Soppressione e Conservazione dell’uomo Bianco


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Una visione retrospettiva del colonialismo e dell’anticolonialismo alla soglia del XXI secolo

[Di Robert Kurz. Pubblicato su Ozio Produttivo il 5 luglio 2016. Letto originariamente come saggio radiofonico nella radio statale NDR, nel gennaio 1992. Traduzione di Raquel Imanishi Rodrigues.

Quando tutti concordano in modo unanime sul carattere discutibile di un fenomeno sociale, quando questo diventa bersaglio anche della critica ufficiale, in generale esso ha già smesso di essere una presenza effettiva per convertirsi in oggetto della storia. Oggi quale politica potrebbe ancora definirsi “colonialista”? Quale paese può ancora acquisire colonie? Il mercato mondiale ha ormai superato questo problema da vari decenni, per quanto si abbiano ancora piccole contese di retroguardia. Sarebbe inutile, pertanto, continuare a prendere a calci un cane morto, per quanto sia stato in vita incredibilmente brutto e intollerabile. Comunque così saremmo lontani dall’aver regolato i conti con la storia passata, la quale continua ad agire su di noi e sul nostro futuro. Forse soltanto ora diventa possibile cominciare a comprenderla, perché possiamo lanciare uno sguardo retrospettivo su di un’epoca che non può più essere alterata e che rimarrà per sempre fuori dal nostro campo d’azione.

L’umanità europea non ha prodotto finora alcuna critica definitiva riguardo quell’avvenimento cui diede il nome di “scoperta dell’America”. Le missioni gesuite avevano già legittimato in anticipo il mondo europeo come l’unico vero. Questa elevata autostima, col venir secolarizzata, acquisì una vigorosa continuità con le idee dell’illuminismo, determinanti tuttora tanto per l’ideologia ufficiale borghese quanto per la teoria critica della sua Intelligentia. Al suo sorgere, la modernità occidentale volle esporre la verità Ultima, finalmente scoperta, sullo spirito e la società. Il pensiero borghese, con il suo razionalismo astratto e la sua civiltà dei liberi e degli uguali proprietari di merci, venne a incarnare l’idea stessa di ragione e civiltà. In contrapposizione, sia i popoli naturali del Pacifico e delle foreste tropicali sia le culture avanzate dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe potettero essere sempre squalificate come “barbare”, secondo la vecchia e logora tradizione europea.

Questa prospettiva acquisì un ulteriore rafforzamento teorico a partire dalla fine del XVIII secolo con l’emergere delle teorie evoluzioniste. Così come Hegel ridusse tutto il mondo antico e medievale a meri stadi preliminari, appunto della monarchia illuminata prussiana – da lui definita in modo inappellabile come ultimo stadio evolutivo della cultura umana – così anche le culture che si trovavano fuori dall’universo europeo furono definite dalle teorie storico-genetiche nascenti come gradi distinti e preliminari di uno stadio evolutivo pre-europeo entro una sorta di scala civilizzatrice. Auguste Comte, il fondatore della sociologia e del positivismo, formulò una teoria filosofica evoluzionista degli stadi, che si estendeva da un fittizio stato di natura ad un piano non ancora raggiunto che chiamò “stadio positivo”, nel quale la scienza avrebbe dovuto finalmente trionfare. Comte non aveva dubbi che questa scala mostrava, allo stesso tempo, un giudizio di valore, nella misura in cui egli definiva espressamente la “razza bianca” e le “nazioni europee” come le “prescelte” e ”avanguardia dell’umanità”.

Dunque è il progresso, questo concetto creato allora e oggi in disgrazia, ciò che conduce al dominio dell’uomo bianco il quale, con la sua razionalità, non solo corona la storia umana, ma gli pone presumibilmente anche una fine con l’edificazione dello “stadio positivo”. Senza ombra di dubbio una tale interpretazione della storia facilita notevolmente l’equiparazione dei popoli e delle culture sconosciuti a cose o oggetti naturali, suscettibili in quanto tali di “scoperta”, a esempio delle specie animali e vegetali. Ora, se i popoli che si trovavano fuori dall’Europa erano meri rappresentanti di stadi evoluti inferiori, ormai lasciati indietro dall’uomo bianco, allora di fatto essi non erano esseri umani nel senso proprio del termine, potendo così venir trattati, nel migliore dei casi, come una specie “infantile” particolare, nel peggiore dei casi come bestie. Con la stessa indifferenza dispensata oggi in generale al bestiame e alle cavie, ciò che a volte suscita indignazione nelle nuove generazioni, per tutta la storia coloniale i cosiddetti “nativi” furono designati per principio come esseri distinti dagli umani, animali utilitari, strumento, perfino selvaggina.

Questa rivoltante crudezza, però, non va semplicemente condannata da un punto di vista morale e superficiale, ma semmai compresa nella sua storicità. Soprattutto essa indica che lo stesso uomo bianco si trova ancora a uno stadio approssimativo di sviluppo, malgrado si sia immaginato al culmine del genere umano. E’ noto che il colonialismo fa parte di quelle che Marx chiamò “forze propulsive del capitale”. L’oro che venne rubato nei secoli XVI e XVII in quantità massicce, soprattutto alle culture indigene dell’America centrale, prontamente distrutte, contribuì enormemente a stimolare la circolazione monetaria in Europa e, di conseguenza, l’espansione della sua produzione mercantile. Poco a poco, le colonie aumentarono il commercio mondiale e, nel trattare con i nuclei della colonizzazione oltremare, sorsero i primi embrioni di un mercato mondiale. Nuove spezie e aromi vennero a essere consumati in massa, com’è il caso del proverbiale tè inglese, che ovviamente veniva dall’India, e del pepe, che divenne disponibile in grandi quantità, mentre nell’Età Media era venduto a peso d’oro rimanendo riservato alla crema della società. Se le materie prime, importate a prezzi modici, stimolarono il modo di produzione industriale, il traffico e il lavoro degli schiavi nelle grandi proprietà coloniali potenziarono il capitalismo agrario.

Così, dall’inizio del XVI secolo fino alla fine del XIX secolo, il colonialismo contribuì a scatenare il modo di produzione capitalista. Furono liberate le Furie dell’interesse monetario astratto e, per la prima volta, la moltiplicazione del denaro in funzione di se stesso si convertì in principio universale della produzione e della vita sociale. Non c’è da stupirsi che gli europei, ancora immersi nell’universo medievale e appartati nelle radicate strutture feudali, in seguito alle loro conquiste coloniali si siano comportati nel Nuovo Mondo in una maniera che corrispondeva al loro sradicamento e alla loro incertezza. L’orizzonte era diventato troppo grande per la visione del mondo feudale, ma la nuova libertà, che cominciava a essere promessa dal pensiero illuminista, aveva come base sociale reale la pressione valorizzatrice del denaro e il calcolo astratto della redditività. Fustigato da questa coercizione cieca e autoimposta, per molto tempo l’uomo bianco condusse il suo impero mondiale con una crudeltà che era inerente alle relazioni coercitive incoscienti.

Ora, se nella storia coloniale il capitalismo venne al mondo, per usare un’espressione di Marx, “grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi”, e legittimò con l’illuminismo la propria superiorità civilizzatrice, è chiaro che le contraddizioni di questo processo non potevano passare inosservate. Una delle prime testimonianze dell’insensata crudeltà della colonizzazione è il famoso manifesto del vescovo Bartolomeo de Las Casas, pubblicato per la prima volta nel 1552, che porta il secco titolo di “Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali”.

Egli descrive il massacro compiuto dai conquistadores e documenta una quantità soffocante di atrocità, estorsioni, rapine e omicidi. In questo resoconto si apprende che, nella ricerca dell’oro, gli indigeni furono torturati e bruciati vivi, ebbero mani, occhi e nasi amputati mentre ai loro figli veniva schiacciato il cranio.

Si stima che la sola colonizzazione spagnola massacrò e mutilò in questo modo più di 20 milioni di persone. Di certo il saccheggio e il massacro, come origine più cruda della capitalizzazione, erano in evidente contraddizione non solo con le idee astratte della religione cristiana e dell’Illuminismo, ma anche con il calcolo della redditività dello stesso capitale. Le sanguinarie campagne di sterminio e la schiavitù brutale ridussero a lungo raggio la forza produttiva del materiale umano e quindi necessitavano di essere superate in nome della pretesa continuazione dello sfruttamento europeo. Lo stesso Las Casas non si oppose per niente alla colonizzazione in sé, essendo, al contrario, un suddito fedele della corona spagnola e leale dignitario della chiesa cattolica. Anche i critici posteriori, che rimproverarono la colonizzazione evocando il progresso e i diritti umani, partirono dal presupposto che le nazioni europee erano destinate a civilizzare il mondo. Anche Marx e Engels parlavano senza imbarazzo alcuno di “popoli semicivilizzati”, mentre l’emergente movimento operaio socialdemocratico europeo non otteneva alcun consenso nella condanna al colonialismo. Nei congressi socialisti internazionali precedenti alla 2ª Guerra Mondiale, erano recepite, senza imbarazzo, proposte come quella formulata nel 1907 dal socialdemocratico tedesco David, il quale vedeva in una politica coloniale riformata e purificata una “componente indispensabile delle aspirazioni culturali universali della socialdemocrazia”. Per iniziativa della delegazione britannica, una risoluzione ufficiale del 1904 arrivava al punto di rivendicare espressamente “il diritto degli abitanti dei paesi civilizzati a stabilirsi nei paesi la cui popolazione si trovi in stadi meno avanzati di sviluppo”.

2.

La critica isolata delle atrocità coloniali, che prende cioè come punto di partenza la visione europea dell’essere umano, aderendo all’ideologia della superiorità della civiltà europea, diede origine a un fenomeno curioso che un critico dalla lingua tagliente chiamò il “singhiozzare ipocrita dell’uomo bianco”. Ogni qualvolta i colonizzatori europei godevano a devastare una civiltà, le sue rovine venivano messe sotto protezione in quanto monumenti e venivano rimpiante le sue perdute bellezze. Emerse in questo modo già nel XVIII secolo il mito del “buon selvaggio”, sotto l’influenza della glorificazione rousseauiana della natura. Ai popoli naturali e alle culture avanzate fuori dal perimetro europeo furono conferite attitudini e fatti morali, dai quali l’uomo bianco poteva estrarre il suo boccone.

In un notevole capovolgimento dell’ideologia europea della superiorità, i soggiogati e martirizzati, precedentemente ridotti a esseri infantili o animaleschi, apparivano ora improvvisamente come esseri umani migliori, proprio per il loro essere tanto graziosamente meno sviluppati. E quanto più distante diventa l’epoca coloniale e più silenziose diventano le innumerevoli vittime del passato, tanto più pare diffondersi nella coscienza europea il romanticismo alla Karl May (1). Oggi si arriva ad affermare che la saggezza dei popoli sterminati potrebbe impedire il collasso ecologico del nostro mondo monetarizzato e mettere fine alla macchina di utilizzazione astratta degli esseri umani e della natura, azionata dagli astratti calcoli della redditività. O ancora, che la mistica delle culture orientali distrutte da tempo potrebbe suscitare nuovi stimoli, risveglio spirituale e sostegno all’addormentato uomo bianco. Questi omaggi nei confronti degli oggetti della propria furia distruttiva non sono mai stati motivati da un’effettiva autocritica dell’Occidente. Al contrario, queste sfere sconosciute della vita, da tempo scalzate materialmente dall’uomo bianco, sono ora oggetto di un secondo e francamente necrofilo sfruttamento, nella categoria dei mondi ideali, suscettibili, tra l’altro, del sistematico inserimento nel mercato.

In realtà la rappresentazione dei popoli precoloniali ancora incontaminati dall’Europa, abitanti di terre idilliache e bucoliche e portatori di una saggezza umana primigenia, non mente solo per convertire con voce dissimulata il disagio di fronte al potenziale distruttivo della propria civiltà in qualcosa di facoltativo e affermativo, che, in quanto tale, può essere paragonato alle note filosofie popolari sulla presunta innocenza dell’infanzia perduta o ai migliori giorni dell’età dell’oro. Essa mente, soprattutto, per fare di queste culture un prodotto kitsch e apprezzabile, ricoperto di glassa zuccherata, rendendole così grottescamente inoffensive. Di fatto, la grande maggioranza di queste società conteneva tratti distruttivi. Le ideologie di legittimazione dei colonizzatori non emersero a caso.

Anche gli storici popoli naturali erano tutto meno che benigni e spensierati figli dell’amore, privi di relazioni sessualmente coercitive. Da tempo è stato dimostrato che l’entusiastica esposizione delle culture dei Mari del Sud fatta dall’antropologa Margaret Mead negli anni ’30 e ’40 e frequentemente citata, riposa su discutibili metodi scientifici e corrisponde più alle proprie proiezioni che alla realtà delle società polinesiane. “Essi trovavano ciò che conoscevano”” – questo giudizio critico sulla moderna interpretazione delle scoperte archeologiche calza a pennello per l’interpretazione dei popoli primitivi e delle loro relazioni sociali. Solo negli ultimi decenni, soprattutto grazie ai lavori di Claude Lévi-Strauss, l’etnologia è riuscita finalmente a sviluppare un apparato critico per la riflessione riguardo il proprio modo di approssimazione e approccio alle culture sconosciute.

In realtà i supposti figli della natura erano governati da relazioni coercitive estremamente rigide, e le loro guerre e i loro rituali – che includevano “buoni costumi patriarcali” quali il sacrificio umano, lo scalpo, la vendetta per morte e il cannibalismo – per molti aspetti non erano seconde alle atrocità dei colonizzatori. Le saggezze indigene, che da vicino somigliano ai segreti della nonna, ben poco gli impedivano di massacrarsi reciprocamente nel peggior modo possibile. Non fu necessario l’arrivo degli europei affinché fosse introdotta la pratica di mutilare narici e orecchie, e i colonizzatori ebbero molto da apprendere sull’arte dello scalpo dai rappresentanti della saggezza naturale. Le culture Azteche e Incas, distrutte dai colonizzatori, erano esse stesse potenze coloniali sanguinarie che già avevano seviziato e sfruttato popoli interi. E ben lungi dal vivere in armonia con la natura, la cultura Maya, molto prima dell’arrivo degli europei, già aveva provocato una catastrofe ecologica, probabilmente attraverso la coltivazione esaustiva del suolo, suggellando così la propria fine.

Anche il cristianesimo dei missionari, a dispetto del suo carattere risibile, non era solo un golpe sbocciato da repressi nemici della sessualità contro costumi suppostamente liberi, ma anche, allo stesso tempo, una liberazione dagli obblighi imposti dalle religioni naturali e dai sistemi totemici. La religione europea non avrebbe potuto mai attecchire solo sulla base della violenza poliziesca coloniale. Come giustamente ha osservato Nietzsche, in questo processo avvenne un’inversione nel modo di vedere il mondo. Per i popoli primitivi e le civiltà recenti, i poteri della natura rappresentavano un potere dispotico che tutto abbracciava e nel quale l’essere umano poteva affermarsi solo attraverso un rigido sistema di regole che, per così dire, doveva determinare tutti i suoi passi. Per il pensiero europeo che la domina, invece, la natura stessa è un sistema di regole e leggi conoscibili, al quale l’essere umano può ricorrere coscientemente per mezzo del proprio arbitrio. Il dio astratto del cristianesimo estese i limiti del sistema obbligatorio delle regole in maniera per nulla inopportuna – aprendo, con esso, spazio affinché l’umano respirasse.

Anche di fronte alle culture orientali, asiatiche e africane, il colonialismo rappresentava un’arma a doppio taglio. Il modo di produzione asiatico e il suo impero teocratico, per esempio, si reggevano su una tirannia inimagginabile e su un dispotismo certamente molto sentito e sofferto, che non poteva essere solo integrato senza lasciar tracce nella cultura. La cortesia proverbiale dei cinesi nacque dal timore di un dominio onnipresente e totale che s’indirizzava in maniera quasi routinaria verso la pratica di atrocità di dimensioni olocaustiche. E molto prima degli europei, gli arabi, essi stessi più tardi colonizzati, si erano lanciati sui regni africani e li avevano distrutti. Questi regni, a loro volta, promuovevano tra loro, e nella lotta con le popolazioni meno potenti, le più sanguinarie carneficine. In questa misura, le ampie annessioni del colonialismo europeo, nonostante la loro estrema violenza, promossero in molte regioni una certa pacificazione interna. In questi casi, qualche volta, la struttura coloniale ha avuto una funzione simile a quella dell’assolutismo europeo, che per mezzo del suo potere centralizzato pacificò i poteri feudali particolari in eterno conflitto: il che rappresentò la precondizione per l’effettivo emergere delle nazioni moderne.

Ora, questa perfida ambiguità di uno sviluppo che significava nello stesso tempo distruzione, massacro e sfruttamento doveva produrre da entrambi i lati profonde deformazioni della coscienza. Gli uomini bianchi, muniti del loro cristianesimo e dei loro ideali illuministi, non avevano alcuna chiarezza riguardo se stessi e, nella loro bruta superiorità, non potevano arrivare ad alcuna comprensione che riconoscesse il valore proprio di culture che gli erano estranee. In fondo in questo modo si confrontavano solo due differenti stadi di ferocia, incapaci di qualsiasi interscambio cosciente. A partire dall’incontro con le relazioni feticiste e coercitive non-europee, gli europei, in quanto selvaggi per i quali il denaro nel suo movimento chiuso su se stesso era divenuto un feticcio, potettero mettere in marcia soltanto un processo di sviluppo patologico.

3.

L’indice più chiaro della patologia europea sta forse nel fatto che l’uomo bianco ha avuto necessità di colonizzare anche se stesso durante il processo colonizzatore. Lo scatenamento della moderna economia di mercato e la sua redditività compulsiva arrivò a soggiogare gli stessi supposti signori di questo modo di produzione. I loro stessi corpi e sensi necessitarono di essere confinati dentro una corazza di astrazione allo scopo di astrarsi a se stessi. Nacque così la triste figura di una natura mascherata, mossa da un’ambizione cieca alle emozioni; a immagine del sempre controllato e concentrato guardiano di una somma di denaro, che ha per obiettivo il moltiplicarla, soggiogato dal suo stesso calcolo astratto. Il vincitore e conquistatore ha distorto e distrutto anche la propria capacità sensibile di fruizione.

Quanto più procedeva nella colonizzazione del mondo esterno, tanto più l’uomo bianco necessitava di adattare se stesso, e quanto più si adattava tanto più necessitava di colonizzare il mondo. I signori dell’autodominio, che avevano versato sangue nel Nuovo Mondo, gettavano adesso il loro sguardo astratto e utilitario verso il continente europeo. La colonizzazione delle culture non-europee si rovesciò direttamente in colonizzazione interna del proprio mondo. Nella stessa misura in cui promuoveva la capitalizzazione della produzione e l’industrializzazione, il colonialismo distruggeva anche il modo di produzione agrario dell’antica Europa costringendo la parte impoverita della popolazione verso le fabbriche, a quel tempo con giornate di lavoro di 14 ore e il barbaro lavoro infantile. La minoranza di uomini bianchi che si era convertita in organo di esecuzione politica ed economica del principio di redditività, trasformò la stessa massa di uomini bianchi in una nuova specie di nativi senza nome, nuove monadi della forza astratta del lavoro.

Ma così come anche la razza bianca dei signori, nel suo stadio altamente astrattivo di ferocia, non poteva rimanere senza accesso al mondo della sensualità e dei sensi, la colonizzazione interna dovette essere portata al suo punto più estremo: la degradazione della donna bianca e della sua corporeità. Dal momento che aveva degradato se stesso a macchina sociale insensibile, l’uomo bianco colonizzò la donna in quanto animale ipersensibile. Essa doveva rispondere per tutto quello che lui non poteva più sentire o apprezzare: per i sentimenti e per la dedizione affettiva, per l’estetica quotidiana e per la mobilizzazione della sensualità, rinchiusa nella prigione di massima sicurezza della cellula familiare modernizzata nella sua privatezza astratta. In questo modo fuorno attribuite alla donna le stesse caratteristiche riservate ai selvaggi, alle persone dal differente colore della pelle, ai bambini e ai culturalmente subordinati: l’imprevedibilità e il capriccio, l’assenza di concentrazione e di autodominio, la coltivazione della voluttà e il possesso di una sessualità sfrenata dovevano essere gli elementi costitutivi del suo essere.

Da un lato l’uomo bianco anelava alle qualità sensibili della donna plasmata su tali modelli sociali, aspirando a mantenerla con sé come “ente naturale addomesticato”. Dall’altro, tuttavia, egli comunque temeva queste qualità ormai divenute qualcosa di estraneo a sé e che necessitava di respingere sempre, come un potere che minacciava di mettere in scacco la sua corazza dell’astrazione. Questo processo di colonizzazione interna della donna si estese ai roghi delle streghe, che non a caso coincise con l’inizio della storia coloniale, fino al XX secolo, e in materia di atrocità non fu per niente minore rispetto alla guerra coloniale esterna. Non di rado entrambe le forme andavano a braccetto. Nella sua analisi del sistema coloniale francese, Frantz Fanon descrive, per esempio, il caso di un ufficiale di polizia dell’Algeria che dovette essere portato in una clinica psichiatrica per aver cominciato a torturare i propri figli e la moglie.

Tuttavia, nonostante il suo carattere patologico, la colonizzazione interna non fu meno ambigua di quella esterna. Il processo di infermità interna della società europea significò sempre, allo stesso tempo, il superamento delle barriere di carenza e povertà vigenti nel mondo feudale agrario. La trasformazione dei contadini servi in lavoratori salariati si dimostrò incompatibile con uno status di dipendenza personale. Le antiche relazioni tra signore e schiavo dovettero dissolversi. La stessa degradazione sociale e sessuale della donna, convertita in un corpo femminile per il sesso, paradossalmente si accompagnò ai momenti della sua equiparazione formale-giuridica. Dunque, se il processo che Jürgen Habermas ha chiamato “colonizzazione del mondo della vita” fu sempre, allo stesso tempo, un mezzo passo vero l’emancipazione, ciò significa che, per molto tempo, l’emancipazione potette essere pensata solo nell’orizzonte stesso del processo di colonizzazione esterna e interna. E’ per questo che tutti i movimenti emancipatori degli ultimi due secoli non hanno mai rivendicato semplicemente il ritorno alla situazione precoloniale, ma hanno reclamato per sé le astrazioni sociali dell’illuminismo occidentale.

L’esempio più chiaro e meno contraddittorio, in questo senso, è stato il movimento operaio storico dell’Occidente. I lavoratori maschi, che furono sottomessi dall’incipiente capitalismo alle forme più brutali di sfruttamento e assenza di diritti, esigettero appena il loro “diritto” proprio in quanto uomini bianchi. E, sotto questo prisma, potettero essere ampiamente appoggiati per mezzo delle riforme sociali e attraverso il loro riconoscimento come soggetti liberi di fronte alla legge e allo Stato. Il movimento anticolonialista dei popoli non europei, al contrario, era diviso da una profonda contraddizione interna. Già durante la Rivoluzione Francese i lavoratori schiavi delle piantagioni haitiane si erano ribellati in nome delle bandiere importate della “libertà” e dell’”uguaglianza”, proclamandosi una repubblica autonoma. Però la contraddizione non risiedeva solo nel fatto che essi vennero mitragliati dai per nulla fraterni cannoni francesi, visto che, in fin dei conti, la Rivoluzione Francese fu concepita solo per l’uomo bianco. In realtà, la stessa esigenza emancipatoria dei neri, nella misura in cui poteva essere formulata solo nelle categorie dell’uomo bianco, doveva produrre una profonda crisi d’identità.

Il dolore causato da questa crisi non ha potuto essere attenuato fino a oggi. Ogni tentativo dei popoli colonizzati di, quantomeno culturalmente, riscoprire se stessi, rimbalza inevitabilmente contro il muro concreto dell’inevitabile occidentalizzazione. La cultura della negritudine africana, per esempio, così come rappresentata dal poeta e presidente senegalese Leopold Sedar Senghor, è rimasta sempre esterna al reale processo di sviluppo sociale e corre il rischio di decadere, degenerando in un mero ornamento. Anche il fervente predicatore del potere di liberazione anticolonialista Frantz Fanon, malgrado la sua critica militante alla cultura europea, scivola involontariamente in concetti genuinamente europei quando si appella alla “nazione” e alla “democrazia”.

Nei movimenti di emancipazione delle donne, la contraddizione affiora a volte in modo ancora più evidente. Anche le donne per molto tempo potettero lottare contro la propria condizione coloniale solo in nome di quei principi che l’uomo bianco aveva forgiato per sé e attraverso i quali generò la propria identità. Tuttavia, la questione centrale della relazione tra i sessi praticamente non appare sul piano di questi principi. La sensualità bandita dal processo mondializzato del lavoro astratto ben poco può essere pacificata mediante la completa equiparazione giuridica della donna, per quanto continuino a essere necessarie, oggi, riforme immanenti delle relazioni tra i sessi – dalla revoca del paragrafo 18 (2) alla regolamentazione di quote per le donne. Però, nell’attuale crisi dello status femminile, sono ben più le cose in gioco che la distribuzione di ruoli e poteri tra i sessi all’interno delle forme sociali occidentali o occidentalizzate. Questa crisi porta, piuttosto, alla fine della stessa colonizzazione, tanto esterna quanto interna e, con questo, anche alla fine di quel processo contraddittorio della modernizzazione che è stato finora lo strumento dell’uomo bianco.

Ora, la possibilità di un’utilizzazione astratta degli esseri umani e della natura, conforme alla legge della redditività, implica quale condizione basica la colonizzazione interna della donna. La sua addomesticata e colonizzata responsabilità compulsiva per la sensibilità era il presupposto affinché l’uomo bianco potesse dominare se stesso e a sua volta il mondo. Tuttavia l’intero costrutto viene giù se le donne giungono ad emanciparsi in maniera crescente secondo gli astratti principi illuministi dell’uomo bianco. Non appena le donne si trasformano esse stesse in succedanei degli uomini bianchi, viene alla ribalta il deficit fondamentale di questo modo di produzione e di vita. Le donne carrieriste, del tipo Margaret Thatcher, smentiscono doppiamente se stesse. In primo luogo, perché esse involontariamente minano la base familiare del sistema di mercato, perché anche con tutta la buona volontà le donne professionalmente attive o anche imprenditrici e politiche, non possono più rispondere, come caste donne-di-casa, per un nido accogliente capace di compensare il deficit sensitivo del lavoro mascolino astratto. In secondo luogo perché queste donne sentono nella propria pelle cosa significhi dover dominare se stesse come macchine astratte del lavoro. Quando nessuno è più responsabile per la sensibilità distorta, questa irrompe violentemente nell’universo delle relazioni e dei sentimenti in forma di crisi. E non è per niente casuale che, nello stesso tempo, la natura esterna cominci a ribellarsi, annullando, nella forma di un processo di crisi e catastrofe ecologica, il calcolo astratto della redditività. Le forze produttive, traboccanti dal sistema di mercato, intervengono in modo tanto profondo nella natura interna delle necessità umane e nella natura esterna del mondo vegetale e animale, nel suolo, nell’acqua e nell’aria che questi contenuti sensibili non possono essere repressi e violati per molto tempo.

Inoltre i movimenti di emancipazione dei lavoratori salariati e degli antichi popoli colonizzati si scontrano con i propri limiti. Essi non andranno lontano se continueranno ad adottare la forma sociale dell’uomo bianco. In quanto liberi soggetti monetari del calcolo astratto, gli resta solo da tagliare la propria carne. Le stesse forze produttive che producono, nella forma del sistema di mercato, la crisi ecologica e la crisi della relazione tra i sessi sono responsabili di una disoccupazione di massa crescente e globale. Non ha più senso tentare di ottenere guadagni, in quanto uomo bianco, a spese della propria forza astratta di lavoro. Anche perché queste stesse forze produttive generano il mercato mondiale totalizzato, intrappolando globalmente l’umanità. Il vecchio nazionalismo liberatore del movimento anticolonialista gira a vuoto. E’ evidentemente una follia dalle incalcolabili conseguenze ecologiche consumare tutte le riserve d’acqua del Sahara per forgiare una produzione indipendente di alimenti, come pretende il leader libico Gheddafi, mentre la vicina Comunità Europea affoga in un mare di latte ed è soffocata dalle sue eccedenze di carne e cereali. Comunque tale follia non è maggiore di quella dell’uomo bianco che, in un mondo fatto a sua immagine e somiglianza, retroagisce su se stesso su tutti i piani possibili.

Gli stessi criteri di successo del sistema occidentale conducono all’assurdo, tanto nella relazione tra i sessi quanto nella relazione tra i gruppi sociali e le nazioni. La guerra dei sessi, le catastrofi sociali ed ecologiche, il fondamentalismo pseudoreligioso e la guerra civile etnica dimostrano che il mondo è deragliato. Oggi, dopo mezzo millennio di sviluppo ambiguo e contraddittorio, il processo di colonizzazione interna ed esterna comincia a strangolare se stesso. Le forme sociali occidentali, formatesi nell’era delle scoperte, non sono sufficientemente avanzate per potere incorporare il mondo unico che è il loro proprio prodotto. Se, al più alto grado pensabile, tutti gli esseri umani diventano uomini bianchi, allora nessuno può più esserlo. Nessuna emancipazione è possibile nella forma patologica finora vigente.

Così, per la prima volta, va in pensione la stessa identità occidentale, benché l’Occidente ufficiale non ne voglia sapere della sua propria fine e preferisce sempre definire la crisi come “crisi altrui”. Tuttavia, all’umanità globalmente messa in rete non rimane altro che superare la forma europea del feticismo della merce e del denaro, divenuta forma totalitaria e universale. I selvaggi occidentali, così come gli occidentalizzati, devono far implodere la corazza dell’astrazione del sistema di mercato, pena il soccombergli. Voler continuare soggiogando se stessi, sotto gli ordini del principio di redditività, è divenuto qualcosa di insensato e minaccioso per la propria vita, tanto per gli europei quanto per i non-europei, tanto per gli imprenditori quanto per i lavoratori, tanto per gli uomini quanto per le donne. Non è possibile tornare a una situazione precedente al mercato mondiale, alla democrazia occidentale e all’illuminismo, ma deve esistere una prospettiva capace di superarli. Le donne e gli antichi popoli coloniali potranno risolvere le loro patologiche scissioni dell’identità solo spezzando la patologia dell’autodominio virile e astratto in quanto tale, quando ragione e sensibilità si riconcilieranno dopo una lunga storia di dissenso. In questa misura, la fine effettiva della colonizzazione esterna e interna si trova ancora davanti a noi e, in quanto meta per il XXI secolo, può essere riassunta in una formula breve: Soppressione e conservazione dell’uomo bianco.

1 Karl May (1842-1912), scrittore tedesco molto popolare nei decenni ’60-’70, autore di storie di viaggi e avventure per adolescenti, ambientate di solito nel medioriente o tra le tribù indigene nordamericane (N. T. Port.).

2 Paragrafo del Codice penale tedesco che proibisce la pratica dell’aborto (N. T. Port.).

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