Prism: le Moderne Chiudende di Internet


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[Di CrimethInc. Originale pubblicato su crimethinc.com il 10 giugno 2013 con il titolo Prism: The Internet as New Enclosure. Traduzione di Enrico Sanna.]

Forse vi è capitato di leggere di una recente scoperta, il programma Prism, utilizzato dalla National Security Agency per rastrellare dati usando Microsoft, Google, Facebook, Apple e altre grosse aziende che operano su internet.

Pensate che questa è solo la punta dell’iceberg. Noi non sappiamo quanti altri progetti simili si nascondono nelle gallerie dell’apparato di sorveglianza dello stato svelato da alcuni coraggiosi informatori. Sappiamo che ogni giorno la Nsa intercetta miliardi di email, telefonate e altre forme di comunicazione. E tutto quello che riesce a controllare censura. Alla maniera cinese, o di Mubarak.

Molti citano internet come luogo esemplare in cui creare nuovi beni comuni, risorse che possano essere condivise piuttosto che possedute privatamente. Ma davanti al fatto che lo stato e le grandi aziende hanno sempre più potere sulle strutture con cui noi possiamo interagire online, dobbiamo mettere in conto la possibilità distopica che internet rappresenti una nuova chiudenda dei beni comuni: la canalizzazione delle comunicazioni in forme che possono essere esaminate, controllate e dominate.

Ve l’avevamo detto

Uno degli eventi fondamentali nella transizione verso il capitalismo fu la chiusura dei beni comuni. Le terre un tempo usate liberamente da tutti furono espropriate e convertite in proprietà privata. Durante la crescita del capitalismo, questo processo si ripeté più volte.

Probabilmente, noi non riusciamo a riconoscere un “bene comune” se non quando è minacciato di chiusura. Nessuno pensa alla canzone “Tanti Auguri a Te” come ad un bene comune perché la Time Warner (che sostiene di possederne il copyright) non è riuscita a trarre profitto dalla sua esecuzione alle feste di compleanno. Anche i contadini e gli indigeni in origine non consideravano la terra una proprietà comune; anzi, pensavano che fosse assurda l’idea che la terra potesse essere proprietà di qualcuno.

Allo stesso modo, appena due generazioni fa sarebbe stato difficile immaginare la possibilità di mostrare messaggi pubblicitari ogni volta che alcune persone discutono tra loro, o la possibilità di esaminarne le preferenze e le relazioni sociali, o di seguirne i processi mentali in tempo reale controllandone le ricerche su Google.

Le reti sono sempre esistite, ma nessuno era mai riuscito a usarle per vendere pubblicità, e non era facile farne una mappatura. Ora ricompaiono come qualcosa che ci viene offerta dalle aziende, qualcosa di esterno da consultare. Aspetti della nostra vita che prima non sarebbe mai stato possibile privatizzare sono oggi praticamente inaccessibili senza l’uso dell’ultimo prodotto della Apple. Fenomeni come la nuvola informatica e l’invasiva sorveglianza statale non fanno che accentuare la nostra dipendenza e vulnerabilità.

Invece di rappresentare l’ultima frontiera dell’inevitabile avanzamento della libertà, internet è l’ultimo campo di battaglia di una plurisecolare lotta contro chi vorrebbe privatizzare e dominare non solo il territorio, ma ogni sfaccettatura della nostra identità. L’onere di dimostrare che internet offre ancora possibilità di allargamento alla libertà spetta a chi si propone di difenderlo. Forse nel corso di questa lotta risulterà evidente che la libertà digitale, come tutte le forme significative di libertà, non è compatibile con il capitalismo e lo stato.

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