,” nota, “non hanno sortito niente di buono.” Mrs. Kirkpatrick conclude dicendo che solo gli arabi, non gli Stati Uniti, possono risolvere il problema Saddam (Jeanne Kirkpatrick, New York Post, 13 agosto).

Da notare, infine, un’ultima ragione all’origine delle guerre di Bush: l’influsso della potente lobby sionista. Saddam Hussein non rappresenta alcuna minaccia per i consumatori americani né per gli interessi nazionali, ma è una minaccia, non solo per i profitti dei Rockefeller, ma anche per lo stato di Israele. Gli sionisti, sia nei media che in Congresso, sono quelli che trascinano il branco verso la guerra. Ed è con gioia che chiedono “la distruzione di Saddam e del suo potenziale militare.”

Tra i poteri più forti che influenzano la politica estera americana ci sono i Rockefeller con i loro interessi e la lobby sionista. Quando questi due si mettono assieme, state in guardia! Che voce possono avere l’americano medio e i suoi interessi?

Annunci

Scrivi un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...