Un Libro Coraggioso


roberto scwarz

[Di Roberto Schwarz. Originale pubblicato sulla Folha de São Paulo del 17 maggio 1992. Traduzione italiana pubblicata su Blackblog Franco Senia il primo giugno 2017 con il titolo Audacia.]

Come va inteso il collasso dei paesi socialisti? Sebbene ci abbia colto di sorpresa, ha fatto sorgere più dubbi che certezze, ed è apparso come se fosse facile da comprendere. Secondo l’opinione comune avrebbe segnato: a) la vittoria del capitalismo, e b) la confutazione della prognosi storica di Marx; oppure, ancora, della sconfitta dello statalismo da parte della società di mercato. Ebbene, per rompere questa unanimità è appena uscito in Germania un libro intelligente ed incisivo, di Robert Kurz, che azzarda una lettura inattesa dei fatti. Il crollo summenzionato rappresenterebbe, al contrario, niente meno che l”inizio della crisi del sistema capitalista stesso, cos’ come la conferma dell’argomentazione di base del “Capitale”.

Il lettore smaliziato dirà che sulla carta ci puoi scrivere tutto, perfino dei sofismi come quelli succitati. Come può essere un segno di crisi la sconfitta dell’avversario? La sconfitta del socialismo non è forse davanti agli occhi di tutti? Le società ex-socialiste non hanno forse riconosciuto esse stesse la superiorità dell’economia di mercato, i cui meccanismi cercano avidamente di assimilare, a dispetto di Marx? I serbatoi di manodopera ed i potenziali mercati dell’Est non estendono forse lo spazio del capitale?

Il libro non ignora questo genere di fatti, che tuttavia considera in un’altra prospettiva. Anziché contrapporre modelli astratti di società – capitalista contro socialista, democratica contro totalitaria, concorrenziale contro statalista, borghese contro proletaria, ecc. – si tratta di concepire come una totalità in movimento la storia del sistema mondiale di produzione di merci. Sotto questa luce, il ruolo svolto da quei termini opposti si ridimensiona, rivelando un panorama sorprendente, fatto di inquietanti somiglianze. Ciò detto, devo aggiungere di non essere uno specialista in materia, e che sono stato spinto a riassumere i ragionamenti di Kurz per il loro impatto critico: che mette in evidenza la ridicola mancanza di orizzonte con cui il fascino abbagliante del mercato  avvolge la nostra intelligenza.

Il punto di partenza è noto a tutti. La competizione economica costringe le imprese ad una maggior efficacia, rivoluzionando il lavoro, la tecnica, i prodotti, i quali poi tornano nuovamente a competere e ad essere rivoluzionati, e così via. In altre parole, è nella logica della produzione di merci costringere allo sviluppo delle forze produttive. Qualche tempo dopo la seconda guerra mondiale, questo processo, che accompagna il capitalismo fin dal suo inizio, è arrivato ad un passaggio decisivo, le cui conseguenze determinano la storia contemporanea. Il fatto fondamentale consiste nel matrimonio, in regime di mercato, fra la ricerca scientifica ed il processo produttivo. Questo legame è stato reso profondamente dinamico dalle condizioni del mercato globalizzato sostenuto dalla Pax Americana, condizioni che hanno aperto possibilità inedite alla vecchia concorrenza fra capitali.

È altrettanto noto il fatto che questi sviluppi, in particolare l’utilizzo della microelettronica e dei computer, non potevano tenere il passo nei paesi socialisti. Da questo, cresce la distanza fra i due blocchi, e spinge i perdenti verso il collasso (unendosi alla parte più grande del Terzo Mondo in via di sviluppo, che era stato costretto a gettare la spugna dieci anni prima). Concepita in termini di concorrenza fra sistemi, questa sequenza è la dimostrazione della vittoria dell’economia di mercato sullo statalismo. Non è così per Kurz, il quale intende le economie cosiddette socialiste come facenti parte del sistema mondiale di produzione di merci, in modo che il fallimento delle precedenti tendenze e impasse era implicito in queste. La crisi procede dalla periferia al centro, ossia, ha avuto inizio dal Terzo Mondo, ha proseguito verso i paesi socialisti ed ha già raggiunto le regioni e zone intere dei paesi ricchi. Qual è la sua natura?

La concorrenza nel mercato mondiale rende obbligatorio il nuovo modello di produttività, configurato attraverso la combinazione di scienza, tecnologia avanzata e grandi investimenti. Sia il mercato che il modello, nella loro forma attuale, sono risultati tardivi e consistenti dell’evoluzione del sistema capitalista, il quale, arrivato a questo livello – sempre secondo Kurz – ha raggiunto il suo limite, creando condizioni del tutto nuove. Per la prima volta, l’aumento di produttività sta significando licenziamento di lavoratori, anche in termini assoluti, vale a dire, il capitale comincia a perdere la capacità di sfruttare il lavoro. La manodopera a basso costo e semi-forzata in base alla quale il Brasile o l’Unione Sovietica contavano di sviluppare un’industria moderna ha finito per non avere rilevanza ed è rimasta senza acquirente. Dopo aver lottato contro lo sfruttamento capitalista, i lavoratori dovrebbero battersi contro la sua mancanza, che non può essere migliore. Ironicamente, l’esaltazione socialista dell’eroe proletario e del lavoro “in generale” consacrava un genere di sforzo storicamente ormai obsoleto, di qualità inferiore e poco vendibile, dove aveva trionfato il capitale e non la rivoluzione. Ma il carattere escludente delle nuove forze produttive non si ferma qui.

Anche la disfatta acquisisce nuovi attributi nel mercato globale, senza perdere quelli vecchi. Non soltanto rispetto alle imprese, ma rispetto alle regioni, e perfino ai paesi. Spesso, i costi in tecnologia ed infrastrutture – indispensabili se non si vuole abbandonare la partita – sono insostenibili. Così, la vittoria di un’impresa non significa solo la sconfitta dell’impresa vicina, ma può essere la condanna e la disattivazione economica di un intero territorio in un altro continente. Con l’aggravante, nel caso di paesi in via di sviluppo. che la globalizzazione del mercato è stata preceduta da uno sforzo industrializzatore nazionale rimasto incompleto. Questo ha strappato la popolazione ai contesti ereditati, per creare la forza lavoro moderna, salariata, “astratta”, vale a dire, per qualsiasi lavoro, necessario alle imprese. Ora, la produzione del mercato e del modello produttivo significa che le imprese non hanno più alcun utilizzo per la moltitudine dei lavoratori senza assistenza sanitaria, senza istruzione e quasi senza potere di acquisto che, dopo essere stati il vantaggio competitivo del Terzo Mondo, sono adesso la sua ombra, non avendo più dove rivolgersi. Anche nel migliore dei casi, quando un’impresa insediata nel paese povero riesce ad affrontare i costi della modernizzazione e a garantire un posto nel mercato mondiale, l’effetto è perverso. In mancanza di forti investimenti nel settore della comunicazione di ogni tipo, così come in istruzione e sanità, necessari per l’articolazione sociale di questo tipo di progresso, i miglioramenti eventuali rimangono isolati, come un corpo estraneo e dispendioso. O peggio, comunicano solo con partner commerciali nei paesi ricchi, costituendo possibilmente un ulteriore impoverimento dei già poveri.

Così, in combinazione con la concorrenza globale, la produttività contemporanea rende obsolete gran parte delle attività produttive del pianeta; il che nelle nuove condizioni equivale a renderle inutilizzabili. Tuttavia, il dibattito ideologico non si è concentrato su questo, ma sui meriti generici del libero mercato, inteso come modello astratto. Nel mentre che il mercato concreto, che è storico, raggiunge altezze sempre più irraggiungibili a causa dei suoi requisiti di accesso. Le virtù del modello, a differenza di quello che affermano gli ideologhi, non sono per tutti. Secondo la logica di mercato, lo stock di capitali che genera avanzamenti produttivi ormai non può essere raggiunto in altri punti della terra: ad ogni passo avanti nei paesi arretrati corrispondono due, tre, o più nei paesi avanzati, con i quali è impossibile tenere il passo.

Si considerino soddisfacenti, rispetto a questo, gli sforzi sviluppistici del Terzo Mondo, generalmente anacronistici ancor prima che comincino a dare frutti, qualora arrivino a tanto e non si fermano a metà strada. Sussidi, indebitamenti e decenni di brutali sacrifici umani non hanno portato alla promessa modernizzazione della società, vale a dire, alla sua riproduzione coerente nell’ambito del mercato globale, ora più remota che mai. Con questo fallimento si è aperta l’attuale epoca, delle “società post-catastrofe”, dove la parola chiave è il collasso. La situazione dei diversi paesi dell’America Latina oggi si caratterizza come quella della “deindustrializzazione indebitata”, con popolazioni composte di non-persone sociali, ossia, di soggetti monetari sprovvisti di denaro. Tuttavia, essendoci ancora quelli che operano con profitto sul mercato mondiale, l’illusione che questo sistema sia “normale” e che porti da qualche parte non si spegne, anche al prezzo che i beneficiari vivono nelle torri di guardia. “Sono quelle minoranze che si aggrappano alle strategie di privatizzazione ed apertura del Fondo Monetario Internazionale, finanziando quei miraggi ai quali figure come Fujimori, Menem o Collor de Mello devono la loro ascesa.” La tendenza arriva alle sue estreme conseguenze quando un’economia viene espulsa dalla circolazione globale, dopo che la concorrenza moderna ha disattivato le risorse locali: la massa della popolazione passa a dipendere dalle organizzazioni umanitarie internazionali, trasformandosi in un caso di assistenza sociale su scala planetaria. Droga, mafia, fondamentalismo e nazionalismo rappresentano altri modi post-catastrofe di reinserimento nel contesto mondiale.

Il debacle sovietico segue una strada analoga, anch’essa determinata dal costo insostenibile della nuova produttività. Non andremo a ricapitolare le ingegnose osservazioni di Kurz a proposito di questo processo, così come le disillusioni che il mercato riserva ai paesi ex-socialisti. Ci limitiamo a due punti:

1. La sconfitta avvenuta su terreno capitalista della redditività, che pertanto aveva pertinenza interna, cosa che consiglia il riesame del socialismo iniziale. Senza dubitare delle convinzioni dei rivoluzionari, Kurz si avvicina alle formulazioni di Lenin e di Max Weber, sottolineando la parentela funzionale fra l’esaltazione socialista del lavoro in astratto e la sua giustificazione da parte dell’etica protestante. In questo senso, ed in retrospettiva, il socialismo sarebbe servito da copertura ideologica ad uno sforzo ritardatario e gigantesco si industrializzazione nazionale. Questo non sfuggiva al sistema mondiale di produzione di merci, al quale anche i momenti statalizzanti non sono stati estranei: basta pensare al mercantilismo, in Bonaparte e Bismarck, e, fra le due guerre, al keynesismo, a Stalin ed Hitler.

2. È da questo punto di vista che il crollo dei paesi socialisti e della loro industria rappresenterebbe un capitolo, posteriore a quello terzomondista del collasso della modernizzazione economico-sociale. Questo non si collocherebbe più nel futuro, ma nel passato, e orami quel che è fatto è fatto, in quanto una tale prospettiva riguarda sia l’Est europeo che l’America Latina. Il prossimo capitolo della crisi è già in atto nei paesi centrali, dove lo stesso inesorabile aumento della produttività sta rendendo inutilizzabili e sta assimilando al Terzo Mondo nuove regioni e nuovi strati sociali. Il carattere suicida degli attuali termini della concorrenza capitalista salta agli occhi e la cecità del mondo a tal riguardo non promette niente di buono. “La gara fra la lepre ed il riccio può terminare solo con la morte del primo.”

A dire il vero, la caratteristica secondo cui lo sviluppo delle forze produttive ha portato il capitalismo ad una impasse, conferma la previsione centrale di Marx. Dall’altro lato, la novità della presente crisi proviene dall’incorporazione della scienza nel processo produttivo, a partire dalla quale il peso della classe operaia, sia dal punto di vista numerico che dal punto di vista della natura del processo, comincia a declinare.

Così, contrariamente all’altro pronostico di Marx, la crisi del capitalismo si acuisce nello stesso momento in cui la classe operaia non ha la forza per cogliere i suoi risultati. L’ultima versione dell’antagonismo non sarà data dal confronto fra borghesia e proletariato, ma dalla dinamica distruttiva ed escludente del feticismo del capitale, il cui assurdo percorso attraverso la devastazione sociale può essere seguito quotidianamente sui giornali. Il movimento va in direzione di un nuovo medioevo, di caos e decomposizione, sebbene il processo produttivo, considerato nella sua rilevanza e portata planetaria, a prescindere dal guscio concorrenziale, esibisce gli elementi di una soluzione che l’autore coraggiosamente chiama col nome di comunismo. Ma chi però arriverà a concepire nella sua mente il mondo contemporaneo fuori dalla legge dello scambio di merci?

Secondo il nostro libro, il prossimo decennio ci insegnerà la lezione opposta, ossia, l’impossibilità di concepire il mondo dentro questa legge. Da tale punto di vista, il Marx della critica del feticismo della merce sarebbe più attuale di quello della lotta di classe.

Il movimento pendolare del capitalismo, fra momenti concorrenziali e statalizzanti, passerà ora al secondo polo, prendendo forse la forma dello stato-di-assedio, richiesto dall’approfondimento della impasse del sistema.

La caduta del blocco socialista è stata accompagnata, sul piano delle idee, dalla proscrizione dell’analisi globalizzante e dalla promozione del catechismo liberale, pateticamente distante dalla realtà storica. La prospettiva di una storia del sistema mondiale della produzione di merci porta avanti connessioni decisive – bene o male afferrate – che un abitante dell’America Latina che legge i giornali – a meno che non sia accecato dall’interesse di classe, intellettualmente timido, o che preferisce le sciocchezze – non può fare a meno di notare.

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