Al Diavolo le Buone Intenzioni


pobres y ricos en México

[Di Ivan Illich. Titolo originale: To Hell with Good Intentions. Traduzione di Enrico Sanna.]

Discorso di Monsignor Ivan Illich alla conferenza sul Progetto Studentesco InterAmericano tenutasi a Cuernavaca, in Messico, il 20 aprile 1968. Con il suo stile pungente e talvolta sarcastico, Illich va al cuore del grave pericolo rappresentato dal paternalismo insito in ogni volontariato, ma soprattutto nelle “missioni” internazionali. Alcune parti del discorso sono desuete e devono essere viste nel contesto del 1968, quando si tenne la conferenza, ma l’impianto base rimane integro per via dell’impatto che ha e su richiesta di Ivan Illich.
Grazie a Nick Royal, Tim Stanton e Steve Babb per aver aiutato a trovare questo discorso.

Oggi, parlando con qualcuno mi hanno colpito due cose, che voglio rimarcare prima di iniziare il discorso che ho preparato.

Sono rimasto colpito dalle vostre parole secondo cui a spingere i volontari americani ad andare all’estero sono concetti e sentimenti di profonda alienazione. Sono rimasto colpito anche da quello che io interpreto come un passo avanti tra volontari come voi: il riconoscimento dell’idea che l’unica cosa che potete lecitamente chiamare volontaria in America Latina è forse l’impotenza, la presenza volontaria di chi riceve che, in quanto tale, amato o adottato, non può in alcun modo rendere il dono.

Sono rimasto altrettanto colpito dall’ipocrisia di gran parte di voi. Dall’ipocrisia dell’atmosfera qui prevalente. Lo dico come un fratello che parla a fratelli e sorelle. Lo dico opponendomi a me stesso; ma devo dirlo. La vostra idea, la vostra disponibilità a giudicare i programmi passati vi rendono ipocriti perché voi, o almeno gran parte di voi, avete deciso di passare la prossima estate in Messico, e dunque non volete andare fino in fondo nella revisione dei vostri piani. Chiudete gli occhi perché volete andare avanti, e non potete andare avanti se considerate alcune cose.

È molto probabile che questa ipocrisia sia inconscia in gran parte di voi. Intellettualmente, siete pronti ad ammettere che le ragioni che giustificavano il volontariato nel 1963 non si possono invocare nel 1968. Le “vacanze-missione” tra i poveri messicani rappresentavano “la cosa giusta” per gli studenti americani benestanti di inizio decennio: una sentimentale preoccupazione per la neoscoperta povertà del sud combinata con la cecità totale verso una ben peggiore povertà in casa giustificava queste escursioni del bene. L’esame delle difficoltà di questo fruttuoso volontariato non aveva spento lo spirito di corpo pacifico dei papali e sedicenti volontari.

Oggi l’esistenza di organizzazioni come la vostra è un’offesa al Messico. Ho voluto dirlo per far capire che ne sono nauseato e che le buone intenzioni non hanno molto a che fare con ciò di cui stiamo parlando qui. Al diavolo le buone intenzioni. Un detto irlandese dice che di buone intenzioni è lastricato l’inferno, tanto per metterla sul teologico.

La frustrazione che qualcuno di voi proverà per questo programma potrebbe portarlo ad una nuova consapevolezza: sapere che anche in Nord America c’è chi può ricevere il dono dell’ospitalità senza essere minimamente in grado di ripagare; sapere che per certi doni non esiste neanche la parola “grazie”.

E ora le parole che ho preparato.

Signori e signore,

In questi ultimi dieci anni è cresciuta la mia fama di oppositore alla presenza di tutti i “buonisti” nordamericani in America Latina. Forse sapete che mi sto dando da fare per ottenere il ritiro spontaneo di tutti gli eserciti di volontari nordamericani dall’America Latina: missionari, corpi di pace e gruppi come il vostro, una “divisione” organizzata per l’invasione benevola del Messico. È incredibile! Sapevate queste cose quando avete invitato nientemeno che me a fare da relatore al vostro incontro annuale. Posso solo immaginare che il vostro invito significhi almeno una di queste tre cose:

Alcuni di voi sono arrivati alla conclusione che questa organizzazione debba essere sciolta completamente, o che debba eliminare dai suoi intenti istituzionali la promozione degli aiuti volontari ai poveri messicani. E quindi mi avete invitato per spingere gli altri a fare la stessa decisione.

O forse mi avete invitato perché volete imparare come trattare quelli che la pensano come me; come riuscire a spuntarla. Oggi è di moda invitare un portavoce del Black Power al Lions Club. Ed è d’obbligo invitare una “colomba” ad un dibattito organizzato per accrescere la bellicosità americana.

O ancora forse mi avete invitato con la speranza di riuscire a digerire gran parte di quello che ho da dire per poi andare avanti in buona coscienza e lavorare nei villaggi messicani quest’estate. Quest’ultima è per quelli che non ascoltano o che non mi capiscono.

Io non sono venuto per fare polemiche. Sono venuto per dirvi, possibilmente per convincervi, magari anche per fermarvi, di non imporvi con presunzione ai messicani.

Io credo profondamente nell’enorme buona volontà dei volontari americani. Ma questa buona fede può solitamente spiegarsi solo con un’abissale mancanza di tatto naturale. Voi, per definizione, non potete non essere piazzisti in vacanza dello “stile di vita americano” (American way of life) medio borghese, perché questo è l’unico stile di vita che conoscete. Un gruppo come questo non avrebbe potuto nascere senza il supporto di uno stato d’animo diffuso tra gli americani: l’idea che ogni buon americano debba condividere con i più poveri i doni di Dio. L’idea che ogni americano abbia qualcosa da dare, e che in qualunque momento possa, anzi debba, darlo, spiega perché agli studenti viene in mente che possono aiutare i contadini messicani a “crescere” passando qualche mese nei loro villaggi.

Ovviamente, questa strana convinzione aveva il sostegno di alcuni missionari, che non avrebbero alcuna ragione di esistere se non avessero la stessa convinzione… ma molto più radicata. Voi, come i valori che portate, siete il prodotto di una società americana fatta di arrivati e consumatori, con il suo sistema bipartitico, la sua scuola per tutti, e la sua ricchezza con la berlina in garage. Voi insomma siete, consciamente o inconsciamente, “piazzisti” di un illusorio balletto di idee fatto di democrazia, pari opportunità e libera impresa, presso persone che non hanno la possibilità di trarre vantaggio da queste cose.

Dopo i soldi e le armi, il terzo prodotto più esportato dagli Stati Uniti è l’idealista americano, che spunta dappertutto nel mondo: l’insegnante, il volontario, il missionario, l’organizzatore della comunità, il promotore economico e il buonista in vacanza. Queste persone dicono di avere idealmente un ruolo di servizio. In realtà, finiscono spesso per alleviare i danni fatti dai soldi e dalle armi, finiscono per “sedurre” i “sottosviluppati” con i benefici di un mondo fatto di ricchezza e successo. Forse è il caso di far sapere agli americani a casa che lo stile di vita che hanno scelto è semplicemente troppo scialbo per essere condiviso.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutta l’America che sta lottando tremendamente per la sopravvivenza. Gli Stati Uniti non possono sopravvivere se il resto del mondo è convinto che qui non c’è il paradiso in terra. La sopravvivenza degli Stati Uniti dipende da quanto gli uomini cosiddetti “liberi” accettino il fatto che la classe media americana “ce l’ha fatta”. Lo stile di vita americano è diventato una religione che dev’essere accettata da chi non vuole perire di spada… o di napalm. In tutto il mondo gli Stati Uniti stanno lottando per proteggere e far crescere almeno una minoranza che consuma quello che può permettersi la maggioranza degli americani. È questo il fine dell’Alleanza per il Progresso delle classi medie che gli Stati Uniti hanno firmato con l’America Latina qualche anno fa. Ma questa alleanza commerciale dev’essere sempre più protetta con le armi per permettere alla minoranza che “ce l’ha fatta” di mantenere le proprie acquisizioni e i propri risultati.

Ma le armi non bastano a tenere in piedi il potere di una minoranza. Le masse marginali diventano turbolente se non gli si dà un “Credo” o una convinzione che giustifichi la situazione attuale. Questo compito è affidato ai volontari americani, che siano membri di questa organizzazione o operatori dei cosiddetti “Programmi di Pacificazione” in Vietnam.

Attualmente, gli Stati Uniti sono impegnati in uno sforzo su tre fronti al fine di affermare i suoi ideali di “Democrazia” acquisitiva e orientata ai risultati. Dico “tre” fronti perché tre grandi aree del mondo stanno sfidando la validità di un sistema politico e sociale che arricchisce i già ricchi e pone i poveri ancora più ai margini di quel sistema.

In Asia, gli Stati Uniti sono minacciati da un potere costituito: la Cina. Gli Stati Uniti si oppongono alla Cina con tre armi: le microscopiche élite asiatiche che sperano in un’alleanza con gli Stati Uniti; un’enorme macchina da guerra che impedisca ai cinesi di “prendere il sopravvento”, come si dice in questo paese; e la rieducazione forzata delle persone cosiddette “Pacificate”. Apparentemente, tutti e tre questi sforzi stanno fallendo.

A Chicago, i fondi per la povertà, la violenza della polizia e i predicatori sembrano non riuscire più nel loro intento di tenere a bada la comunità nera, che non vuole più aspettare la grazia di essere integrata nel sistema.

In America Latina, infine, l’Alleanza per il Progresso è riuscita pienamente nell’intento di far crescere il numero di persone che non potrebbero stare meglio, ovvero la minuscola élite della classe media, e ha creato le condizioni per una dittatura militare. I dittatori un tempo erano al servizio dei proprietari delle piantagioni; ora proteggono il nuovo sistema industriale. Ed ecco che finalmente arrivate voi e aiutate i disgraziati ad accettare il proprio destino all’interno di questo processo!

Tutto ciò che potete fare in un villaggio messicano è creare disordine. Nel migliore dei casi, potete cercare di convincere una ragazza messicana a sposare un giovane che si è fatto da sé, un ricco, un consumatore, uno che non rispetta le tradizioni come uno qualunque di voi. Nel peggiore, con il vostro spirito da “sviluppo della comunità” potreste procurarvi abbastanza problemi da beccarvi una fucilata prima della fine delle vacanze, così tornate di corsa ai vostri quartieri medio borghesi dove i vostri amici fanno battute sui “merdosi” e gli “sporchi messicani”.

Voi vi accingete al vostro compito senza alcuna preparazione. Perfino il Corpo di Pace spende circa 10.000 dollari a membro per aiutarlo ad ambientarsi ed evitare lo choc culturale. Strano che nessuno abbia mai pensato di istruire i poveri messicani così che evitino lo choc culturale di incontrare voi.

In realtà, voi non riuscite neanche a parlare con la maggioranza che fingete di servire in America Latina; neanche se parlate la loro lingua, cosa che la maggior parte di voi non fa. Potete solo dialogare con quelli come voi: imitazioni latinoamericane della media borghesia nordamericana. Non potete in alcun modo parlare con i poveri disgraziati, perché non avete una base comune d’incontro.

Lasciatemi spiegare queste ultime parole, e lasciatemi spiegare perché gran parte dei latinoamericani con cui riuscirete a comunicare è in disaccordo con me.

Supponiamo che voi quest’estate andiate in un ghetto americano a cercare di aiutare i poveri a “darsi una mano”. Ben presto vi sputeranno o vi rideranno dietro. Le persone si sentiranno offese dalla vostra presunzione e reagiranno a botte o a sputi. Quelli che capiranno che siete stati spinti dalla vostra cattiva coscienza si faranno una risata di compatimento. Presto vi renderete conto che tra i poveri siete irrilevanti, che non siete altro che studenti dei college medio borghesi che fanno i compiti estivi. Vi cacceranno via, e non importa se le vostre facce sono bianche come la maggior parte che vedo qui, o brune o nere come le poche eccezioni che sono capitate.

I vostri rapporti sul vostro lavoro in Messico, che voi molto gentilmente mi avete mandato, trasudano autocompiacimento. I rapporti delle scorse estati dimostrano che non riuscite neanche a capire che il vostro buonismo in un villaggio messicano è ancora meno importante che in un ghetto americano. Non solo c’è un abisso tra quello che avete voi e quello che hanno gli altri, ed è un abisso molto più profondo di quello che c’è tra voi e i poveri del vostro paese, ma c’è anche una distanza immensamente più grande tra i vostri sentimenti e quelli dei messicani. Questa distanza è così grande che in un villaggio messicano voi, voi Bianchi Americani (o americani culturalmente bianchi), finirete per sentirvi esattamente come si sentiva quel predicatore bianco che sacrificò la propria vita predicando agli schiavi neri in una piantagione dell’Alabama. Il fatto di vivere in una capanna e mangiare tortillas per qualche settimane rende il vostro gruppo di ben intenzionati solo un po’ più pittoresco.

Le uniche persone con cui potete sperare di comunicare sono pochi elementi della media borghesia. E notate che ho detto “pochi”, col che intendo una minuscola élite latinoamericana.

Voi venite da un paese che si è industrializzato presto e che è riuscito ad incorporare la stragrande maggioranza dei suoi cittadini nella media borghesia. Diplomarsi al secondo anno del college non conferisce alcun segno distintivo negli Stati Uniti. Gran parte degli americani lo fa. Chi non termina le superiori è considerato svantaggiato.

In America Latina la situazione è molto diversa: il 75% della popolazione lascia alle elementari. I diplomati sono una piccolissima minoranza. E una minoranza di questa minoranza va all’università. È solo tra questi ultimi che troverete il vostro equivalente culturale.

Negli Stati Uniti, la media borghesia è la maggioranza. In Messico è un’élite ristrettissima. Sette anni fa il vostro paese avviò e finanziò la cosiddetta “Alleanza per il Progresso”. Era una “Alleanza” per il “Progresso” delle élite medio borghesi. Ora, è tra questi elementi della media borghesia che voi troverete qualcuno disposto a passare qualche tempo con voi. Sono in gran parte “bravi ragazzi” che come voi vorrebbero sciacquare la propria coscienza sofferente “facendo qualcosa di bello per aiutare i poveri indiani”. Ovviamente, quando voi e le vostre controparti della media borghesia messicane vi incontrerete, vi diranno che state facendo qualcosa di prezioso, che vi state “sacrificando” per aiutare gli altri.

E sarà soprattutto il prete straniero a confermare l’immagine che avete di voi. Dopotutto, anche il senso della sua opera e i suoi fagioli dipendono dalla fede profonda nel suo anno di missione, che ricorda la vostra missione-vacanza estiva.

C’è chi dice che qualcuno torna dall’esperienza con la coscienza del danno fatto agli altri, e dunque è maturato. Ma si parla meno del fatto che la maggior parte è comicamente orgogliosa dei propri “sacrifici estivi”. Forse si dice una qualche verità quando si afferma che gli uomini dovrebbero vivere in promiscuità per qualche tempo per scoprire la gioia superiore del sesso in una relazione monogama. O che provare l’LSD è il modo migliore per lasciarla stare. O che per capire che la propria presenza in un ghetto non è né sentita né cercata bisogna provare a starci, e fallire nell’intento. Ma io non sono d’accordo. Il danno che i volontari fanno ad ogni costo è un prezzo troppo alto per arrivare a capire, tardi, che non avrebbero dovuto fare i volontari.

Se avete qualche senso della responsabilità, state a casa con le vostre rivolte. Datevi da fare per le prossime elezioni: sapete cosa fate, perché lo fate e come comunicare con quelli a cui parlate. E sarà il fallimento a farvelo capire. Se poi insistete a lavorare con i poveri, se questa è la vostra vocazione, allora almeno andate tra quei poveri che vi possono mandare al diavolo. È inaccettabilmente ingiusto che imponiate la vostra presenza in un villaggio in cui siete linguisticamente così sordomuti da non capire neanche quello che fate, o cosa pensano di voi le persone. Vi fate molto male quando definite i vostri intenti in termini di “bene”, “sacrificio” o “aiuto”.

Sono qui per consigliarvi di rinunciare volontariamente ad esercitare quel potere che l’essere americani vi dà. Sono qui per supplicarvi liberamente, con coscienza e umiltà, di rinunciare al vostro diritto legale di imporre la vostra benevolenza al Messico. Sono qui per sfidarvi ad ammettere la vostra incapacità, la vostra impotenza, la vostra impossibilità a fare quel “bene” che voi volevate fare.

Sono qui per supplicarvi di usare i vostri soldi, il vostro status e la vostra istruzione per viaggiare nell’America Latina. Venite e guardate, scalate le nostre montagne, godetevi i nostri fiori. Venite a studiare. Ma non venite ad aiutare.

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