Una Politica Pericolosa e Colpevole


Il caso Tarnac e l’insurrezione che viene ~ II

[Di Alain Brossat. Preso da Carmilla Online del 27 aprile 2009.]

L’insurrezione che viene, pubblicato in Francia nel 2007 e firmato «Comitato invisibile», instancabilmente presentato da poliziotti e media come il breviario dei «giovani di Tarnac», è un testo che abbonda di buone letture; alcune affermazioni perentorie paiono direttamente prese in prestito da Minima Moralia, altre citano Debord, Badiou e diversi altri dei nostri autori che valgono.

Ma basta leggerlo davvero per convincersi che si tratta di tutt’altra cosa: di certo non di un compendio alla guerra civile, né di un manuale insurrezionale come si sono affrettati a sostenere i sedicenti strateghi che circondano la ministra della Giustizia Alliot-Marie. Decisamente, si tratta di un libro che fa piazza pulita dei consueti vaticini sulla fine della politica, il crescere della barbarie. Di uno scritto attraversato da un appetito di prassi, che costantemente cerca di legare analisi a prospettive di azione. Diversamente da tanti altri, questo testo non si accontenta di eccellere nel radicale pessimismo, nel lucido disincanto; tenta, invece, di far tornare il conto della spesa della questione politica dal lato dell’azione: che fare oggi in questa situazione?

E che dice chiaramente: sì, oggi delle azioni sono possibili, delle azioni capaci di sospendere la temporalità del dominio infinito, delle azioni che facciano rivivere la figura di un conflitto nel cuore degli spazi pubblici, delle azioni «autonome» con cui ridare consistenza alle figure sacrificali della politica moderna: la comune, la sommossa, l’insurrezione. È un libro che, tra altre cose, parla del fuoco, dell’incendio come strumento politico, eppure scritto prima che il centro di detenzione per immigrati di Vincennes venisse dato alle fiamme dalla rabbia dei detenuti stessi. È un libro che si pone spavaldamente il problema della forme possibili di resistenza all’insediamento, nelle pieghe della polizia democratica, di uno stato d’eccezione furtivo e permanente di cui la schedatura, la biometria, la telesorveglianza, la detenzione su misura, le leggi sulla sicurezza sono i diversi interpreti. Un libro che non teme di affermare che i nuovi dispositivi di governo dei viventi non devono essere semplicemente denunciati, ma attivamente combattuti, foss’anche a costo di qualche illegalità. Una diagnosi sul presente che porta a tentare di risolvere la quadratura del cerchio: come produrre gli effetti di paralisi di uno sciopero generale, quando manca il popolo in sciopero?

Ma, purtroppo, tutto questo è diventato la voce fuori campo della stessa campagna «democratica» di difesa degli accusati. Questo libro, messo al riparo da qualunque relazione con i suoi progetti pratici, le azioni suggerite, le eterotopie inventate eppure reali, è finito con l’essere ricollocato nell’ambito del puro e semplice esercizio di speculazione intellettuale giovanile, una fantasia immaginativa chiamata dai provvidenziali arresti di Tarnac a tornare coi piedi per terra. Dalle prime ore degli arresti di Tarnac, la stampa non ci ha messo molto a lasciarsi andare al consueto andazzo, ad avallare la versione poliziesca di un complotto di estrema sinistra sventato per tempo.

Poi, il carattere fantasioso delle incriminazioni, a cominciare da quella di «terrorismo» e «associazione sovversiva», è apparso evidente; tanto quanto gli scarsi risultati delle investigazioni della polizia, portate avanti a tamburo battente: nessun’arma, nessun documento falso, nessuno strumento destinato al sabotaggio, nessuno crimine in flagrante e, per condimento, castelli fumosi sull’allergia dei nostri giovani eroi al telefono cellulare, sul loro trasferimento in campagna, sulla loro partecipazione ad alcune manifestazioni o sul loro rifiuto alla schedatura biometrica. La montatura poliziesca si è sgonfiata in pochi giorni e la stampa ha voltato gabbana, dando voce alle famiglie degli accusati, ai vicini, agli amici, pubblicando diverse petizioni a loro favore e facendosi beffa della storiella ormai discredita dell’idra «anarco-autonoma», con la stessa disinvoltura con cui i primi giorni dava voce alle veline della questura. Nella falla ormai aperta, si è infilato un movimento di difesa e di protesta, culminato in un appello pubblicato dal quotidiano «Le Monde» sulla pagina dei dibattiti e delle lettere. Un testo intitolato No, all’ordine nuovo e firmato da intellettuali di richiamo, filosofi per primi: Giorgio Agamben, Alain Badiou, Daniel Bensaid, Jacques Rancière, Jean-Luc Nancy, Slavoj Zizek…

L’orizzonte di riferimento di questo testo è quello di una protesta interamente riferita alle norme dello Stato democratico, allo Stato di diritto, contro la costruzione poliziesca che ha portato all’arresto e all’incriminazione di nove persone accusate di associazione terroristica. Mentre si chiede se «le leggi di eccezione adottate col pretesto del terrorismo e della sicurezza siano a lungo termine compatibili con la democrazia», questo testo finisce col dare il suo benestare al termine passe-partout di «democrazia» e si appella alla difesa della sua supposta integrità contro i dispositivi di eccezione.

Ovviamente, non è qui in discussione l’imperativo di organizzare una rete di solidarietà nei confronti degli accusati. Il problema è semmai che questa solidarietà si è dispiegata lungo una china la cui caratteristica era seppellire sotto la spessa coltre di cenere di una polizia sentimentale e «democratica» tutto quello che rappresentava il veleno, il fermento di radicalismo di questo libro di lotta, con la sua chiamata a mettersi «in strada». Un libro basato su una certezza: oggi, diventare ingovernabili, essere alla ricerca di effetti politici, di effetti di spiazzamento o d’urto che non siano riconducibili alle condizioni generali del governo dei viventi o della polizia pastorale, presuppone necessariamente reali movimenti di decentramento, forme di esilio concordato, di solitudine organizzata e l’assidua ricerca di limiti, confini, punti di rottura; non per «uscire dal sistema» creando enclave, ma per produrre dei blocchi, delle interruzioni, per denunciare i punti di debolezza, uscire dalle logiche di resistenza, rivelare nuovi possibili esponendo se stessi.

Coloro che hanno fatto proprio questo discorso di fondo sanno che oggi una politica viva può essere solo quella politica, non dei margini in senso sociale, ma dei bordi in senso politico; politica che per i governanti è associata alla pericolosità. Nel momento in cui la sinistra radicale fa testimonianza di fede della propria rispettabilità e volente o nolente tende a farsi posto nel dispositivo parlamentare, coloro che cercano una strada per ciò che Foucault chiamava inservitù volontaria, e mettono in pratica un’insurrezione dei comportamenti, diventano pericolosi e sanno che questa politica fa di loro, al cospetto di qualunque polizia, dei colpevoli. La denuncia della rozzezza delle frettolose costruzioni poliziesche non dovrebbe farci scordare la condizione specifica di ogni politica radicale oggi, che afferma: così non vogliamo farci governare, da queste gente non vogliamo farci governare, questo governo è l’intollerabile e con esso dichiariamo aperto un conflitto. L’evidenza di questa posizione è dura da digerire: semplicemente, una politica esplicitamente fondata sull’idea dell’intollerabile può essere solo una politica pericolosa e colpevole, una politica che espone coloro che la praticano alle rappresaglie di Stato e agli attacchi di tutte le polizie messe assieme (stampa, sindacati, intellettuali embedded…). Bisogna dirlo apertamente: la condizione presente di degradazione delle libertà pubbliche, di proliferazione del regime dell’eccezione condanna qualunque politica fondata sul rifiuto di «farsi governare così» e «governare da questa gente» a essere collocata nell’illegalità e dunque repressa. È appunto questa una delle lezione della vicenda di Tarnac, che non è uno spiacevole errore, un abuso, ma la manifestazione effettiva di questa nuova norma.

In nome della necessità di una difesa efficace, la parola dei nostri «comunardi» è stata annullata. Il «comitato invisibile» è diventato inudibile.

In questi tempi in cui le palinodie, le ritrattazioni e la messa in pratica della regola «cancella le tracce» costituiscono il grosso del bagaglio etico dei nostri uomini politici, è degno di nota che gli accusati che restano reclusi, con il loro silenzio, mantengano nonostante i certificati di buoni costumi rilasciati a loro sostegno la rotta degli intrattabili. È il vero sogno del bunker securitario, quello di mettere mano su gruppi di attivisti di cui affermare: ecco gli eredi della banda Baader-Meinhof, sono qui, sono armati, ecco le prove! Ma poiché questa manna non esiste, si è dovuto inventarla mascherando da «terrorismo» discorsi e comportamenti inseparabili dalle nuove forme di resistenza. La vicenda Tarnac, almeno, avrà avuto il merito di sgonfiare quel pallone a geometria variabile del «terrorismo»; ma senza che la critica a questo termine corrotto sia giunta alla sua completa ricusazione: non poche sono le anime belle che hanno pensato che l’accusa di terrorismo rivolta a questi giovani fosse uno scandalo, ma che ciononostante la lotta contro il terrorismo vero giustifica il venir meno di alcune nostre libertà. Ma la convalida del vocabolario e degli schemi discorsivi dei nostri governanti è solo l’inizio di un consenso nei confronti delle condizioni di un governo che fissa a regola legittima ciò di cui si nutre lo stato di eccezione proliferante.

Sul fronte dello Stato, degli «esperti» di ogni risma, si diffonde la sindrome dell’esplosione sociale, in virtù della quale si appronta ogni genere di dispositivo destinato a far fronte al «duro colpo», alla situazione di emergenza. Arriviamo a dire che questa scossa per loro non rappresenta solo uno degli scenari possibili, bensì uno di quelli auspicabili, tanto sono in cerca di diversivi di fronte ai durevoli effetti dello tsunami finanziario del 2008. Senza lasciarsi catturare dal fascino facile delle previsioni apocalittiche che annunciano l’imminenza del crollo del sistema, potremmo dire: in queste circostanze, in effetti non escludiamo di poter diventare pericolosi, siamo destinati a diventarlo, tanto questo governo è abietto, minaccioso e insopportabile! Dopo tutto, non sono pochi in Francia gli esempi dei focolai e delle manifestazioni di radicalismo che organizzano attivamente la resistenza a questo insopportabile — clandestini, liceali, insegnanti, operai in sciopero, persino psichiatri, che niente destinava a diventare dei sovversivi se non fosse per il decreto presidenziale che ormai gli impone di trattate i malati mentali come criminali…

A emergere è una nuova soggettività di resistenza e di defezione, che trova la sua espressione nella moltiplicazione delle affermazioni di disobbedienza. Qui non si tratta del grande mito della sollevazione di massa, ma semplicemente del dire: a queste condizioni non obbediamo più, i nostri comportamenti saranno ingovernabili, smetteranno di essere programmabili. Smetteremo di funzionare da agenti dei dispositivi che ci governano, non giocheremo più quel ruolo, non staremo più lì dove vi aspettate e prevedete che saremo. In fondo, è ciò a cui esorta L’insurrezione che viene.

Titolo originale: Tous Coupat, tous coupables, pubblicato su www.editions-lignes.com© Nouvelles Éditions Lignes, 2009. Sul sito è disponibile il testo in versione integrale.

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