Quando non Servivano Passaporti o Visti


migranti

[Di Speranta Dumitru. Originale pubblicato su The Conversation il 27 settembre 2016 con il titolo When world leaders thought you shouldn’t need passports or visas. Traduzione di Enrico Sanna.]

In un’epoca di forti restrizioni alle migrazioni, il passaporto sembra una naturale prerogativa dello stato. Abolire i passaporti è quasi impensabile. Ma ancora nel ventesimo secolo gli stati consideravano la loro “abolizione totale” un obiettivo importante, argomento anche di varie conferenze internazionali.

La prima conferenza sul passaporto si tenne a Parigi nel 1920, sotto gli auspici della Lega delle Nazioni (predecessore delle Nazioni Unite). La restaurazione del regime prebellico della libertà di movimento era tra gli obiettivi della Commissione per le Comunicazioni e il Transito.

Per gran parte dell’Ottocento, come dice un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del 1922,

Generalmente, non ci furono ostacoli alle migrazioni, ogni migrante poteva decidere quando partire, quando arrivare o quando tornare, secondo le proprie convenienze.

Ma la prima guerra mondiale portò forti restrizioni alla libertà di movimento.

Nel 1914, gli stati belligeranti di Francia, Germania e, più tardi, l’Italia, furono i primi ad imporre l’obbligo del passaporto, una misura subito copiata da altri, compresi stati neutrali come Spagna, Danimarca e Svizzera.

L’obbligo del passaporto si diffuse alla fine della guerra. Nel 1919, il Trattato di Versailles, che istituì la Lega delle Nazioni, dichiarò che gli stati membri si sarebbero impegnati ad “assicurare e mantenere la libertà di comunicazione e movimento”.

Ma è più facile imporre barriere che smantellarle. La conferenza di Parigi del 1920 riconosceva che le restrizioni alla libertà di movimento colpiscono “le relazioni tra persone di paesi diversi” e “costituiscono un serio ostacolo alla ripresa delle normali relazioni e alla ripresa economica mondiale”.

Ma i delegati capivano anche che questioni di sicurezza impedivano,

allo stato attuale, l’abolizione totale delle restrizioni e il ristabilimento completo delle condizioni prebelliche che la Conferenza spera, ciononostante, di vedere gradualmente ristabilite nel futuro prossimo.

Per facilitare la libertà di movimento, i partecipanti si accordarono su un passaporto internazionale uniformato, emesso per un solo viaggio o per un periodo di due anni. È così che abbiamo finito per avere gli attuali passaporti.

I partecipanti decisero anche di abolire i visti d’uscita e di abbassare il costo dei visti d’ingresso.

Durante la conferenza seguente, diverse risoluzioni evidenziarono ancora l’obiettivo di abolire i passaporti, salvo poi concludere che i tempi non erano ancora maturi. Durante la Conferenza Internazionale sull’Emigrazione e l’Immigrazione, tenutasi a Roma nel 1924, si confermava “la necessità di abolire i passaporti al più presto possibile” ma al tempo stesso si avallavano altre misure per facilitare gli spostamenti. Tra queste ultime, l’aumento degli uffici abilitati a rilasciare il passaporto, permettendo così ai migranti di risparmiare tempo e denaro.

Nel 1926 a Ginevra, il delegato polacco Franciszek Sokal aprì la sessione chiedendo chiaramente alle parti di adottare “come regola generale che tutti gli stati membri della Lega delle Nazioni aboliscano i passaporti”.

A quei tempi, passaporti e visti erano ancora considerati un serio ostacolo alla libertà di movimento, come disse Mr Junod della Camera di Commercio Internazionale:

Non potrebbe la Conferenza adottare una risoluzione che contempli l’abolizione dei passaporti il più presto possibile? L’opinione pubblica lo considererebbe un passo nella direzione giusta.

Ma a quel punto la maggior parte dei governi aveva già adottato il passaporto uniformato e alcuni ci vedevano un documento importante volto a proteggere i migranti. Come ricordò il delegato italiano, le condizioni dopo la guerra erano cambiate e il passaporto era “particolarmente necessario come documento di identificazione per i lavoratori e i loro famigliari; offriva la necessaria protezione e dava la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno.”

Un altro delegato, giustificando il suo rifiuto di tornare al regime prebellico, citò l’Unione Sovietica. Disse:

Le condizioni sono così cambiate dalla guerra che tutti siamo costretti a prendere in considerazione molte cose che prima potevamo ignorare.

Le discussioni sul passaporto ripresero dopo la seconda guerra mondiale.

Nel 1947, il primo problema affrontato ad un incontro di esperti in preparazione della Conferenza Mondiale Onu sui Passaporti e le Formalità alle Frontiere, fu “la possibilità di un ritorno al regime esistente prima del 1914, che come norma generale non prevedeva l’obbligo del passaporto per spostarsi”.

Ma i delegati stabilirono chiaramente che un ritorno ad un mondo senza passaporti sarebbe stato possibile solo con un ritorno alle condizioni prevalenti prima della prima guerra mondiale. Nel 1947 questo era già un sogno lontano. Gli esperti consigliarono una serie di accordi bilaterali o multilaterali.

Ancora nel 1963 i leader mondiali parlavano dell’eliminazione dei passaporti, quando la Conferenza Onu sul Turismo e i Viaggi Internazionali riconobbe che, “da un punto di vista sia economico che sociale, era auspicabile la possibilità di viaggiare sempre più liberamente”. Ancora una volta si parlò della “impossibilità di abolire i passaporti in tutto il mondo.”

Oggi né la popolazione né i governi considerano i passaporti un ostacolo serio alla libertà di movimento, anche se chi vorrebbe viaggiare dallo Yemen, dall’Afghanistan o dalla Somalia non sarebbe affatto d’accordo.

È bastato meno di un secolo, a quanto pare, per considerare l’assenza di libertà una condizione naturale.

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