Neoliberismo Autoritario


Il Castello di Kafka

[Di Anonimo. Pubblicato su The Anarchist Library il 17 febbraio 2017 con il titolo Authoritarian Neoliberalism. Traduzione di Enrico Sanna.]

Questo saggio è un’analisi dell’ascesa dei demagoghi populisti e dell’aspetto economico dei loro regimi. Si tratta di figure che, invece di rifarsi direttamente al fascismo della prima metà del Novecento, sono connesse al regime di Augusto Pinochet e dimostrano la tendenza crescente al neoliberismo violento.

L’espressione “non dimenticate” nel ventesimo secolo ha un particolare significato che si riallaccia immediatamente agli attacchi dell’undici settembre ai centri del potere globale: Wall Street, il pentagono e la Casa Bianca. Quando si pensa che questi attacchi hanno fornito una giustificazione alla guerra globale al terrore, che a sua volta ha portato all’ascesa dello stato islamico in aree destabilizzate dal caos bellico, appare chiaro come questo evento sia di importanza cruciale. Ma c’è anche un altro undici settembre che vale la pensa ricordare: l’undici settembre 1973 avvenne il colpo di stato che portò Augusto Pinochet alla presidenza cilena.

Questo colpo di stato seguiva un periodo di disordini in gran parte causati dalla guerra economica condotta dagli Stati Uniti sotto forma di embargo imposto da Henry Kissinger dell’amministrazione Nixon. L’embargo fu giustificato dal fatto che il leader eletto democraticamente, Salvador Allende, si rifiutò di appoggiare l’isolamento economico di Cuba, nonché dal fatto che le nazionalizzazione paventate dall’amministrazione Allende minacciavano i profitti delle aziende americane. Già nel 1970 la Cia diceva: “Continuiamo a sostenere fermamente che Allende debba essere rovesciato con un golpe.” L’undici settembre 1973 iniziò il colpo di stato con il bombardamento del palazzo presidenziale della Moneda e la morte di Allende, assassinato o suicida. Dopo aver assunto il potere, la giunta militare di Pinochet rinchiuse centinaia di migliaia di persone in centri detentivi, ne fece “scomparire” (uccidere) per ragioni politiche almeno 2.279, mentre altri 31.947 furono torturati. Pinochet prese il potere con la forza militare e con la forza militare mantenne il regime.

Tra i sostenitori del suo governo c’erano i Chicago Boys, un gruppo di economisti cileni seguaci di Milton Friedman dell’università di Chicago, che istituirono un programma economico neoliberista sotto Pinochet. Subito dopo il golpe, gli Stati Uniti misero fine all’embargo e offrirono assistenza economica al nuovo governo. Al regime, e alle sue politiche neoliberiste, è accreditato il grosso miglioramento dell’economia cilena, ma è chiaro che senza il golpe sostenuto dagli Stati Uniti non ci sarebbero stati aiuti commerciali, vitali per la sua economia clientelare.

Pinochet fu il primo dittatore neoliberista. Non fu il primo dittatore capitalista, nel senso che non c’era quella dittatura borghese propria di ogni stato capitalista. Fu una “dittatura” nel senso più tradizionale, come quella di Lee Kuan Yew a Singapore, Park Chung-hee nella Corea del Sud, dei governi fascisti in Italia e Germania, di Estadio Novo in Portogallo, Franco in Spagna e di tanti altri dittatori di destra che adottarono diverse forme di capitalismo prima di Pinochet. La differenza è che sotto il regime di Pinochet le aziende capitaliste erano molto meno corporative a causa della forte presenza degli Stati Uniti, che permettevano ad un forte stato di polizia di coesistere con le liberalizzazioni economiche, la globalizzazione e le privatizzazioni.

Certo oggi le relazioni di potere a livello continentale sono in una certa misura cambiate. Come dice Noam Chomsky:

Era allora perfettamente chiaro che se al prossimo incontro dell’emisfero, che avrebbe avuto luogo a Panama (il 7º summit delle Americhe del 2015), gli Stati Uniti avessero mantenuto le loro posizioni su due questioni (la lotta militarizzata alla droga e l’isolamento di Cuba), l’emisfero sarebbe andato per la sua strada senza gli Stati Uniti. Già oggi ci sono istituzioni emisferiche, come Celac e Unasur per il Sud America, che tagliano fuori gli Stati Uniti, e si continuerebbe su questa strada.

Anche se Chomsky fa capire che l’emisfero potrebbe non seguire più gli interessi degli Stati Uniti, questo calo di potere non significa che la posizione degli Stati Uniti sia stata completamente abbandonata. L’attuale presidente brasiliano Michel Temer, ad esempio, arrivato al potere con un golpe parlamentare, ha concentrato i vertici del potere nelle mani di bianchi e cerca di mantenere una politica economica neoliberista. Temer è stato informatore per gli Stati Uniti sulle politiche relative al Brasile. Il potere americano non è più forte come un tempo, ma è ancora notevole.

Il fatto che gli Stati Uniti impongano con meno vigore il proprio volere sull’intero emisfero, però, non significa che lo spettro del suo passato imperialista non perseguiti più il mondo. Il modello Pinochet, in particolare, sembra tornato in auge. È un misto di autoritarismo e impietoso liberismo di mercato, che sta assumendo dimensioni globali con l’ascesa del populismo di destra, che ora con Donald Trump torna a casa negli Stati Uniti. È lo stesso lascito culturale che vediamo nell’India di Narendra Modi, nella Russia di Vladimir Putin e nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, o in eventi come il Brexit, elementi significativi del potere crescente di un più ampio populismo di destra che spazza il mondo, in particolare ma non esclusivamente i paesi sviluppati. Sebbene i sentimenti alla base siano molto diversi, i risultati sono dappertutto un asservimento al capitale globalizzato sotto una struttura statale autoritaria.

Lo spettro di Pinochet è evidente anche, culturalmente, nel fatto che la destra alternativa abbia adottato ideologie, lasciti e similitudini sotto forma di meme. Questa popolarità, diffusa tramite internet, fa parte del tentativo più ampio di usare la cultura popolare per normalizzare il suprematismo bianco, il fascismo e in generale l’ideologia dell’estrema destra che aiuta la destra alternativa ad acquisire rilevanza e capitale culturale. Su Facebook ci sono diverse pagine dedicate a Pinochet, come Spicy Pinochet Memes e Pinochet Helicopter Rides and Rentals (con riferimento alla sua pratica di gettare persone di sinistra dall’elicottero, oggi chiaramente avvocata dalla destra alternativa). C’è anche la pagina r/Pinochet su Reddit e vari siti dedicati ai “pensieri di Pinochet”, indicativi dell’importanza attribuita al governo e all’ideologia dell’ex dittatore cileno. Quella che un tempo era un’ideologia marginale su internet oggi è oggetto di attenzione crescente per via del legame tra figure chiave del team di Trump e il movimento della destra alternativa. Il legame è particolarmente evidente nella nomina a capo della strategia di Steve Bannon, capo dell’agenzia Breitbart, ritrovo della destra alternativa. Poi c’è il leader della destra alternativa Richard Spencer, che all’elezione di Trump ha fatto un discorso condito con il refrain “Hail Trump! Hail our people! Hail victory!” (Viva Trump! Viva il nostro popolo! Viva la vittoria!). Si tratta di un riferimento esplicito alla Germania nazista, anche se Pinochet è il punto di riferimento costante del movimento. Se lo spettro di Pinochet già perseguita il panorama politico, appare ovvio che perseguiti anche il più ampio panorama culturale tramite internet e l’estrema destra.

Il tracciato seguito da Pinochet è molto diverso da quello seguito dagli attuali populisti di destra, arrivati al potere perlopiù con le elezioni e non con la forza militare, ma ci sono somiglianze che vale la pena esplorare. Molte sono le somiglianze tra queste nuove figure demagogiche da una parte e il fascismo o Pinochet dall’altra, somiglianze sfruttate in senso retorico ma anche per illustrare certi elementi dei diversi regimi. Culturalmente, i vari movimenti confidano su sentimenti simili, entrambi usano pratiche di governo autoritarie, ma con strutture economiche molto diverse.

La campagna elettorale di Trump era imperniata sul richiamo ad una rinascita nazionale riassunta nello slogan “rifacciamo grande l’America”. Implicito è il presupposto di un passato ritenuto grandioso ma macchiato indelebilmente dalla schiavitù, l’imperialismo, la pulizia etnica e lo sfruttamento capitalista. In poche parole, si tratta di un ultranazionalismo palingenetico, il cuore del mito fascista.

[Ultranazionalismo palingenetico] La promessa di sostituire la gerontocrazia, la mediocrità e la debolezza nazionale con la gioventù, l’eroismo e la grandezza nazionale, di eliminare l’anarchia e la decadenza e di portare ordine e salute, di inaugurare un eccitante nuovo mondo al posto del vecchio esausto preesistente, di affidare il governo a persone eccezionali invece che a persone senza entità.*

La palingenesi è evidente anche in citazioni di Pinochet come “Hanno blindato i fini superiori. Le forze armate e la polizia ci guideranno alla restaurazione della nostra democrazia, che deve essere depurata del vizio e delle cattive abitudini che hanno finito per distruggere le nostre istituzioni”, presa da un comizio esattamente un mese prima di prendere il potere. Queste parole evocano lo spirito portaliano, da Diego Portales, capitalista ministro cileno che nel diciannovesimo secolo aiutò a dare al Cile un governo autoritario votato dai ricchi. Questa rinascita nazionale, intesa come ritorno ad un passato mitizzato, è parte essenziale dell’idea fascista. È presente in vari gradi in tutte le figure populiste e nei regimi di destra di oggi.

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha invocato la rinascita in un dichiarazione politica formale dicendo: “Che il primo novembre (data delle elezioni parlamentari) sia il giorno della rinascita del nostro paese. Mi rivolgo a voi affinché seppelliate il terrore…” Poi ha continuato bollando il Partito Democratico Popolare, un partito di sinistra allineato con gli interessi dei curdi, accusandolo di avere legami diretti con il PKK, un’organizzazione armata curda in lotta contro lo stato turco e passata dallo stalinismo ortodosso ad una forma di socialismo libertario influenzato da Murray Bookchin, e che viene considerato un’organizzazione terroristica dallo stato turco. Queste parole mostrano un secondo parallelo con il fascismo tradizionale: il nazionalismo etnico. L’evocazione di una minaccia “terroristica” legata ad un’intera minoranza etnica somiglia sinistramente alle parole di Trump riguardo la minaccia posta da musulmani e rifugiati, con la conseguente richiesta di divieto d’ingresso per tutti i musulmani negli Stati Uniti. Questo nazionalismo etnico di genere esclusivista è presente anche nella presidenza Modi in India. Pura avendo abbassato i toni dopo aver condonato le rivolte anti-musulmane in Gujarat nel 2002, non ha impedito l’ascesa del nazionalismo indù nel suo stesso partito. Putin, altra figura simile, con evidenti tendenze imperialistiche in Siria e in Ucraina, è noto per frasi come: “Perdonare i terroristi spetta a dio, mandarli a lui spetta a me.” Questo è indicativo della cultura da macho e della logica autoritaria violenta dei nuovi governanti. I bombardamenti russi in Siria sono brutali. Nella risorgente estrema destra europea è comune la retorica contro i musulmani e gli immigrati. Si tratta di un nazionalismo etnico legato sicuramente al fascismo tradizionale e con un impatto violento.

Ma ci sono importanti differenze, in fatto di politica economica, tra Pinochet e tante figure contemporanee del fascismo classico. Il fascismo tradizionale è caratterizzato da una struttura autoritaria fortemente centralizzata e dalla fusione di stato e industria, almeno fino ad un certo punto. Stato e industria privata formano un modello di “terza via” corporativa in opposizione al capitalismo e al socialismo internazionale, con lo stato che esercita un grosso controllo dell’economia. Per certi versi, la Russia segue questo modello, con gli oligarchi schierati con lo stato a formare un sistema corporativo forte; in genere, questi regimi non hanno nazionalizzato industrie che non siano già state nazionalizzate in precedenza, né hanno creato attività nazionali, né hanno cambiato la relazione con il capitale globale. La Turchia con i suoi partner commerciali è liberale al punto da permettere l’importazione del prezioso petrolio dallo Stato Islamico. Erdogan ha anche privatizzato una serie di industrie e servizi, arrivando a delegare il compito di amministrare le privatizzazioni al primo ministro. Modi ha formato le sue idee neoliberiste prima della presidenza, durante l’incarico in Gujarat quando attuò una politica basata sui principi dell’impresa privata e della crescita economica. Anche Trump, nonostante dica di voler “prosciugare la palude”, pare che stia preparando una presidenza neoliberista, e per questo ha nominato molti dirigenti privati, politici e rappresentanti di partito come Gary D. Cohn della Goldman Sachs alla carica di direttore del Consiglio Economico Nazionale.

Robert Paxton usa l’alleanza di Pinochet con le compagnie americane per differenziare il suo regime da quello fascista, in quanto quest’ultimo non era libero di espandersi o di sfidare gli interessi economici stranieri. Se gli altri non condividono questa incapacità di espandersi, evidente nell’acquisizione della Crimea e nel coinvolgimento in Siria della Russia, l’invasione turca della Siria, gli interventi militari degli Stati Uniti e le sue basi in tutto il mondo e il conflitto indiano sul Cachemire, nessuno ha però il controllo totale dell’economia. Questo controllo non è nelle mani dello stato o di una fusione tra stato e capitale, ma in quelle dei capitalisti globali che in parte, ma non tutti, risiedono in quegli stessi paesi in cui operano. Questo sistema di controllo differenzia fondamentalmente il fascismo tradizionale, che incorporava gli ideali economici, dalle attuali destra e sinistra, la cui nuova generazione di autocrati fa poco per cambiare le basi del sistema economico. In un certo senso, questi ultimi, così inefficaci, sembrano avvalorare la tesi della fine della storia: nonostante l’apparente cambiamento dei governi, il neoliberismo ancora regna supremo sull’economia.

Ovviamente, sotto il neoliberismo il capitale è sempre stato aiutato dallo stato, ed è importante notare che se lo stato va spesso contro il mercato, lo stato neoliberista, nonostante a parole si dica di voler liberare il mercato dall’influenza statale, non è mai scomparso e il suo potere, in termini di imposizione dello status quo, non è mai stato messo in dubbio. Dopotutto, senza l’intervento dello stato chi andrebbe a pestare i manifestanti e gli scioperanti? È una domanda scherzosa, vista la lunga storia di forze di sicurezza private usate per fare lo stesso, ma c’è un fondo di verità se si pensa che al neoliberismo si accompagna una forte militarizzazione della polizia e la tendenza dello stato a proteggere e sostenere gli interessi aziendali.

Che i regimi citati seguano rigidamente le dottrine economiche neoliberiste è particolarmente interessante visto che tutte queste persone hanno raggiunto e mantenuto il potere appellandosi a sentimenti populisti. Il populismo nasce da un risentimento popolare contro la situazione attuale. Il neoliberismo genera scontento ovunque appaia, e dopo la crisi finanziaria del 2008 e le successive ondate di austerità che hanno spazzato gran parte del mondo, questo scontento, a destra e a sinistra, è diventato più forte. Questo scontento potrebbe far saltare davvero la teoria della fine della storia messa in giro dai tecnocrati che hanno il compito di tenere in vita il neoliberismo. Tenore di vita e salari reali sono invariati dagli anni settanta nonostante la forte crescita della produttività. A questo si aggiunge un taglio drastico di quei servizi sociali che avrebbero potuto fare da cuscino. E questo avviene sotto gli auspici dell’austerità, sulla base di una logica perversa secondo cui si punisce per, apparentemente, avuto troppo in passato, anche se chi viene punito è solitamente chi è sempre rimasto ai margini. Con le privatizzazioni, quei servizi che prima erano forniti gratis o a basso costo dallo stato sono ora gestiti da aziende che hanno tutto l’interesse a massimizzare il profitto sfruttando il consumatore e spendendo il meno possibile. Nelle economie fortemente industrializzate, le condizioni sono misere per tutti tranne le élite: che ci sia risentimento verso il sistema è normale.

Ma il risentimento per la situazione contingente può essere canalizzato in varie direzioni. Movimenti come Occupy radicano la sfida in termini di lotta di classe contro un nemico identificato nell’uno percento. Il populismo di destra, al contrario, è più propenso a dare le colpe non ad una divisione interna tra governanti e governati, ma tra un idealizzato popolo e l’“altro”, additato come una minaccia per l’esistenza del popolo. Compare spesso il tentativo deliberato di infangare la lotta della sinistra contro il sistema dicendo che è sostenuta finanziariamente dal sistema stesso, spesso con riferimenti a George Soros in quello che suona come un complotto antisemita per il potere. L’accusa, per quanto nello specifico possa essere falsa, ha comunque un elemento di verità dato che la sinistra, soprattutto quella elettorale (compresi molti elementi storicamente più estremi) ha preso parte attiva nella diffusione del progetto neoliberista, e poi molti governi e leader che si dichiarano socialisti hanno assunto su di sé il compito di imporre programmi di austerità non meno pesanti di quelli sostenuti dai conservatori. L’incapacità della sinistra di offrire un’alternativa decisa, limitandosi invece ad offrire (o almeno promettere) un’austerità meno aspra, ha permesso alla destra di essere la principale voce critica del sistema e di inventare capri espiatori.

Anche il diverso oggi più utilizzato per evocare paure e risentimenti (l’immigrato e il rifugiato, soprattutto musulmano) è vittima diretta del neoliberismo. Molti tra quelli che entrano negli Stati Uniti con o senza documenti, immigrati o rifugiati, scappano da aree destabilizzate in parte da accordi commerciali neoliberisti e dalla lotta alla droga condotta dagli Stati Uniti. I rifugiati provenienti da Medio Oriente e Africa che cercano di entrare in Europa scappano dalle guerre imperialiste e dalla povertà generate dallo sfruttamento coloniale e dal suo seguito attuale sotto forma di neoimperialismo strutturale chiamato libero commercio. Che la loro condizione di immigrati o rifugiati sia imputata all’ordine distruttivo neoliberista aggiunge ironia al fatto che loro stessi sono ritenuti responsabili del caos. Sono proprio queste vittime del sistema ad essere accusate di essere responsabili del calo del tenore di vita, e la giusta rabbia finisce per rafforzare quelle stesse strutture economiche di fondo che creano scontento, emarginando ancora di più chi è già emarginato.

La rabbia è convertita in strumento per il mantenimento dello stesso sistema di potere che causa la rabbia. Il neoliberismo è stato particolarmente efficace nel ritorcere la rabbia contro se stessa, soprattutto nel caso delle critiche della sinistra, utilizzando la politica identitaria per soddisfare la richiesta di un aumento della rappresentanza all’interno del sistema, senza però cambiarlo sostanzialmente. Obama, ad esempio, è stato indicato come segno di progresso in quanto primo presidente nero nonostante le condizioni di vita dei neri americani non siano migliorate. In realtà, la differenza economica si è allargata, la polizia è più violenta che mai, e la guerra alla droga è stata allargata; così anche i bombardamenti con i droni e lo spionaggio di massa. Quella che vediamo ora sembra un’inversione di quella tecnica. Al posto della critica strutturale si usano gli appelli all’identità come armi. Questi appelli non mirano all’inclusione nei movimenti per lottare tutti assieme contro l’oppressione massiccia e sistematica, ma all’esclusione dell’altro, chiunque esso sia. L’uso dell’identità per portare avanti mire politiche, privata di ogni analisi di classe e strutturale, è stato fatto suo dall’estrema destra al fine di promuovere una politica identitaria che serva gli interessi dei bianchi, soprattutto quelli ricchi.

Questa nuova politica identitaria si basa su identità dominanti e spesso combatte la discriminazione percepita contro queste stesse identità da parte delle forze del neoliberismo e del multiculturalismo. Richard Spencer, ad esempio, dice: “Ironicamente, il cosiddetto privilegio bianco è il privilegio di essere discriminati.” In Europa e in America si pensa che l’identità bianca sia minacciata, e questo pensiero favorisce l’ascesa dell’autoritarismo; ma non è un’esclusiva dei bianchi. In Turchia, islamismo e neoliberismo hanno unito le forze contro i curdi, che fungono da “altro” che deve essere escluso. In India accade qualcosa di simile con il nazionalismo induista, che vede i musulmani, soprattutto pachistani, come “altro”.

Da tempo il capitalismo si è allineato con ideali nobili come libertà e democrazia; ma questa presunta libertà è sempre una libertà da comprare; quanto alla democrazia, è sempre stata dubbia. Questo allineamento storico oggi è messo in dubbio, e la destra alternativa, unita ai meme pinochettiani, è solo una delle tante manifestazioni della tendenza mondiale verso sentimenti antidemocratici. Il capitalismo si allontana sempre più dalla democrazia. Anche in quegli stati che mantengono funzioni esteriormente democratiche, la gestione del potere è sostanzialmente autoritaria. Il capitalismo, nella versione disastrosa sostanzialmente inalterata dello stesso neoliberismo, fa sempre più rima con autoritarismo. Oggi sono le personalità forti con tendenze demagogiche ad imporsi sui burocrati tecnocratici che hanno governato il mondo, incontrastati, fin dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’egemonia dell’ordine neoliberista, con la sua universalizzazione di forma e funzione, è stata cementata con la caduta del muro di Berlino, ma oggi è tenuta in piedi da stati che erigono muri ovunque. Si innalzano muri tra gli Stati Uniti e il Messico, tra l’Europa e l’Africa, lungo i confini dell’Unione Europea, tra l’India e il Bangladesh, e in tanti altri confini nel mondo. Sembrerebbe contrario al principio del libero commercio neoliberista, ma finora si tratta di muri principalmente pensati per le persone. Il libero flusso di beni e capitali continua incontrastato mentre persone di colore muoiono alla ricerca di un’opportunità.

Il nazionalismo etnico, in apparente ascesa, tiene assieme l’economia capitalista globalizzata. Può sembrare paradossale, ma quest’ordine affonda le radici nella struttura di base dello stato. Lo stato moderno, il cui primo esempio è rappresentato dagli Stati Uniti, si è globalizzato alla fine del colonialismo esplicito tramite istituzioni mondiali che hanno sede negli Stati Uniti e in Europa (le ex potenze coloniali) e prende forma da un modello nato qui. Questo modello si basa sulla definizione westfaliana di sovranità, che garantiva l’autodeterminazione dell’identità nazionale attraverso la nascita dello stato nazione. Il motore di questo modello dominante è esclusivo, richiede una forma di nazionalismo etnico semplicemente per istituire un corpo da governare.

Il modello è sempre stato legato al capitalismo: lo stato ha come funzione base lo sviluppo delle precondizioni necessarie al capitalismo. È evidente soprattutto in molte istituzioni e pratiche statali che sono universali, o che risultano tali, e che possono essere direttamente legate allo sviluppo capitalista o al controllo della popolazione necessario al capitalismo; funzioni come il registro, il censimento, l’istruzione di massa, i servizi sociali e le agenzie finanziarie e di sviluppo. Da notare che anche in paesi che si definivano “comunisti” come l’Unione Sovietica e la Cina si seguiva la stessa fondamentale logica capitalista. Lenin, nel suo Il Compito Immediato del Governo Sovietico, dice: “Oggi però la stessa rivoluzione richiede, proprio nell’interesse del suo sviluppo e del suo consolidamento, e precisamente nell’interesse del socialismo, che tutti seguano la volontà unica dei capi del lavoro.” L’organizzazione dell’economia in uno stato richiede di per sé una gerarchia di classi e una versione del capitalismo. Paesi come la Cina, che ha sperimentato il governo “comunista”, si sono dimostrati tra le economie capitaliste più efficaci e integrate. Questo significa due cose importanti: che il capitalismo va d’accordo con un governo autoritario, e che quest’ultimo può attivare una forte crescita e interconnessione. Il capitalismo non ha bisogno della democrazia, può funzionare benissimo con uno stato privo di qualunque forma di totalitarismo invertito, con uno stato genuinamente e brutalmente autoritario.

Molto di tutto ciò è legato alla volontà del capitalismo di incorporare le strutture gerarchiche e culturali locali al fine di preservare il suo metodo di governo. Era così anche sotto il colonialismo, quando le autorità coloniali si affidavano alle autorità locali per mantenere il controllo. Tra i tanti esempi, il sistema di governo indiretto per cui consiglieri britannici, veri detentori del potere, stavano dietro un governatore locale sotto l’autorità del raj britannico; o quello dei régulos, capi tradizionali investiti di un’autorità governativa sotto il potere coloniale portoghese in Mozambico.

Tutto ciò torna in primo piano con l’ascesa del neoliberismo autoritario. Modi e il suo partito hanno combinato l’Hindutva (la supremazia induista in India) e neoliberismo ostracizzando gli anticapitalisti della destra indù, appellandosi alla tradizione, sostituendo la lotta di casta con quella individuale. Se l’Hindutva vuole una società indù fatta di individui e al tempo stesso unita, il neoliberismo vuole una società atomizzata in cui l’individuo è posto in relazione uno a uno con il mercato. Erdogan, dal canto suo, dopo aver abbandonato la forte tradizione laica, ora dice di volere “la crescita di una generazione religiosa” islamizzando l’istruzione e eliminando le personalità di regime non islamiste, e portando avanti allo stesso tempo una politica economica neoliberista. Il governo di Putin è vicino alla Chiesa ortodossa, come si vede dalle politiche omofobiche. Trump dà poca importanza all’identità religiosa, pur essendo stato appoggiato dai bianchi protestanti. Si è servito della religione per emarginare i musulmani, ma non come piattaforma di governo. I suoi richiami sono più alla legge e all’ordine e ad una forte identità nazionale, simile a quella propugnata da Putin.

Se si crede nell’accelerazionismo leninista e si accentuano le contraddizioni del capitalismo, quest’ultima tendenza potrebbe sembrare una fase necessaria della dialettica. Un capitalismo nella sua forma più spietatamente sfruttatrice, espansionista e atomizzante, così come esemplificato dal dogma del libero mercato del neoliberismo, combinato con lo stato nella sua forma più violentemente esclusiva, autoritaria e antidemocratica, potrebbe dar vita a quella sorta di risveglio che permette il cambiamento del sistema; ma potrebbe anche gettare l’umanità nel baratro ecologico. Se non si risolvono le contraddizioni del capitalismo, in particolare l’enorme disuguaglianza, la domanda di crescita costante a spese del sistema ecologico e una struttura organizzativa dell’economia fondamentalmente antidemocratica, queste cose avverranno comunque, se non stanno già accadendo a causa della retroazione che accelera il cambiamento climatico che disperiamo di fermare. Possiamo solo sperare di abbattere lo spettro di Pinochet e l’ordine capitalista che l’ha generato.

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