Stiamo Vivendo il Crollo del Capitalismo


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[Intervista di Joseph Confavreux e Jade Lindgaard a Jason W. Moore. Pubblicata su blackblog Franco Senia il 18 gennaio 2017.]

Uno storico propone una tesi controcorrente: la natura non è stata sfruttata, ma è stata prodotta dal capitalismo, il quale se n’è servito per creare della ricchezza. Per Jason W. Moore, è assai più moderno e molto più fruttuoso pensare una «ecologia-mondo».
Via via che si diffonde e si discute il concetto di antropocene, la sfida che propone e la critica che ne viene fatta si diversifica e si intensifica. Lo storico Jason W. Moore ha formulato una delle critiche più forti, opponendogli il concetto di «capitalocene». Lo spiega qui, in una delle sue prime interviste in francese. Nel suo libro, “Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital”, cerca di superare il dualismo fra natura e società e di andare al di là del «ecosocialismo».

Mentre diventa sempre più popolare il concetto di antropocene, per descrivere l’impatto distruttivo della specie umana sul suo ambiente di vita, lei gli oppone il concetto di «capitalocene». Perché?

Jason W. Moore: L’antropocene è diventato il maggior concetto ambientale del nostro tempo. Esso descrive il fatto per cui l’essere umano è diventato una forza geofisica, ed ha cominciato a trasformare la biosfera ad un tal punto che minaccia la capacità del pianeta di sostenere la vita. In tal senso, il concetto di antropocene è molto interessante.

Per i geologhi, parlare di antropocene solleva la questione dell’inizio di questa nuova era geologica: si tratta di molte centinaia d’anni? Risale alla fine della seconda guerra mondiale? O a dopo il 1850, con l’aumento del tasso di CO2 nell’atmosfera, indotto dalla rivoluzione industriale, come sostiene la maggior parte dei ricercatori?

Ma questo modo di vedere la storia umana pone un problema. In primo luogo, perché si tratta di cattiva storia, in quanto la trasformazione della biosfera da parte dell’attività umana non è stata prodotta da tutti gli uomini in parti uguali. C’è innanzitutto la responsabilità delle popolazioni che detengono la ricchezza ed il potere. Poi, perché in questo modo si ignora il vero punto di svolta nelle relazioni fra l’uomo e la natura, che avviene assai prima, e che si può datare simbolicamente al 1492. Le emissioni di CO2 si sono intensificate a partire dal 19° secolo, ma il nostro modo di trattare la natura risale a molto prima. Nel 16° secolo, l’invenzione del capitalismo è stata anche l’invenzione di una maniera di pensare e di trattare la natura, separandola totalmente dall’umanità. Nell’Europa medievale, così come in numerose altre civiltà, gli esseri umani si percepivano come distinti dalla natura ma eppure ne facevano parte comunque. Con il sorgere del capitalismo, questa distinzione si è trasformata in dualismo, come se la natura si trovasse in una scatola, e la società in un’altra scatola. Nel 16° e nel 17° secolo la «società» era in realtà riservata ad una porzione ristretta dell’umanità. Gli schiavi africani, le popolazioni indigene delle Americhe, ma anche la grande maggioranza delle donne, erano state fatte entrare in questa categoria di «natura». In realtà la separazione degli esseri umani e della natura era pertanto del tutto simbolica.

Oggi, non più di ieri, non siamo separati dalla natura. La nostra vita quotidiana è intimamente legata ad essa, su una scala geografica inedita. I computer che utilizziamo, il cibo che ingeriamo, gli abiti che portiamo, l’aria che respiriamo dipendono da ciò che avviene dall’altra parte del pianeta. Il «capitalocene» pertanto afferma che noi viviamo nell’era del capitale, e non nell’«era dell’uomo», e che «l’era del capitale» non designa soltanto un senso strettamente economico, ma una maniera di organizzare la natura, sia facendo della natura qualcosa di esterno all’uomo, sia facendo della natura qualcosa di «cheap», nel doppio senso che può avere tale termine in inglese: ciò che è a buon mercato, ma anche il verbo «cheapen» che significa sminuire, abbassare, deprezzare, degradare…

La sua critica dell’antropocene è forte. Ma da un punto di vista strategico, si deve andare contro questo concetto che sta diventando un riferimento condiviso? L’idea che l’umanità è diventata talmente potente da aver distrutto il pianeta colpisce e sembra che cominci a suscitare una presa di coscienza. Non c’è quindi il rischio che un concetto, come quello di capitalocene, anche se più preciso storicamente e politicamente, dia l’impressione di tornare ad un vecchio quadro interpretativo, proveniente dalla tradizione marxista?

Jason W. Moore: Io non mi scaglio contro il concetto di antropocene. Lo vedo come un inizio. Ma esso pone delle questioni alle quali non si può non rispondere. Mostra come l’umanità si diventata una forza geologica. Ma non risponde alla questione di sapere come gli uomini fanno la storia in relazione con la natura, e come l’umanità si sia discostata dalla natura. Nel 21° secolo, non si deve solo comprendere ciò che accade, ma anche come e perché si verificano simultaneamente la sesta estinzione delle specie, il cambiamento climatico, l’impennata delle disuguaglianze e la crisi finanziaria. I climatologi hanno dimostrato che nei prossimi decenni il clima cambierà in maniera decisiva e che questo influenzerà rapidamente la nostra vita. Ma se ci si accontenta del concetto di antropocene, ci possiamo mobilitare per mezzo di geo-ingegneri o per sostenere un neo-malthusianesimo nei confronti dei paesi poveri. Se si vuole capire che le relazioni fra i popoli, i problemi di razza, di genere, di dominio sono tutti parti pregnanti di ciò che io chiamo la «rete della vita», e sono legate al modo in cui l’uomo pensa e pratica la natura, bisogna pensare al di là di questo concetto di antropocene, anche se esso è popolare.

Può spiegare questo concetto di «rete della vita»?

Jason W. Moore: È molto semplice. Assume la natura come un tutto. Ma è un modo di parlare all’immaginazione delle persone. Noi tutti abbiamo la sensazione di sapere che cos’è la natura. Se diciamo «rete della vita» ecco che non siamo più sicuri di che cosa voglia dire. E allora si può porre di nuovo la questione decisiva di sapere ciò che vuol dire avere una «rete della vita» e possiamo cercare in che modo gli esseri umani sono parte pregnante di questa tela della vita, mentre l’umanità si immagina ancora spesso del tutto separata da «la natura».

Nel suo libro “Capitalism in the Web of Life”, lei critica il cosiddetto «pensiero verde», i pensatori ecologisti, che accusano il capitalismo di distruggere la natura sfruttandola, mentre invece, secondo lei, il capitalismo avrebbe coprodotto la natura. Che cosa vuole dire?

Jason W. Moore: A mio avviso, il capitalismo coproduce la natura, e viceversa. Il capitalismo ha inventato una forma assai strana di organizzazione dell’umanità e della natura, che contrasta interamente con l’organizzazione delle civiltà agrarie che l’hanno preceduto. Anziché basarsi sulla produttività della terra in quanto base della ricchezza, è stata la produttività del lavoro a diventare la principale fonte di ricchezza. Questo ha un impatto considerevole sull’ambiente, perché in un sistema che si fonda sulla produttività della terra, quel che si vuole è ottenere il massimo di riso o di grano a partire da un ettaro di terra. In un sistema basato sulla produttività del lavoro, quel che si vuole è ottenere il maggior numero possibile di chili di riso o di grano a partire dalle ore di lavoro. Perciò, si cercherà di aumentare costantemente la quantità di materiale naturale che passa per le mani dei lavoratori, sia che si tratti di acciaio, di energia, di frumento. Si tratta di aumentare costantemente questo volume. Pertanto, dopo il 16° secolo, una rivoluzione senza precedenti nel modo in cui l’uomo ha costruito il suo ambiente, su una scala e ad una velocità mai conosciuta fino ad allora.

Certo, gli egiziani avevano costruito le piramidi e i cinesi, la Grande Muraglia, vale a dire dei progetti giganteschi. Ma non si erano mai avute delle trasformazioni così rapide dei paesaggi, come con le deforestazioni dal Brasile alla Polonia, con la bonifica delle terre umide, lo scavo di miniere, l’inizio delle grandi estrazioni minerarie… Questo grande cambiamento è stato nascosto per mezzo della rivoluzione industriale – epoca in cui facciamo iniziare l’impatto del capitalismo sulle nostre relazioni con la natura – mentre è molto più antico. Le potenze capitaliste e coloniali, a partire dal 16° secolo, hanno cercato al di là delle loro frontiere delle risorse, del lavoro e dell’energia a buon mercato. L’unica differenza consiste nel fatto che nel 16° secolo, le frontiere si trovavano ancora sulla superficie del pianeta, mentre che nel 19° secolo, la frontiera si disloca sotto terra con lo sfruttamento delle miniere di carbone, che hanno permesso di costruire le strade, le ferrovie e le navi che, a loro volta, hanno permesso di spingere più in là le frontiere terrestri dov’era possibile andare a cercare quelle risorse naturali e quel lavoro a buon mercato. La sola maniera di continuare ad accumulare delle ricchezze in maniera permanente e di reinvestirle per poter accumularne ancora di più – cosa che è la definizione di capitale – è trovare indefinitamente delle nuove fonti di ricchezza dove la natura sia tanto a buon mercato, quanto deprezzata e degradata. In Inghilterra, si è cominciato col tagliare gli alberi, poi a scavare delle miniere di carbone, per poi successivamente arrivare all’Impero estrattivo del petrolio.

Quel che lei dice richiama il libro di Timothy Mitchell dal titolo “Carbon Democracy”, che mostra come i sistemi politici e le fonti di energia siano correlati e che nella storia si sono costituiti i sistemi politici più adeguati a sfruttare questa o quella fonte di energia. Ma nel suo libro, si legge che non sono solamente le fonti di energia che producono i sistemi sociali, ma è l’insieme delle relazioni fra la natura e gli uomini.

Jason W. Moore: Sono del tutto d’accordo nel dire che il petrolio ha plasmato il modo in cui il mondo è organizzato politicamente e geopoliticamente. E si può assolutamente dire che il carbone è stato il carburante del capitalismo, e viceversa. Ma diffido rispetto alla tendenza a fare di questa o di quella risorsa una sorta di divinità che spiegherebbe tutte le organizzazioni umane. Ciò che conta, è comprendere la relazione e non il prodotto in sé, comprendere ad esempio come il carbone, che per migliaia di anni è stato solamente un pietra nel terreno, abbia potuto diventare una fonte di energia fossile, per mezzo di quali relazioni di produzione e di potere.

Lei utilizza spesso il concetto di «ideologia-mondo». A cosa serve?

Jason W. Moore: Il concetto di ecologia-mondo proviene dallo storico Fernand Braudel, inventore del concetto di economia-mondo. Per lui, l’economia-mondo non è affatto l’economia del mondo, così come per me l’ecologia-mondo non è l’ecologia del mondo. Per Braudel, l’economia non si situa solo nello spazio, ma produce lo spazio ed è prodotta dallo spazio. Lo stesso vale per l’ecologia. L’ecologia-mondo considera l’ecologia come l’oikos, la casa, che permette di pensare le specie ed il loro ambiente come un tutto, come una relazione multiforme nella quale le specie producono l’ambiente, e l’ambiente produce le specie, simultaneamente. L’ecologia-mondo condivide con il «pensiero verde» l’idea che gli esseri umani sono a pieno titolo parte della natura

Ma gli storici dell’ambiente parlano soprattutto dell’influenza del clima sugli uomini, e talvolta riprendono l’idea di una forma di dualismo. Ad esempio, raccontando come le rivoluzioni americana e francese, e ad Haiti, sono anche il prodotto di una crisi dei sistemi agrari, oppure come il fiorire della civiltà medievale corrisponda ad un periodo caldo del clima europeo. Ma c’è di più di quello. Il concetto di ecologia-mondo dev’essere visto più che come un’affermazione, come una conversazione che permette di raccontare altrimenti la storia, parlando di questa coproduzione fra i sistemi umani e i modi di iscriversi nella natura, in cui il capitalismo è solamente una data forma storica.

In che cosa la sua critica della storia, così come viene abitualmente raccontata, può gettare una luce diversa per la nostra comprensione di quel che sta accadendo oggi?

Jason W. Moore: Noi dobbiamo capire che la crisi della modernità è una crisi singolare ma che ha molte forme di esprimersi. L’instabilità finanziaria, lo sconvolgimento climatico, la sesta estinzione delle specie, le disuguaglianze nel mondo, hanno una fonte comune: il capitalismo, che può anche essere definito come l’ecologia-mondo, vale a dire una maniera particolare di organizzare le relazioni fra gli esseri umani e la natura. Un tale ampio quadro di interpretazione permette ai movimenti sociali di creare delle alleanze costruttive che superino la divisione fra giustizia sociale e giustizia ambientale.

I movimenti per la giustizia climatica fanno del clima un problema del potere e del capitalismo. È la prospettiva dell’ecologia-mondo. La posta in gioco, è il diritto a nutrirsi, l’autodeterminazione culturale, e la democrazia egualitaria. Tutt’e tre le cose allo stesso tempo. Si tratta di una nuova ontologia politica. Il capitalismo avanza comprando coloro che lo sfidano. Ma quelli che lo sfidano in nome della sovranità alimentare o in nome del clima hanno una visione alternativa di un mondo che funzionerebbe sulla base di principi assai differenti.

Ma i movimenti sociali non si organizzano del tutto su questa base: il discorso sulla giustizia sociale assai spesso si oppone al discorso ambientale.

Jason W. Moore: È estremamente frustante. Molte persone credono ancora che la società e la natura siano due cose differenti. E perciò cercano di proteggere l’una a detrimento dell’altra. In un periodo in cui la natura umana e la natura extra-umana diventano sempre più intrecciate, la sola cosa che posso dire come storico è che vedere l’unità al di là di tali divisioni è forse l’atto più potente che questi movimenti sociali possono realizzare. Negli Stati Uniti, nella lotta contro l’oleodotto XL Keystone, si è formata un’unità fra la critica del capitalismo finanziario, incarnato da Wall Street, e le comunità che cercano di difendere la loro qualità di vita. È un legame importante. Quello che manca ancora è l’implicazione del settore produttivo.

Alcuni vedono il presente come un’epoca di disastri e di catastrofi. C’è una politica della paura. Ma, per me, ci troviamo sul punto di vivere il crollo del capitalismo. È la posizione più ottimista che si possa abbracciare. Non si deve aver paura del collasso. Bisogna accettarlo. Non è il collasso delle persone e non è il crollo degli edifici, ma delle relazioni di potere che hanno trasformato gli esseri umani ed il resto della natura in oggetti messi gratuitamente al lavoro per il capitalismo.

Cosa pensa della campagna per il disinvestimento rispetto alle energie fossili, portata avanti soprattutto dalla rete 350.org, e partita dalle università americane?

Jason W. Moore: La campagna per il disinvestimento mi piace perché migliora la consapevolezza dello sconvolgimento climatico e la comprensione del ruolo giocato dalle industrie fossili in questo fenomeno. È una cosa positiva. Ma c’è un grande pericolo: quello di rafforzare l’idea di un capitalismo verde. Noi oggi abbiamo le capacità tecnologiche per ridurre significativamente il cambiamento climatico. Ma il problema non sono le tecnologie. Il problema è il capitalismo. La miglior strategia per qualsiasi movimento di studenti è quella di fare pressione per democratizzare le università. Dobbiamo guardare a come sono organizzate le nostre università. Bisogna criticare l’idea che siano il motore della crescita economica, e al contrario va difeso il loro ruolo di produzione del sapere necessario alla liberazione da ogni forma di oppressione e di disuguaglianza  della vita – non solo della vita umana. Bisogna trovare il modo per ristrutturare il sapere. C’è questa citazione attribuita ad Einstein: «Il sistema di pensiero che ha creato un problema non può trovare la soluzione a quel problema». Noi ci troviamo a questo punto. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare, che corrisponda al 21° secolo, non al 19°, né al 16° secolo. È questo il modesto contributo dell’ecologia-mondo: spingere per un sapere che permetta, incoraggi e faciliti l’emancipazione.

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