Da Tarnac a Chernobyl Passando per Wall Street


Il caso Tarnac e l’insurrezione che viene ~ III

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[Di Frédéric Neyrat. Preso da Carmilla Online del 27 aprile 2009.

Crisi, essere immersi nella crisi, uscire dalla crisi… Un minimo di sforzo concettuale vorrebbe oggi che si mettesse in crisi lo stesso concetto di «crisi», che si scegliesse di non usarlo più. Da vero significante tappa-buchi, dice meno e dice più di quanto dovrebbe, come accade per la «crisi finanziaria».

Dice troppo poco, perché attenua la gravità degli eventi che dovrebbe descrivere: non stiamo attraversando una «crisi del capitalismo», ma un crollo annunciato del nostro modo di sussistenza. Dei nostri modi di vivere e di continuare a vivere. Questo crollo previsto va ben al di là del problema del modo di sussistenza dell’ambito finanziario e finisce col toccare l’intera economia e i suoi rapporti con le materie prime, i territori, le abitazioni, le energie e il cibo, insomma con l’ecologia globale. L’ecologia fisica e psichica del globo dai flussi interconnessi e dalla comunicazione panicata, epidermica, virale e virulenta. Quando l’insieme di un mondo e dei suoi modi di essere viene messa in discussione da eventi suscettibili di tracciare una soluzione di continuità, non è di crisi che possiamo parlare, bensì di catastrofi. Di catastrofi in corso.

Eppure, il termine crisi dice anche di più di quanto dovrebbe. Sembra dire che qualcosa sarebbe davvero sul punto di cambiare, rimandando al significato etimologico di krisis come «giudizio», «decisione». È invece ormai da mezzo secolo che progressivamente si va istituendo una nuova forma di «governamentalità», di «razionalità politica» precisamente fondata sul problema dei rischi e delle crisi. Dalla fine del secolo scorso questa nuova governamentalità ha fatto propria la gestione delle catastrofi, dei fenomeni estremi — climatici, epidemiologici, «terroristici»… come un dato della normalità.

Non solo l’eccezione è diventata la norma, come si va ripetendo oggi quasi da sonnambuli dopo Walter Benjamin, ma le norme e le eccezioni di poco fa hanno sgombrato il campo a un dispositivo inedito che le riconfigura in modo radicale. Possiamo chiamare biopolitica delle catastrofi quella governamentalità che, ben oltre il problema neoliberista della gestione dei rischi, fa della catastrofe il punto a partire dal quale si articola l’ordine politico, il nuovo nomos globale. Ad esempio, la National Security and Homeland Security Presidential Directive, promulgata nel 2007 negli Stati Uniti, ha facoltà di sospendere il governo costituzionale introducendo poteri di natura dittatoriale coperti dalla legge marziale in caso di «emergenza catastrofe»; ovvero, dice la direttiva, nel caso di qualunque «incidente» che «colpisca la popolazione, le infrastrutture, l’ambiente, l’economia o le funzioni di governo degli Stati Uniti». Occorre allora mettere in relazione questa biopolitica delle catastrofi e la soluzione di continuità, come l’introduzione di un nuovo ordine e l’abolizione di un modo di sussistenza.

Ecco allora un’ipotesi: numerosi responsabili di governo, di organi internazionali ed esperti riconosciuti hanno oggi esplicitamente accettato l’idea dell’«irreparabile»: cambiamenti climatici, guerre per le risorse idriche nell’immediato futuro, inevitabile aumento dei rifugiati per ragioni tanto ecologiche che economiche… Ciò cui stiamo assistendo è l’affermazione di una nuova divisione e di una nuova distribuzione, di un nomos dunque. Ciò che accade sotto i nostri occhi è l’attuazione di programmi di adattamento agli sconvolgimenti previsti. Ed è in questo contesto che ormai occorre pensare la formulazione di leggi e di strutture cosiddette «anti-terrorismo»: la loro funzione è quella di collegare la sorveglianza, il controllo, la reclusione delle popolazioni sottoposte a catastrofe, che si tratti di rifugiati venuti da lontano o di affamati dell’interno (due categorie sovrapponibili e intercambiabili: in un mondo globalizzato, come in un nastro di Moebius ogni elemento interno è allo stesso tempo un elemento esterno).

Obiettivo del nuovo nomos globale è tentare di ritagliare gruppi privilegiati dal «resto» della popolazione, creando sacche di immunità, Green Zone come in Iraq. Eppure alla fine dall’Iraq bisogna andarsene, come farà Obama, e già si sta pensando di abbandonare la Terra, benché sia decisamente più arduo. Perché sappiamo che la biopolitica delle catastrofi è condannata al fallimento, che l’adattamento sarà disastroso, che nessuna «classe» se la caverà e che le velleità di disobbedienza sono ormai moneta corrente, al punto da rendere in tendenza impossibile qualunque forma di controllo efficace. Purtroppo però a regnare è l’antinomia del giudizio immunologico: da un lato, si sa di essere parte di un mondo, di un flusso integrato e di comportamenti mimetici che questo produce; dall’altro, si crede di poter costituire l’eccezione, «a noi non succederà niente, siamo al sicuro» e si vota per Sarkozy.

Quelli di Tarnac avranno allora sperimentato sulla loro pelle uno dei risvolti di questo nuovo nomos. Non saranno gli ultimi. Finché continueremo semplicemente a ridurre le leggi anti-terrorismo a leggi repressive, liberticide, poliziesche, senza capire la nuova funzione della polizia, resteremo nell’impossibilità di combatterle. Perché ciò che occorre combattere è la catastrofe come condizione. Tanto ciò che è all’origine dei disastri economici ed ecologici, quanto i rimedi della governamentalità, così come il discrimine tra chi si ritiene immune e chi non è immune che rimanda gli uni agli altri. Le nuove politiche ambientali di Sarkozy equivalgono a Chernobyl. Il capitalismo verde alle carestie. Le leggi anti-terrorismo alla libertà sui denti.

Questo speciale, a cura di Serge Quadruppani e Ilaria Bussonni, è stato pubblicato in forma cartacea su “Alias”, supplemento culturale de il manifesto. La traduzione è di Cecilia Savi.

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