La Sparatoria di Dallas è Omicidio e Ritorsione


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[Di Dan Sanchez. Originale pubblicato su Foundation for Economic Education l’otto luglio 2016 con il titolo The Sniper Shooting in Dallas Was Both Murder and Blowback. Traduzione di Enrico Sanna.]

Cinque poliziotti sono stati uccisi e sei feriti a Dallas quando dei cecchini hanno aperto il fuoco durante una protesta contro la recente uccisione di Philando Castile e Alton Sterling ad opera della polizia. La sparatoria è un atto criminale da condannare.

Ma è anche una ritorsione.

Il motore di questo reciproco spargimento di sangue è il collettivismo.

“Ritorsione” è un termine generalmente riservato alla politica estera. Indica i contraccolpi dannosi degli interventi all’estero. Famosa e persuasiva è la definizione dell’undici settembre fatta da Ron Paul, che definì l’attacco il contraccolpo di decenni di guerra e imperialismo americano nel Medio Oriente allargato.

Negli anni ottanta, gli aiuti americani ai mujaheddin antisovietici in Afganistan contribuirono a porre le basi della futura rete jihadista di Osama bin Laden: al Qaeda. Negli anni novanta, altri interventi in Medio Oriente spinsero i jihadisti a voltare le spalle ai loro ex sostenitori e indire contro l’occidente un conflitto terroristico culminato negli attentati dell’undici settembre 2001.

La rabbia causata de quegli attacchi fornì la giustificazione per una massiccia guerra, attualmente ancora in corso, condotta dall’America contro il Medio Oriente. Questa Lunga Guerra è servita solo a precipitare l’intera regione nel caos e nella carneficina, aumentando esponenzialmente il numero degli jihadisti e degli aspiranti terroristi. Il risultato è che i civili occidentali continuano a subirne i contraccolpi sotto forma di attacchi terroristici a San Bernardino, Orlando, Parigi, Bruxelles, eccetera. Questi attacchi alimentano l’islamofobia e la richiesta di ulteriori violenze e repressioni contro i musulmani.

Punizione Collettiva

A spingere questo reciproco spargimento di sangue è il collettivismo. Vedere compagni aggrediti suscita paura e rabbia. Viste con la lente della ragione, paura e rabbia focalizzano la richiesta di giustizia sui singoli colpevoli. Rifratte dalla lente del collettivismo e delle reazioni a caldo, paura e rabbia si disperdono in odio e terrore indiscriminati, allargandosi ad intere popolazioni alle quali vengono ascritte colpe collettive e per le quali si chiede una punizione collettiva.

Prendete il collettivismo del tribalismo “bigotto” e aggiungete, per quanto riguarda alcuni individui, il collettivismo del terrore razziale, e comincerete a capire il dilagare della violenza da parte della polizia contro i neri americani.

Questa punizione collettiva di persone innocenti a sua volta suscita rabbia e paura tra i soggetti. Se anche loro sono affetti da collettivismo, ci sarà qualcuno che si lascerà trascinare dall’odio e dal terrore espressi in vendette violente indiscriminate: le ritorsioni. Queste vendette collettive generano ulteriori vendette collettive, e il ciclo della violenza va fuori controllo.

Il Fronte Casalingo

Ma questo fenomeno non è affatto ristretto agli affari internazionali. Può anche causare disordini civili. Quella che abbiamo visto a Dallas era una ritorsione, se non qualcosa di ancora più diabolico.

Gli americani si sentono sotto assedio. Persone diverse si sentono assediate da forze diverse. I neri americani in particolare da decenni soffrono di persecuzione da parte del sistema “giudiziario” americano: polizia violenta e persecutoria, incarcerazione di massa, multe per ogni cosa, eccetera. È soprattutto dall’estate 2014 che assistono ad una sequenza di foto e video di neri uccisi a fucilate, strangolati o costretti all’impotenza dalla polizia.

Anche questa violenza è spinta dal pensare in termini collettivi. Agli agenti di polizia è garantito uno status eccezionale nella società, una dispensa speciale che consente loro di commettere atti violenti e uscirne impuniti. Questo privilegio di casta ha instillato in molti agenti un profondo senso tribale, amplificato dai corsi di addestramento e dalla propaganda dei sindacati di polizia. I poliziotti sono addestrati con l’ossessione della “sicurezza dell’agente”, trattando chi sta fuori dalla “tribù azzurra” (che loro chiaramente “servono e proteggono”) come nemici: come se ogni americano con cui hanno a che fare fosse un pistolero pronto a farli fuori in un millisecondo. Questa paranoia, unita all’impunità che dà il distintivo, è ciò che rende l’incontro con la polizia potenzialmente letale. Soprattutto per i civili neri.

Prendiamo il collettivismo insito nel tribalismo “azzurro” già visto e aggiungiamo, in alcuni casi, il collettivismo del terrore razziale (l’idea preconcetta, irrazionale, di odio, secondo cui ogni nero maschio è un potenziale superpredatore), e si inizia a capire il perché dell’epidemia di violenza poliziesca contro i neri americani.

Odio e Terrore

Un distintivo non garantisce maggiori diritti, ma neanche nega i diritti umani di un agente.

Questa violenza della polizia ha causato paura e rabbia interamente giustificate. Praticamente tutte queste risposte emotive si sono espresse sotto forma di proteste pacifiche guidate dal movimento Black Lives Matter (Le Vite dei Neri Contano, es).

Ma per qualche persona imprevedibile il tutto può ridursi a terrore, odio e violenza indiscriminata: la ritorsione. Ismaaiyl Abdullah Brinsley era pieno di odio quando nel 2014 uccise due poliziotti newyorchesi fuori servizio, dopo l’uccisione di Michael Brown e Eric Garner. Lo stesso vale per chiunque abbia ucciso i cinque agenti a Dallas dopo l’uccisione di Philando Castile e Alton Sterling.

La vera giustizia è sempre individuale, mai collettiva. Un distintivo non garantisce più diritti, ma neanche nega i diritti umani di un agente. Le vittime della violenza della polizia hanno il diritto di difendersi dagli attacchi con forza proporzionale e contro i veri colpevoli. Loro, o i loro eredi, hanno diritto al risarcimento da parte degli individui specifici che hanno violato i loro diritti. Ma una “punizione” collettiva non è né difesa né risarcimento.

Come il terrorismo internazionale è spesso una ritorsione contro guerre e occupazioni internazionali, così l’attacco contro i poliziotti a Dallas è una ritorsione contro una polizia americana che si comporta come una forza di occupazione in casa.

E come le vittime degli attentati terroristici non meritano la morte per i crimini voluti da politici guerrafondai, così le vittime della sparatoria di ieri non meritano la morte per i crimini commessi da altri poliziotti.

Le rappresaglie collettive non sono giustizia. Sono un’odiosa forma di conflitto e omicidio. Ciò non cambia il fatto che astenersi dalla violenza collettiva è non solo la cosa giusta da fare, ma anche il modo migliore per evitare una rappresaglia altrettanto collettiva; ovvero, per evitare ritorsioni. Una politica estera pacifica non significa “accusare le vittime”. Ciò è non solo legittimo, ma anche il modo migliore per evitare il terrorismo. Né “accusare le vittime” rapresenta una politica giudiziaria nazionale. È che non solo è giusto, ma è anche il modo migliore per evitare disordini e terrorismo interno.

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