Scienza o Gerarchia?


Scienziato in laboratorio

[Di Xavier Zambrana-Puyalto. Originale pubblicato su Center for a Stateless Society il 13 dicembre 2016 con il titolo Science or Hierarchy? Traduzione di Enrico Sanna.]

Nel mondo accademico c’è una sensazione diffusa: tutto potrebbe essere fatto molto meglio. Ma cos’è esattamente che non va bene? A mio parere, il problema principale è che abbiamo permesso ad una “autorità irrazionale” (ovvero una gerarchia) di usurpare la ragione e la conoscenza.

Chiariamo subito la differenza tra autorità razionale e irrazionale. Come sosteneva lo psicoanalista Erich Fromm, “L’autorità razionale si basa sulla competenza, e aiuta a crescere chi se ne serve. L’autorità irrazionale si basa sul potere e serve a sfruttare i suoi sottoposti.”

Ovvero, una cosa è sostenere l’erroneità di un esperimento o di un articolo e spiegare perché (autorità razionale), e altro è sostenere l’erroneità solo perché qualcuno al potere dice che è così (gerarchia).

Le pubblicazioni sono un chiaro esempio di come la gerarchia abbia usurpato conoscenza e competenza. La decisione di pubblicare o meno un articolo è compito di una sola persona: il direttore della rivista. La decisione dovrebbe avere basi scientifiche, ovvero razionali, basate sulla conoscenza o sull’osservazione della natura. Ma visto che è impossibile che il direttore sia uno specialista degli argomenti trattati in ogni articolo sottoposto a revisione, ecco che delega i garanti. I garanti sarebbero teoricamente scienziati neutrali che per il bene della scienza danno altruisticamente la loro opinione sugli articoli. Ma un sistema revisionistico opaco (gli autori non conoscono i garanti e i direttori basano la loro opinione su quella dei garanti) trasforma i garanti in autorità al di sopra degli autori. Il processo revisionale crea non solo gerarchia ma anche privilegio. Poiché gli autori non sanno chi sono i garanti, questi ultimi non si sentono vincolati al rigore scientifico. Ecco quindi che la validità di un articolo scientifico finisce per essere decisa da un non-specialista (il direttore) e poche altre persone (i garanti), alle quali il direttore garantisce assenza di responsabilità, anche quando le loro revisioni non si basano su principi scientifici. Io credo che questo abbassi molto la qualità della ricerca scientifica.

Un’altra importante gerarchia è quella creata dai diversi editori o riviste. Accettando l’uso del “fattore d’impatto” (FI) [1] come misura della qualità di una rivista, ecco che la comunità crea un’altra gerarchia basata sul FI. S’intende generalmente che la migliore rivista scientifica sia quella con il FI più alto. Pubblicare in una rivista con un alto FI conferisce immediatamente una certa importanza al lavoro, mentre il contrario indica mediocrità. È vero che l’ultima parola spetta alla comunità scientifica: ci sono articoli mediocri in riviste con alto FI, mentre altri pubblicati su riviste con basso FI hanno un impatto maggiore. Ma la confusione creata da queste gerarchie può durare inalterata a lungo. La questione, ancora una volta, è che pochissime persone decidono sulla qualità, l’originalità, la difficoltà, eccetera. Ovvero i direttori di riviste ad alto FI più i garanti scelti da loro stessi per valutare gli articoli. Si aggiunga poi il fatto che questi direttori tendono a scegliere garanti noti (affermati), influenzando ulteriormente il processo.

Da notare che l’opinione di poche persone che, usando la gerarchia FI, determinano qualità, originalità, rilevanza, eccetera, guida il nostro opaco sistema di finanziamento. Poiché le riviste ad alto FI si immagina che abbiano il massimo della qualità, la maggior parte dei finanziamenti va ai progetti e agli autori che finiscono su quelle riviste. Questo lascia poco spazio alla dissidenza scientifica. Gli scienziati devono scegliere: lavorare basandosi su ciò che loro ritengono importante/interessante/originale, o su ciò che è importante secondo un gruppetto di persone. A volte le due opzioni si sovrappongono, ma non necessariamente. È così che, con l’aiuto di sistemi finanziatori opachi, le relazioni gerarchiche basate su un alto FI determinano l’ambito di lavoro dei ricercatori.

Come se ne esce? Possiamo ideare un modo per pubblicare/condividere il lavoro scientifico senza creare gerarchie? Io credo di sì, ed è semplicissimo. Io sono a favore di un sistema di pubblicazione globale che sia autogestito, trasparente e aperto [2]. Immaginate una piattaforma su internet dove si pubblicano/condividono tutti i lavori. Diverse sezioni autogestite riprodurrebbero le varie branche scientifiche. Ogni autore dovrebbe avere un account o un profilo nella piattaforma. Il profilo deve contenere (almeno) tutti gli articoli a cui lo scienziato ha contribuito, e tutte le sue recensioni. Ogni membro della piattaforma deve avere accesso libero ai profili. Così, una volta pubblicato sulla piattaforma, l’articolo è recensito pubblicamente. Ovvero, sono altri scienziati a giudicare la validità, la qualità, eccetera, in modo spontaneo e trasparente. Ovviamente, chi legge un articolo può leggere anche i commenti di altri colleghi. Eliminate riviste e direttori, scomparirebbero anche le gerarchie descritte prima. Non ci sarebbero più garanti anonimi e privi di responsabilità visto che il sistema sarebbe completamente trasparente. Ultimo ma non per importanza, il sistema promuove la discussione pacifica e basata sui fatti, cosa che un ricercatore dovrebbe coltivare e considerare preziosa e che purtroppo è nascosta sotto un sistema editoriale opaco.

Io ho avuto l’occasione di esprimere questa idea a diversi colleghi scienziati. Non ho mai avuto difficoltà a far capire che un’autorità irrazionale impedisce il progresso scientifico e spiegare come noi possiamo organizzarci e reagire. Per questo sono ottimista e credo in un futuro senza gerarchie. Una delle poche obiezioni che ho sentito è: “Se questo procedimento è trasparente come dici, è possibile che professori famosi non vi aderiscano per timore di guastarsi la reputazione.” In un certo senso, ero ben felice di sentire quest’obiezione, perché va proprio al cuore del problema. Se abbiamo una certa reputazione, dobbiamo dimostrare di meritarla. Se non ci riusciamo, forse è perché non la meritiamo più. Nell’ambito scientifico diamo importanza a conoscenza e competenza, dunque è positivo che si ammiri o si apprenda da chi ha più conoscenza e/o competenza. Questo genere di reputazione, che aiuta a crescere le persone che vi confidano, Erich Fromm la definisce autorità razionale. Al contrario, una reputazione ingiustificata è molto corrosiva: crea frustrazione in chi vi confida, e dà autorità scientifica a chi non la possiede, creando confusione e distrazione nella comunità. Un sistema aperto, globale, trasparente e autogestito come quello descritto più su aiuterebbe a smantellare le attuali gerarchie proprie della comunità.

Il lettore avrà già capito che non amo le gerarchie. Anzi sono convinto che la gerarchia (intesa come autorità irrazionale) sia un fatto negativo in qualunque ambito della vita. Nel caso della scienza, non si tratta di una fede ma di un postulato alla base del progresso scientifico. Da un lato, la scienza avanza grazie a teorie formulate usando principi logici, e la cui validità non può essere smentita con dati sperimentali. Teoria e osservazione diventano conoscenza tramite il consenso, raggiunto dopo un dibattito sufficiente e conferme sperimentali. Dall’altro lato, le gerarchie limitano il dibattito, impongono il consenso e distruggono la logica su cui si basano le teorie scientifiche. Per questo credo che ogni scienziato debba denunciare l’esistenza nell’ambito scientifico di gerarchie e di strutture basate su autorità ingiustificate.

Certo occorrerebbe anche spiegare come la ricerca viene usata per imbrogliare i contribuenti [3]. Io credo che il problema gerarchia citato sopra possa convivere facilmente con un sistema economico molto più equo.


Note

1. Il fattore di impatto della rivista A nell’anno X è definito dal numero totale di citazioni ricevute dagli articoli pubblicati su A nei due anni precedenti (X-2, X-1), diviso il numero di articoli pubblicati su A in X-2 e X-1. Se il FI di A è 2,4 nell’anno X, questo significa che tutti gli articoli pubblicati su A negli anni X-2 e X-1 hanno ricevuto in media 2,4 citazioni in due anni.

2. “Aperto”, ovvero “open” come inteso nella comunità di software Open-source.

3. Due grossi esempi per chi non conosce questi imbrogli. Pubblicazione: I ricercatori (pagati il più delle volte con soldi pubblici) lavorano e ottengono risultati che possono interessare altri ricercatori. Un autore decide di pubblicare il suo contributo su una rivista scientifica e per far questo deve pagare. La rivista ha il copyright dell’articolo. Una volta pubblicato, tutti (compreso l’autore) devono pagare l’editore per leggere l’articolo pubblicato. Finanziamenti: Lo stato impone le tasse ai cittadini. Con una parte di queste tasse, può finanziare ricerche ad elevato rischio. Quando si arriva ad una scoperta che può sfociare in un prodotto, il ricercatore è incoraggiato a brevettarla. Lo stato dà il diritto di proprietà intellettuale (PI) all’autore della scoperta e/o all’istituto per cui lavora. Con il brevetto, lo stato crea un monopolio a vantaggio dell’autore per un certo periodo di tempo. Durante questo lasso di tempo, il ricercatore può o mettere su una società e realizzare il prodotto finale, o vendere la PI dell’idea ad un’altra società, che a sua volta realizzerà il prodotto. Da notare che il rischio a questo punto è molto più basso che nella fase iniziale, quando la ricerca viene finanziata con soldi pubblici. I soldi iniziali dei contribuenti, inoltre, danno come esito qualcosa che è proprietà esclusiva di pochissimi. Se questi pochissimi riescono a realizzare un prodotto finale, i contribuenti si ritrovano a pagare per l’acquisto di quel prodotto realizzato grazie ai loro stessi soldi. Grazie alla privatizzazione di idee garantita dalla PI, lo stato assicura che la ricchezza non sia condivisa. O forse sono io che non capisco, e i contribuenti sono così contenti del fatto che i loro soldi abbiano contribuito al progresso che vogliono pagare un’altra volta per il prodotto finale invece di partecipare agli utili del loro involontario investimento iniziale.

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