La Superprogrammazione


ventricolare

Di Ivan Illich. Estratto da La Convivialità, Edizioni RED, 1993.

In quale ambiente il bambino di New York vede la luce? In un insieme complesso di sistemi che significano una cosa per quelli che li progettano e un’altra per chi ne fa uso. Posto a contatto con migliaia di sistemi, ai loro punti terminali, l’uomo di città sa forse servirsi del telefono e del televisore, della legge e delle assicurazioni, ma non sa come funzionano. L’acquisizione spontanea del sapere è limitata ai meccanismi di adattamento a un comfort massificato. L’uomo di città è sempre meno in grado di farsi tanto le sue cose quanto le sue idee. Far da mangiare, far la corte o fare l’amore, tutto diventa materia d’insegnamento. Deviato dall’educazione e verso l’educazione, l’equilibrio del sapere si disgrega. Sappiamo ciò che ci è stato insegnato, ma non impariamo più da noi stessi. Sentiamo d’aver bisogno di essere educati.

Il sapere diventa così una merce e, come tutte le merci che passano attraverso il mercato, è soggetto alla scarsità. Celare la natura di questa scarsità è la funzione, costosissima, di tutta una multiforme educazione. È educazione infatti la preparazione programmata alla «vita attiva» mediante l’ingurgitazione di istruzioni confezionate in serie, prodotte dalla scuola. Ma è educazione anche il collegamento continuo col flusso delle informazioni emesse dai media (informazioni su quello che accade), come è educazione il «messaggio» di ogni bene manufatto. Qualche volta il messaggio è scritto sulla scatola, e bisogna leggerlo. Se il prodotto è più elaborato, la sua forma, il suo colore, le associazioni provocate dettano all’utente il modo di servirsene. Permanente, l’educazione lo è in particolare, come ricostituente di stagione, per il dirigente, il poliziotto e l’operaio specializzato, periodicamente superati dalle innovazioni nei rispettivi campi. Quando la gente si consuma, e deve continuamente ritornare sui banchi di scuola per prendere un bagno di sapere e di sicurezza, quando l’analista deve essere riprogrammato a ogni nuova generazione di calcolatori, allora, veramente, il sapere è una merce soggetta alla scarsità. Così l’educazione diventa, nella società, il problema più scottante e insieme più mistificante.

Ovunque il tasso di aumento del costo della formazione è superiore a quello del prodotto globale. Di ciò si danno due diverse interpretazioni. Per l’una, l’educazione è un mezzo per raggiungere dei fini economici; l’investimento di sapere nell’uomo è richiesto dalla necessità di accrescere la produttività. In questa prospettiva, l’aumento sproporzionato del terziario terapeutico significa che la produzione globale si avvicina all’asintoto. Per parare il pericolo, occorre trovare il mezzo di migliorare il rapporto spesa-ricavo nell’ortopedia pedagogica. Le scuole saranno le prime a essere colpite dal processo di razionalizzazione dei meccanismi di capitalizzazione del sapere. A mio avviso è un peccato: per quanto distruttiva e inefficace, la scuola, per il suo carattere tradizionalista, assicura un minimo di protezione al bambino; una volta liberati dagli impacci inerenti al sistema scolastico, gli educatori potrebbero rivelarsi dei «condizionatori» mortalmente efficaci.

Il punto di partenza della seconda interpretazione è opposto: il terziario, che non si può peraltro assimilare alla sola educazione, è il prodotto sociale più prezioso dello sviluppo industriale. Pertanto, il declino dell’utilità marginale dell’educazione non è un buon motivo per limitarne la produzione. Al contrario, la sostituzione della domanda di servizi alla domanda di beni segna il passaggio a un’economia stabile e, insieme, un miglioramento della «qualità della vita». Nove volte su dieci, le previsioni su quello che sarà il 2000, nel loro ultimo capitolo, descrivono la felicità come una valanga di consumo terziario.

Queste due interpretazioni spostano entrambe l’equilibrio del sapere: concorrono allo sviluppo delle tecniche di manipolazione educativa, e soffocano ogni curiosità personale. Considerare l’educazione come mezzo di produzione o come prodotto di lusso è la stessa cosa, dal momento che si concorda nel chiederne sempre nuove dosi. Le due posizioni si basano sul medesimo postulato, segnato da un carattere di fatalità: il mondo moderno è talmente artificiale, alienato, arcano, che trascende la capacità dell’uomo comune e non può essere scoperto ma solo conosciuto per via di rivelazione dai grandi iniziati e dai loro discepoli. Sostituire la sveglia meccanica dell’educazione al risveglio del sapere significa soffocare nell’uomo il poeta, gelare il suo potere di dare senso al mondo. Non appena separato dalla natura, privato di lavoro creativo, mutilato nella curiosità, l’uomo perde le sue radici, è paralizzato, appassisce. Sovradeterminare l’ambiente fisico significa renderlo fisiologicamente ostile. Annegare l’uomo nel benessere significa incatenarlo al monopolio radicale. Corrompere l’equilibrio del sapere significa trasformare l’uomo in una marionetta dei suoi strumenti. Invischiato nella sua infelicità climatizzata, l’uomo è castrato: gli resta solo la rabbia, che lo porta a uccidere oppure a uccidersi.

Poeti e buffoni sono sempre insorti contro l’oppressione dogmatica del pensiero creativo. Attraverso le metafore, essi svelano il significato letterale. Nella cornice dell’humour, mettono in mostra l’insensatezza di ciò che pretende d’esser serio. Col loro ingenuo stupore dissolvono le certezze, bandiscono i timori e slegano i corpi paralizzati. Il profeta denuncia le credenze, mette a nudo le superstizioni, sveglia le persone, ne suscita le forze e l’ardore. Che le ingiunzioni della poesia, dell’intuizione, della teoria, contro l’avanzata del dogma sullo spirito riescano a provocare una rivoluzione della consapevolezza, non è impossibile. Ma condizione perché l’equilibrio del sapere possa essere raddrizzato è che Chiesa e Stato siano separati, che burocrazia della verità e burocrazia del benessere siano divise, che il sapere obbligatorio e forzoso e l’azione politica siano distinti. La scrittura poetica non farà esplodere la società se non calandosi nella forma del processo politico.

Già altre volte il Diritto è servito a slegare l’ideologia dalle leggi. Il Diritto che già difese il corpo sociale dalle esorbitanti pretese dei chierici, può ora farlo contro quelle degli educatori. Non corre molta differenza tra l’obbligo di andare a scuola, o altrove, e quello di andare in chiesa. Un giorno il Diritto potrà realizzare la separazione tra educazione e politica, su cui si fonda in linea di principio la società. Ma sin d’ora esso può servire a combattere la proliferazione del terziario ed il suo impiego per la riproduzione di un capitalismo del sapere e di una società di classe fondata sulla reificazione dell’educazione.

Comprendere per davvero l’aumento del costo dell’educazione suppone che siano note le due facce del problema: prima di tutto, che lo strumento non conviviale comporta come inevitabile effetto collaterale un aumento della spesa educativa che presto supera la produttività totale della società; e in secondo luogo, che un’educazione attrezzata in maniera non conviviale è economicamente impraticabile.

Il primo aspetto ci fa capire la necessità di passare a una società in cui lavoro, svago e politica favoriscano l’apprendimento, una società che funzioni con un minor grado di educazione formale. Il secondo aspetto ci fa capire la possibilità di attuare delle soluzioni educative che facilitino un’acquisizione spontanea del sapere, confinando l’insegnamento programmato a casi limitati e chiaramente specificati.

Su tutta la superficie del pianeta, lo strumento altamente capitalizzato richiede un uomo imbottito d’uno stock di sapere. Dopo la seconda guerra mondiale, la razionalizzazione della produzione ha penetrato le regioni cosiddette arretrate e le metastasi industriali hanno preso a esercitare sulla scuola un’intensa domanda di personale programmato. La proliferazione di questo tipo di benessere esige un appropriato condizionamento per viverci insieme. Ciò che la gente impara nelle scuole che si moltiplicano in Malesia o nel Brasile è, innanzi tutto, misurare il tempo con l’orologio del programmatore, stimare l’avanzamento con gli occhiali del burocrate, apprezzare l’accresciuto consumo con il cuore del mercante, considerare il perché del lavoro con gli occhi del responsabile sindacale. Questo non è il maestro di scuola a insegnarglielo, ma il percorso programmato prodotto e nello stesso tempo obliterato dalla struttura scolastica. Ciò che insegna il maestro non ha importanza dal momento che i bambini devono trascorrere centinaia di ore riuniti per classi d’età, assoggettarsi alla routine del programma (il percorso o curriculum), e ricevere un diploma in base alla loro capacità di assoggettarvisi. Che cosa si impara a scuola? Si impara che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul mercato. Si impara a valorizzare il consumo scaglionato di programmi. Si impara che tutto ciò che è prodotto da un’istituzione dominante vale e costa caro, anche quello che non si vede, come l’educazione o la salute. Si impara a valorizzare l’avanzamento gerarchico, la sottomissione e la passività, e persino la devianza-tipo che il maestro ama interpretare come sintomo di creatività. Si impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate che presiede alle sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in fabbrica. Si impara a definirsi come detentori di un capitale di sapere nella specialità in cui si è investito il proprio tempo. Si impara, infine, ad accettare senza mugugni il proprio posto nella società, cioè la classe e la carriera precise che corrispondono rispettivamente al livello e al campo di specializzazione scolastica.

L’educazione non diventa una necessità soltanto perché occorre diplomare la gente per selezionare quelli a cui si darà lavoro, ma anche per controllare quelli che accedono al consumo. È lo sviluppo industriale stesso che porta l’educazione a esercitare il controllo sociale indispensabile per un uso efficiente dei prodotti. L’industria edilizia nei paesi dell’America Latina è un buon esempio delle disfunzioni educative provocate dagli architetti. In questi paesi, le grandi città sono contornate da vaste zone, favelas, barriadas o poblaciones, dove la gente si costruisce i suoi ripari da sola. Non costerebbe molto prefabbricare degli elementi d’abitazione e per servizi comuni facili da montare: la gente potrebbe costruirsi abitazioni più durevoli, più confortevoli e più salubri, e nello stesso tempo apprenderebbe l’uso di nuovi materiali e di nuovi sistemi. Invece di questo, invece di incoraggiare l’attitudine innata nell’uomo a modellare il proprio ambiente, i governi paracadutano su queste bidonvilles dei servizi comuni concepiti per una popolazione che viva in case di tipo moderno. Con la loro semplice presenza, la superstrada asfaltata, la scuola nuova e il posto di polizia in vetro e acciaio definiscono come modello l’edificio disegnato e costruito da specialisti, e in tal modo appongono sulla casa che ci si costruisce da soli il marchio della bidonville, riducendola a non essere altro che una baracca di latta. Questa definizione è poi consacrata dalla legge, la quale rifiuta il permesso di costruire a chi non può presentare un progetto firmato da un architetto. Così si spoglia la gente della sua attitudine naturale a investire il proprio tempo personale nella creazione di valori d’uso, e la si obbliga a un lavoro salariato: potrà così scambiare il suo salario con lo spazio industrialmente condizionato. E la si spoglia anche della possibilità di imparare facendo. Il tipo di costruzione che la scuola ha reso possibile rende a sua volta necessaria la scuola.

La società industriale esige che alcuni siano programmati per guidare camion, altri per costruire case. Ad altri ancora si deve insegnare a vivere nei grandi complessi. Insegnanti, assistenti sociali e poliziotti lavorano a braccetto per mantenere la popolazione sottopagata o parzialmente disoccupata in case che né si è fatta da sé né può modificare. In tal modo l’economia realizzata nella costruzione di simili complessi abitativi fa aumentare, naturalmente, il costo di manutenzione dell’immobile, ma esige inoltre per spese terziarie un multiplo della somma risparmiata: per istruire, animare, promuovere, ossia per controllare, conformare e condizionare il locatario. Per sistemare più persone su una superficie minore, il Brasile e il Venezuela hanno fatto l’esperimento dei grandi immobili. Dapprima è stato necessario che la polizia sloggiasse la gente dalle «catapecchie» e la rialloggiasse in appartamenti. Poi gli assistenti sociali si sono cimentati nel duro compito di socializzare dei locatari non sufficientemente scolarizzati per comprendere da soli che non si allevano maiali sul balcone di un undicesimo piano e non si coltivano fagiolini rossi nella vasca da bagno.

A New York chi non ha dodici anni di scolarità è considerato alla stregua di un invalido: diventa inoccupabile e cade sotto la tutela di assistenti sociali che decidono come dovrà vivere. Il monopolio radicale dello strumento sovrefficiente estorce al corpo sociale un crescente (e costoso) condizionamento dei suoi clienti. Le automobili prodotte dalla Ford richiedono, per essere riparate, dei meccanici periodicamente riciclati dalla fabbrica stessa. I fautori del «miracolo verde» selezionano delle sementi ad alto rendimento le quali possono essere usate solo da una minoranza che disponga di un duplice concime: quello chimico e quello dell’educatore. Più salute, più velocità e più raccolto significano individui più ricettivi, più passivi, più disciplinati. Le scuole produttrici di controllo sociale, prendendo a proprio carico la maggior parte del costo di queste discutibili conquiste, con ciò stesso lo mascherano.

Cedendo alle pressioni esercitate su di lei in nome del controllo sociale, la scuola tocca e supera la sua seconda soglia critica. I pianificatori fabbricano programmi più variati e più complessi, la cui utilità marginale per ciò stesso diminuisce.

Mentre la scuola allarga il campo delle sue pretese, altri servizi si scoprono una missione educatrice. La stampa, la radio e la televisione non sono più soltanto mezzi di comunicazione, dal momento che le si mette coscientemente al servizio dell’integrazione sociale. I settimanali aumentano la loro diffusione riempiendosi di informazioni stereotipate, diventano dei prodotti finiti che forniscono già bell’e confezionata un’informazione filtrata, asettica, predigerita. Questa «migliore» informazione soppianta l’antica discussione del fòro dei semplici, della plaza; col pretesto di informare, suscita una docile bulimia di alimenti precotti e uccide la capacità naturale di scegliere, padroneggiare, organizzare l’informazione. Si offre al pubblico qualche vedette o qualche specialista volgarizzato dai confezionatori del sapere, mentre la voce dei lettori viene confinata, dopo attenta selezione, nella rubrica delle «lettere al direttore» o nelle docili risposte alle varie inchieste promosse dallo stesso rotocalco.

Ora, gli uomini non hanno bisogno di una maggiore quantità di insegnamento. Hanno bisogno di imparare certe cose. Bisogna che imparino a rinunciare, il che non si apprende a scuola, che imparino a vivere entro certi limiti, come è necessario per esempio per far fronte al problema della natalità. La sopravvivenza umana dipende dalla capacità degli interessati di imparare presto, da loro stessi, quello che non possono fare. Gli uomini devono imparare a controllare la loro riproduzione, il loro consumo e il loro uso delle cose. È impossibile educare la gente alla povertà volontaria, così come l’autocontrollo non può essere il risultato di una manipolazione. È impossibile insegnare la rinuncia gioiosa ed equilibrata, in un mondo strutturalmente tutto orientato a produrre sempre di più ed a creare l’illusione che ciò costi sempre meno.

Bisogna (per scegliere un esempio) che tutti imparino il perché e il come del controllo delle nascite. Il motivo è chiaro: l’uomo si è evoluto su una particella del cosmo; il suo universo, circoscritto dalle risorse dell’ecosfera, non può ammettere che un numero limitato di occupanti. La tecnica ha modificato le caratteristiche di questa nicchia ecologica e l’ecosfera può ora accogliere più abitanti, ciascuno meno adatto vitalmente al proprio ambiente, ciascuno avente in media meno spazio, meno competenza, meno tradizione. Il tentativo di fabbricare un ambiente «migliore» si è rivelato altrettanto presuntuoso quanto quello di «migliorare» la salute, l’educazione o la comunicazione. Il risultato è che oggi c e più gente che si sente sempre meno a proprio agio. I nuovi strumenti che hanno favorito la crescita della popolazione non possono assicurarne la sopravvivenza. L’entrata in funzione di nuovi strumenti ancora più potenti accresce il numero dei frustrati più rapidamente di quanto accresca il totale della popolazione. Su un mercato stracolmo, la carenza si accentua ed esige sempre più la programmazione dei clienti.

Il successo di qualunque pianificazione riposa su un fattore-chiave: il controllo del numero degli individui per i quali si pianifica. Ma, fino a oggi, tutte le pianificazioni demografiche sono fallite: la gente limita le nascite solo quando l’abbia deciso per proprio conto. Il paradosso è che l’uomo oppone la sua più forte resistenza proprio all’insegnamento di cui avrebbe maggiormente bisogno. Qualunque programma di controllo delle nascite condotto sul modello industriale avrà lo stesso decorso che hanno avuto altri sforzi di terapia imposta, come la scuola e l’ospedale. All’inizio giocherà l’effetto di seduzione; poi verrà l’escalation dell’aborto e della sterilizzazione obbligatori; alla fine si avrà l’argomento decisivo per perpetrare genocidi, paupericidi e altre forme di megamorte. L’orrore dell’applicazione della scienza moderna a strutture manipolatrici non si presenta in nessun altro campo con tanta mostruosa evidenza come nel campo demografico.

Senza la pratica di una contraccezione volontaria ed efficace, l’umanità sarà schiacciata dal proprio numero prima ancora d’essere schiacciata dalla potenza dei propri strumenti. Ma la generalizzazione della contraccezione non può in alcun caso esser opera di un’organizzazione manipolatrice dotata di un suo strumento miracoloso. Una nuova pratica, opposta a quella d’oggi, può derivare solo da un nuovo rapporto tra l’uomo e il suo strumento: per essere efficace, la contraccezione esige che si generalizzi quella mentalità conviviale che sola rende possibile il controllo dello strumento in questione.

I sistemi richiesti dal controllo delle nascite sono l’esempio-tipo dello strumento conviviale moderno: integrano i dati della scienza più avanzata con arnesi utilizzabili al prezzo di un minimo di buon senso e di esperienza. Tali sistemi offrono un insieme di nuovi mezzi per esercitare le pratiche millenarie di contraccezione, sterilizzazione e aborto. Grazie al loro basso costo, possono esser resi accessibili a chiunque. Data la loro varietà, si conciliano con le credenze, le occupazioni e le situazioni più diverse. Con ogni evidenza, sono strumenti che strutturano la relazione che ciascuno ha con il proprio corpo e con gli altri. Sono predestinati all’uso conviviale.

Il controllo delle nascite è un’impresa da realizzare entro un tempo ridottissimo. Non potrà essere realizzata se non in modo conviviale. È un controsenso pretendere di imporre a una popolazione l’uso dello strumento conviviale negli atti riguardanti la sfera sessuale, e per un altro verso continuare a condizionarla al solo consumo in tutte le altre sfere (inclusa la fantasia sessuale). È assurdo chiedere a un contadino brasiliano di usare da solo il preservativo, dopo che gli si è insegnato a dipendere dal medico per le iniezioni e le ricette, dall’avvocato per risolvere una lite e dall’insegnante per imparare a leggere e scrivere. È un controsenso oggi legiferare sull’aborto come «atto medico» quando è divenuto più semplice che mai riconoscere l’inizio di una gravidanza o interromperla. Ma non è meno utopistico immaginare che in India l’istituzione medica affidi di sua volontà la sterilizzazione a degli assistenti analfabeti addestrati allo scopo. Il giorno in cui gli interessati prenderanno coscienza che questa delicata operazione può essere eseguita altrettanto bene, se non meglio, da un profano, purché sia capace dell’attenzione e dell’abilità che sono per esempio richieste per la pratica ancestrale della tessitura di un san, quel giorno segnerà la fine del monopolio dei medici su tutta una serie di operazioni non tanto costose da essere escluse per i più. Via via che strumenti postindustriali razionali si diffonderanno, i tabù dello specialista seguiranno l’attrezzatura industriale nella sua caduta come l’avevano accompagnata nella sua gloria. Lo strumento semplice, povero, trasparente è un umile servitore e condizione per interscambi personali; lo strumento elaborato, complesso, arcano è un padrone arrogante e si erge come barriera fra uomo e uomo.

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