La Privatizzazione del Mondo


poopó

Dovranno natura e necessità elementari dell’essere umano essere proibite per assenza di redditività?

[Di Robert Kurz. Pubblicato su Ozio Produttivo il 24 marzo 2017.]

Originale Die Privatisierung der Welt. Pubblicato in Folha de S. Paulo, 14.07.2002, col titolo Modernidade Autodevoradora

È da supporre che la natura esisteva già prima dell’economia moderna. Dunque la natura è in sé gratis, senza prezzo. Questo distingue gli oggetti naturali, senza elaborazione umana, dai risultati della produzione sociale, che non rappresentano più la natura “in sé” ma la natura trasformata dall’attività umana. Questi “prodotti”, a differenza degli oggetti naturali puri, non furono mai di libero accesso; da sempre furono soggetti, secondo determinati criteri, a un modo di distribuzione socialmente organizzato. Nella modernità è la forma della produzione di merci a regolare tale distribuzione, secondo i criteri del denaro, del prezzo e della domanda (solvente).

Comunque è un problema antico quello secondo cui l’organizzazione della società tende a ostacolare l’accesso gratuito anche a un numero crescente di risorse preumane della natura. Questa occupazione porta, nelle più diverse forme, lo stesso nome dei prodotti dell’attività sociale, la cosiddetta “proprietà”. Ossia, avviene un “qui pro quo”: un tempo liberi, gli oggetti naturali non elaborati dall’essere umano sono trattati esattamente come se fossero i risultati della forma dell’organizzazione sociale, e quindi vengono soggetti alle stesse restrizioni.

La più antica delle occupazioni di questo tipo è quella della terra. La terra in sé non è ovviamente il risultato dell’attività produttiva umana. Proprio per questo essa dovrebbe essere, in sé, di libero accesso. Semmai la terra già trasformata, arata e “coltivata” potrebbe essere sottomessa ai meccanismi sociali; e in questo caso tenderebbe a diventare proprietà di quegli individui che la coltivano. Ma a quanto pare non è proprio il caso. Proprio la terra ancora del tutto incolta viene usurpata con violenza. Già nella Bibbia avviene il sanguinoso conflitto tra coltivatori e allevatori (Caino e Abele) e tra pastori nomadi tra loro per i “pascoli più grassi”. L’usurpazione del suolo “vergine” è il peccato originale ed ereditario del “dominio dell’uomo sull’uomo” (Marx). Le aristocrazie di tutte le culture agrarie repressive si formarono in origine a partire da questa appropriazione violenta della terra, letteralmente con la clava e la lancia.

Tuttavia la proprietà, nelle culture premoderne, era ben lungi dal somigliare alla proprietà privata nel senso attuale. Questo significa, in primo luogo, che la proprietà non era esclusiva o totale. La terra poteva essere utilizzata e coltivata anche da altri che in cambio pagavano certi tributi (la rendita feudale, in forma di viveri o servizi) ai proprietari, originariamente con la forza. Ma si davano comunque anche possibilità di un uso gratuito. Per esempio, in molti luoghi, i contadini avevano il permesso di portare i propri maiali fin nelle terre incolte dei signori feudali, di falciare il foraggio cresciuto spontaneamente o di raccogliere altri materiali naturali. Le differenti possibilità di uso libero erano sempre controverse, come il diritto alla caccia e alla pesca. Quando i signori feudali tentavano di stabilire proibizioni in tal senso, queste non venivano quasi mai rispettate. Così il “bracconiere” (il cacciatore e il pescatore illegali) divenne uno degli eroi della cultura popolare premoderna.

La proprietà privata moderna rafforzò straordinariamente la sottomissione della natura “libera” alla forma dell’organizzazione sociale, ostacolando l’accesso alle risorse naturali con un’inflessibilità senza precedenti. Questa intensificazione della propensione usurpatrice trovò la sua ragione nel fatto che l’occupazione veniva adesso effettuata non più secondo un atto personale e immediato di violenza ma secondo l’imperativo economico moderno, rappresentando una violenza “cosificata” di second’ordine. La violenza armata immediata si manifestava ora nell’occupazione delle risorse naturali, ma essa era ormai cosificata in forma istituzionale nella figura della polizia e dell’esercito. La violenza che sale dalle canne delle moderne armi da fuoco non parla più per sé stessa; essa è divenuta un mero strumento del fine in sé stesso economico. Questo Dio secolarizzato della modernità, il capitale come “valore che si autovalorizza” incessantemente (Marx), non appare comunque solo nella figura di una cosificazione irrazionale; egli è anche molto più geloso di tutti gli altri dei che lo precedettero. In altre parole: l’economia moderna è totalitaria. Essa erge una pretesa totale sopra il mondo naturale e sociale. Per questo tutto ciò che non è sottomesso e assimilato alla sua logica è per essa fondamentalmente una spina nel fianco. E così come la sua logica consiste unicamente ed esclusivamente nell’incessante valorizzazione del denaro, essa deve odiare tutto quel che non assume la forma di un prezzo monetario. Non deve esserci più nulla sotto il cielo che sia gratuito e che esista per natura.

La moderna proprietà privata rappresenta solo la forma giuridica secondaria di questa logica totalitaria. Quella è tanto totalitaria quanto questa: l’uso dev’essere un uso esclusivo. Questo vale soprattutto per le risorse naturali primarie della terra. Sotto il dettato della proprietà privata moderna non è più tollerato alcun uso gratuito per la soddisfazione delle necessità umane: le risorse devono sottostare alla valorizzazione o andare in malora. Data la forma della proprietà privata, anche la parte di terra che il capitale non riesce a utilizzare in nessun modo deve essere esclusa da qualsiasi altro uso. Questa assurda imposizione provocò ripetute volte la protesta sociale. Prima del 1848, un’esperienza decisiva per il giovane Marx e spesso evidenziata nella sua biografia, fu la discussione riguardo la “legge prussiana contro i furti di legna” che pretendeva di proibire ai poveri di raccogliere gratuitamente la legna nei boschi. Lo scontro riguardo l’uso libero dei beni naturali, soprattutto della terra, non è mai cessato in tutta la storia del capitalismo. Anche oggi, in molti paesi del terzo mondo, esistono movimenti sociali di “occupanti di terre” che mettono in discussione il dispotismo totalitario della proprietà privata moderna sull’uso del suolo.

Nello sviluppo del moderno sistema produttore di merci, al problema principale dell’accesso alle risorse naturali gratuite fu sovrapposto quello secondario dell’accesso alle risorse “pubbliche”, direttamente relazionate al tutto sociale: le cosiddette infrastrutture. Con l’industrializzazione capitalista e l’inerente agglomerato di masse gigantesche di esseri umani (urbanizzazione) emersero nuovi bisogni sociali, rendendosi necessarie misure che non potevano essere inquadrate nella legge del mercato ma soltanto grazie all’amministrazione sociale diretta. Da un lato, si trattava ora di settori completamente nuovi derivanti dal processo di industrializzazione, come il servizio pubblico della salute, le istituzioni pubbliche dell’istruzione (scuole, università etc.), le telecomunicazioni pubbliche (poste, telefono), l’approvigionamento di energia e i trasporti pubblici (ferrovia, metropolitana etc.). Dall’altro, dovevano essere socialmente organizzate e poste sotto l’amministrazione pubblica anche le risorse prima liberamente accessibili senza alcuna organizzazione sociale e i relativi processi vitali umani: è il caso del rifornimento pubblico di acqua potabile, della raccolta della spazzatura, delle fogne pubbliche etc., fino ai bagni pubblici nelle grandi città.

Sotto le condizioni del moderno sistema produttore di merci, l’”amministrazione delle cose” pubblica e collettiva non può che assumere la forma distorta di un apparato burocratico statale. Di fatto, la forma moderna di “Stato” rappresenta solo il rovescio, le condizioni quadro e la garanzia del “privato” capitalista; lo Stato non può assumere la forma di una “associazione libera”. L’amministrazione pubblica delle cose permane così nazionalmente limitata, burocraticamente repressiva, autoritaria e legata alle leggi feticiste della produzione di merci. Pertanto i servizi pubblici assumono la forma di denaro così come la produzione di merci per il mercato. Qui, però, non si tratta di prezzi di mercato, ma di tasse; alcune infrastrutture sono perfino offerte gratuitamente. Lo Stato finanzia questi servizi e aggregati materiali soltanto in una piccola misura mediante le tariffe coperte dai cittadini; essenzialmente il sovvenzionamento avviene grazie alla tassazione dei rendimenti capitalistici (salari e profitti). In questo modo l’amministrazione pubblica delle cose è indirettemente legata al processo di valorizzazione del capitale.

Per un periodo di oltre cento anni, i settori del servizio pubblico e dell’infrastruttura sociale furono riconosciuti ovunque come necessario supporto, come ammortizzazione e superamento delle crisi del processo di mercato. Negli ultimi due decenni, tuttavia, ha prevalso nel mondo intero una politica che, proprio all’opposto, sostiene la privatizzazione sfrenata di tutte le risorse e dei servizi pubblici amministrati dallo Stato. In nessun caso questa politica di privatizzazione è difesa solo da parte di partiti e governi esplicitamente neoliberali; da tempo essa prevale in tutti i partiti. Ciò indica che qui non si tratta solo d’ideologia, ma di un problema di crisi reale.

In ciò gioca sicuramente un ruolo il fatto che la riscossione pubblica delle imposte arretra rapidamente a causa della globalizzazione del capitale. Gli Stati, le Province e i Comuni sovraindebitati in tutto il mondo diventano fattori di crisi economica invece di essere attivi come fattori di superamento della crisi. Una volta svenduti i “gioielli di famiglia” dei sistemi socialmente amministrati, le “mani pubbliche” finiscono fatalmente per somigliare alle masse di vittime dalla vecchiaia indigente, che nelle regioni critiche del globo, per poter sopravvivere, vendono nei mercati di seconda mano la mobilia e perfino gli abiti.

Però il problema risiede ancora più a fondo. In sostanza si tratta di una crisi dello stesso capitale che, sotto le condizioni della terza rivoluzione industriale, si scontra con i limiti assoluti del processo reale di valorizzazione. Benchè esso debba espandersi eternamente, a causa della propria logica, esso trova sempre meno condizioni per questo nelle sue stesse basi. Il risultato è un duplice atto di disperazione, una fuga in avanti: da un lato, una pressione terribile per occupare le ultime risorse gratuite della natura, per fare perfino della stessa “natura interiore” dell’essere umano, della sua anima, della sua sessualità, del suo sonno il terreno diretto della valorizzazione del capitale e, con esso, della proprietà privata. Dall’altro, le infrastrutture pubbliche amministrate dallo Stato devono essere trasformate, con le buone o con le cattive, in settori del capitalismo privato.

Ma questa privatizzazione totale del mondo porta definitivamente la modernità all’assurdo; la società capitalista diventa autocannibalica. La base naturale della società è distrutta con velocità crescente; la politica di taglio dei costi e la terziarizzazione a ogni prezzo distruggono la base materiale delle infrastrutture, il contesto di organizzazione e, con esso, il valore d’uso necessario. Da tempo è noto il caso disastroso delle ferrovie e, in generale, dei mezzi di trasporto in precedenza pubblici: tanto più privatizzati tanto più deteriorati e più pericolosi per la comunità. Lo stesso quadro si constata nelle telecomunicazioni, nelle poste etc. Chiunque abbia bisogno di installare una nuova linea telefonica s’imbatte con appuntamenti saltati, confusione di competenze tra istanze “terziarizzate” e imprecanti tecnici pseudo-autonomi. La posta tedesca che si è trasformata in un grande global player ansioso per la sua capitalizzazione in borsa, a breve consegnerà lettere in California o in Cina; in cambio il servizio più semplice di consegna continua a funzionare male in Germania. Quale prodigio quando attività intere passeranno ai bassi salari e le zone di consegna del singolo postino saranno raddoppiate e triplicate, ma gli uffici estremamente sguarniti.

Gli uffici postali o le stazioni delle ferrovie si trasformano in sfarzosi centri commerciali mentre il servizio dedicato soffre. Quanto più sono stilizzati gli uffici, tanto più il servizio è scadente. Nonostante tutte le promesse, la privatizzazione significa presto o tardi non solo il peggioramento ma anche l’aumento drastico dei prezzi. “Poiché tu sei povero devi morire prima”: con la privatizzazione crescente dei servizi della salute, questo vecchio detto popolare assurge a nuovi onori anche nei paesi industriali più ricchi. La politica della privatizzazione non dà tregue nemmeno alle necessità umane più elementari. In Germania i servizi igienici delle stazioni dei treni sono passati a essere gestiti da un’impresa transnazionale di nome “McClean”, che pretende per l’utilizzazione di un orinatoio quanto un’ora di parcheggio nel centro della città. Così ormai già si dice: “poiché sei povero te la devi fare nei pantaloni o alleviarti illegalmente!”

La privatizzazione della fornitura dell’acqua nella città bolivariana di Cochabamba che, per volere della Banca Mondiale, è stata venduta a una “impresa idrica” nordamericana, mostra quel che ci aspetta. In poche settimane i prezzi sono stati alzati a tal punto che molte famiglie hanno dovuto pagare fino a un terzo dei loro redditi per l’acqua giornaliera. Raccogliere l’acqua piovana per bere è stato dichiarato illegale e alla protesta si è risposto con l’invio di militari. A breve il sole non risplenderà gratuitamente. E quando arriverà la privatizzazione dell’aria che si respira? Il risultato è prevedibile: niente funzionerà ancora e nessuno potrà pagare. Il capitalismo dovrà allora chiudere, per “mancanza di redditività”, sia la natura che la società umana e aprirne altre.

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