Italia sull’Orlo


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[Di Joseph T. Salerno. Originale pubblicato su Mises Institute il 13 luglio 2016 con il titolo Italy on the Brink. Traduzione di Enrico Sanna.]

Come diversi articoli in questi ultimi giorni hanno fatto capire (qui, qui,qui e qui), l’Italia è sull’orlo di una crisi bancaria esplosiva. I crediti inesigibili e i “crediti in sofferenza” nelle mani del settore bancario ammontano a 360 miliardi di euro, un incredibile 17% di tutti i prestiti bancari italiani, pari a circa un quinto del pil annuale. Ma è anche molte volte il credito inesigibile che le banche italiane avevano durante il picco della crisi nel 2008. Dall’inizio del 2016 le quotazioni dei titoli bancari sono più che dimezzate. Le azioni del Monte dei Paschi di Siena, la banca italiana più antica e più sofferente, sono calate di oltre il 75%. E non aiuta il fatto che l’economia italiana lotti per uscire dall’ultima crisi finanziaria; le sue dimensioni sono ancora sotto dell’8% rispetto al 2008, grossomodo ai livelli della fine del secolo scorso.

Il governo italiano sta pensando di ricorrere ad un salvataggio esterno delle banche sfidando le norme della UE che impongono il “salvataggio interno”. Queste norme impongono ai creditori, soprattutto ai possessori di obbligazioni, una “tosata” prima di ricorrere al denaro dei contribuenti per “ricapitalizzare” le banche. Il governo italiano è riluttante a seguire queste norme perché quasi metà delle obbligazioni subordinate delle banche, per un valore di circa 31 miliardi, è stato venduto a famiglie e individui piuttosto che ad investitori professionisti. In caso di insolvenza, chi possiede obbligazioni subordinate è l’ultimo tra i creditori ad essere pagato. Appellandosi alla UE affinché sospenda le norme che impongono il salvataggio interno, il governo italiano cerca di far passare gli acquirenti di queste obbligazioni come piccoli risparmiatori ingenui. Ma così non sembra. Nel 2015 il governo italiano ha salvato quattro piccole banche. Seguendo le norme europee, ha imposto l’onere del salvataggio ai creditori, non sui contribuenti. Il risultato è stato che 12.500 “piccoli risparmiatori” hanno perso in totale 430 milioni in obbligazioni subordinate. Ovvero, 34.500 euro a testa.

Vediamo chi sono questi “piccoli risparmiatori” che il governo italiano è così ansioso di proteggere. Nel 2013, la ricchezza media di una famiglia italiana era di 145.469 euro, compresi beni materiali e finanziari. Difficile credere che una famiglia così perspicace e disciplinata da accumulare questa ricchezza netta sia poi così ingenua da correre ad investirne quasi un quarto in rischiose obbligazioni subordinate, soprattutto considerando che nel 2013 il totale delle obbligazioni bancarie ammontava a circa il 3% della ricchezza media lorda delle famiglie. La ragione porta a pensare che le obbligazioni subordinate siano una piccola parte dei portfolio di queste famiglie, la cui ricchezza è molto sopra la media: in altre parole, si tratta di famiglie ricche e con probabili agganci politici. Questo spiegherebbe perché il governo italiano è così determinato ad usare soldi dei contribuenti per salvare le banche.

Ma su questo argomento i negoziati tra il governo italiano e la UE potrebbero presto diventare inutili se “le varie voci non confermate riguardo i bancomat a secco dovessero rivelarsi vere.”

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