Dietrofront!


p42

[Di Brad McCall e Kimberly Rivera. Pubblicato originariamente su A-Rivista Anarchica del mese di marzo 2016. Tratto da About face. Military resisters turn against war. Traduzione di Guido Logomarsino.]

Storie tutte diverse e tutte sbagliate, di donne e uomini lasciatisi intrappolare dalla propaganda militare (e militarista). Una volta venute e venuti, in vario modo, a contatto con la realtà quotidiana della guerra, però…

Ma io non sono come loro

di Brad McCall

Avevo sentito le storie che si raccontavano sull’Iraq, storie e particolari di atrocità che venivano commesse contro persone innocenti in quel paese. I veterani che le raccontavano ne andavano fieri. Si vantavano. Si pavoneggiavano nel modo più assoluto per quello che avevano fatto e per quello che avevano fatto altri commilitoni delle loro unità. Ci ridevano su, sembrava fosse solo un grande scherzo e non vedevano l’ora di tornare indietro perché si divertivano ad ammazzare la gente.

Quando ascoltai per la prima volta quelle storie, la prima cosa che feci fu di correre al bagno e vomitare. Non riuscii a controllarmi. Mi faceva stare male, fisicamente. Quando mi ripresi, andai dritto dal mio comandante e gli riferii tutto. Lui disse “Bene, dovremo fare due chiacchiere con i veterani e assicurarci che non raccontino più a voi ragazzi queste storie”. Questo fu tutto ciò che fecero in merito. Quindi, da allora, per la prima volta mi sono messo a riflettere sul serio su me stesso, e persino su quali fossero le mie convinzioni politiche, morali e spirituali più profonde. Mi ribellai contro gran parte degli insegnamenti che i miei genitori mi avevano impartito da bambino e cercai di tentare di capire quali fossero le mie idee. Fuggii dalle regole che per tutta la vita avevo seguito, nel solco tracciato dai miei genitori.

Scoprii che non ero un conservatore come avevo sempre pensato di essere. Scoprii che la guerra in Iraq era malvagia, atroce, ridicola e che se fossi andato in Iraq mi sarei reso colpevole di crimini di guerra, se non agli occhi degli altri, sicuramente ai miei. Tutto ciò per me era più che sufficiente per mettere un punto e dire “No, non posso partire.” Se fossi partito lo stesso, sapendo tutto questo, e fossi tornato vivo, avrei dovuto vivere il resto della vita con la consapevolezza di aver partecipato a una guerra maledetta, scatenata per motivi ingiusti. Non sarei stato capace di vivere con me stesso. Perciò feci l’unico passo che conoscevo e domandai che mi fosse riconosciuto lo status di obiettore di coscienza. I miei superiori mi presero in giro per tre settimane, mentre imploravo, imploravo, imploravo che me lo concedessero, e alla fine scappai e andai in Canada. […]

Presi la decisione definitiva in un giorno. Ne parlai con un amico a Colorado Spring, e mi raccontò dei soldati che stavano scappando in Canada e io pensai “Forte!”. Così, da lì mi recai a casa di un altro amico con il mio pc portatile e scoprimmo che era davvero possibile. Trovammo su internet il sito dei soldati resistenti, e quella stessa notte feci la scelta di lasciare il paese la settimana successiva, ma dopo il giorno di paga. Sapevo che avrei avuto bisogno di soldi per affrontare la situazione e muovermi da un posto all’altro. [..]

La prima cosa che mi successe appena arrivai nella Columbia Britannica fu che mi arrestarono, sul confine. Nella settimana che rimasi a Fort Carson, entrai in contratto via e-mail con diversi canadesi che volevano aiutarmi. Allora non me ne ero accorto, ma i miei genitori avevano la mia password della posta elettronica e stavano seguendo quanto accadeva, e avevano inoltrato tutte le e-mail al mio comandante e al sergente. Sapevano quindi che stavo andando in Canada.

Fui arrestato al confine dalle guardie di frontiera canadesi, su richiesta dell’Esercito degli Stati Uniti.

[…] Mentre ero in prigione feci domanda di asilo, motivando tale richiesta sulla base della convinzione che se fossi tornato negli Stati Uniti sarei stato perseguitato o perseguito legalmente a causa delle mie posizioni politiche, morali e spirituali.

L’indottrinamento tra i banchi di scuola

Di Kimberly Rivera

Come sanno tanti, i reclutatori cominciano a puntarti quando sei molto giovane, alla scuola superiore, e spesso ti contattano anche a sedici anni, a volte non è facile indovinare l’età dei ragazzini a scuola. Se si accorgono che ancora non hai compiuto i sedici anni, o che non sei né al penultimo né all’ultimo anno, ti lasciano stare. Non parleranno con te per tutto il resto dell’anno. Poi però arriva l’anno successivo. Appena acquisiscono i tuoi dati dalla scuola, iniziano a chiamarti a casa; cominciano a sistemare i loro banchetti in sala mensa e a recitarti la loro tiritera ancora, e ancora, e ancora. Da studente di scuola superiore non sei davvero preparato, penso, a prendere decisioni che ti possono trasformare la vita, come è nel caso della scelta della carriera militare. Eppure io l’ho presa, questa decisione, e a volte sento che sono stata un po’ forzata a prenderla, perché essendo ancora a scuola vivevo a casa con mia madre e mio padre e non avrei mai voluto essere di peso per loro. Perciò ho pensato “bene, questo può essere il modo migliore per mettere da parte i soldi per la scuola.”

I reclutatori fecero firmare ai miei genitori una specie di modulo di autorizzazione o roba simile per avere il permesso di parlare con noi. Ma poi venne fuori che non era solo un permesso per parlare con me, era un’autorizzazione dei genitori a permettergli di arruolarmi. […]

Nel 2000, al penultimo anno, ci andai, feci il test e poi dovetti parlare con un consulente militare. Il consulente è quello che dice, in base al punteggio ottenuto nel test, per quale tipo di lavoro ci si è qualificati. Mi hanno dato tre opzioni di lavoro tra cui scegliere, e io ne ho scelto una, non sapendo che scegliendo quel lavoro stavo effettivamente firmando un contratto militare. Dopo averlo firmato, ho dovuto faticare a convincermi di aver fatto la cosa giusta, e che quella sarebbe stata la scelta giusta per me. Succede così in fretta. Appena hai scelto il lavoro, sei lì, seduta nella stanzetta e in sostanza aspetti solo di fare il giuramento. Da quel momento mi ripetevo “Sai che c’è? Mi sono appena arruolata”. Avevo diciassette anni.

Andai al campo di addestramento reclute. Nulla mi sembrava davvero reale. Ero cresciuta in Texas, sempre circondata da armi. Ero davvero un maschiaccio, perciò fare quel tipo di cose, allenarsi, fare le corsette a ostacoli, e tutto quel gridare “Uccidi! Uccidi! Uccidi!” mi sembrava solo un gioco, in fondo. Non era reale. […]

Annunci

Scrivi un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...