Crisologia


crisologia

Di Carlo Bordoni

«Tutta colpa della crisi»: una frase che si sente ripetere spesso in situazioni e ambienti diversi, con cui si dà una spiegazione sommaria e superficiale al disagio sociale, a una difficoltà economica o a un problema personale. Crisi è divenuta così una parola passepartout per giustificare (e coprire) ogni questione di non facile interpretazione. Per comprenderla è necessaria una teoria della crisi, una «crisologia», nei termini usati da Edgar Morin.

Sull’interpretazione della crisi esiste una contrapposizione tra apocalittici e integrati: i primi vedono nella crisi la fine di un mondo, di una civiltà, dei valori esistenti; l’unica soluzione è il ripristino dello status quo ante. Per gli integrati la crisi è benvenuta, o quasi. Perché porta a galla, evidenziandoli, vizi e problemi tenuti nascosti sotto una coltre di silenzio colpevole per pigrizia, viltà o connivenza, ma apre anche al cambiamento, al superamento dello status attuale non più accettabile.

Morin si situa tra gli integrati, forse il più inguaribile ottimista tra i sociologi del nostro tempo. La sua teoria della complessità è un inno polifonico alla positività della vita in tutte le sue declinazioni. L’idea stessa di crisi, in quanto messa in discussione, turbamento e squilibrio di un ordine prestabilito, è centrale nella sua costruzione epistemologica, una visione globale della conoscenza che va dalla scienza alla filosofia, attraverso la biologia, la fisica termodinamica, la cibernetica, la cosmologia, la teoria dei sistemi e dell’informazione. Centrale perché coglie il nucleo stesso del motore dello sviluppo. La sua affermazione, l’ordre n’est plus roi («l’ordine non è più re»), suona come uno slogan rivoluzionario che invita a salire sulle barricate per sovvertire il sistema politico, mentre è la ragione della scienza contemporanea a dimostrare dovunque come la «differenza», lo scarto dalla norma o, appunto, la crisi siano produttive.

Inevitabile che di crisi Morin si sia occupato fin dagli inizi della sua carriera e che torni oggi a parlarne con la stessa intensità, alla bella età di quasi 96 anni (è nato l’8 luglio del 1921). L’occasione è fornita da una conversazione con François L’Yvonnet, di prossima uscita presso l’editore Armando: Per una teoria della crisi comprende, quasi a confermare la continuità di un discorso iniziato quarant’anni fa, la traduzione di Pour une crisologie, un testo apparso nel 1976 sulla rivista «Communications», fondata da Morin con Roland Barthes e Georges Friedmann, assieme ai contributi di André Béjin, René Thom, Jacques Attali, Julien Freund e Pierre Gaudibert. Pour une crisologie è un testo d’estremo interesse, poiché contiene in nuce concetti che saranno sviluppati da Morin successivamente. Segue a breve distanza la pubblicazione del Paradigma perduto (1973), in cui affronta il tema della natura umana e, soprattutto, il più significativo La complessità, pubblicato dalla «Revue Internationale de Sociologie» (1974), vero manifesto preparatorio delle sue teorie dispiegate nel Metodo, che prenderà il via nel 1977 col primo volume, “La natura della natura” (Raffaello Cortina). Intanto conferma la persistenza della crisi nel tempo, se già allora Morin sentiva il bisogno di proporre una crisologia, cioè una teoria della crisi, a metà degli anni Settanta, a ridosso del Sessantotto, di cui era stato testimone durante la sua permanenza in California, dove Berkeley era stata al centro della contestazione studentesca, prima che scoppiasse il maggio francese.

La diagnosi di Morin è amara, ma non priva di speranza. «Viviamo in una comunità di destino, ma la coscienza non progredisce». Sembra anzi regredire, a fronte di un sapere parcellizzato in una miriade di aspetti che hanno perduto la capacità di restare in contatto e interagire. È una “coscienza frantumata”, degna della “coscienza lacerata” di Hegel (Fenomenologia dello spirito), che vive in funzione egocentrica e ha perso ogni carattere sociale.

L’incapacità di mettere in relazione coscienza, pensiero e sapere si manifesta nella sua gravità agli occhi di chi, come Morin, vede nell’organizzazione dei sistemi viventi il fondamento dell’esistenza. Lo stesso processo vitale che conduce dal disordine creatore all’ordine di un sistema aperto, perde ogni ragion d’essere in mancanza di organizzazione. Quest’ultima è una questione di rapporti reciproci che si armonizzano e si combinano, producendo un risultato maggiore rispetto alla somma dei componenti. Tutto vive in funzione delle relazioni, dalla materia ai processi biologici, dall’equilibrio cosmico ai rapporti sociali. Qui è la complessità. Qui è il fondamento teorico su cui si basa il pensiero di Morin, sviluppato attraverso i sei volumi del Metodo e le successive integrazioni (La Via, gli scritti sulla pedagogia, le lezioni sul pensiero globale); qui la scoperta che l’organizzazione, prodotta dall’interazione e dalle relazioni reciproche, costituisce il nucleo dell’esistenza. Col progredire della globalizzazione, la frammentazione della conoscenza induce a cogliere un solo aspetto della crisi. Morin porta ad esempio l’affermazione di Emanuel Macron, allora ministro dell’Economia nel secondo governo Valls: «Terrorismo e populismo – scriveva Macron -, la soluzione è economica». Ma il restringere alla sola dimensione economica le cause di questi fenomeni è fuorviante, impedisce la reale comprensione del problema e, per di più, lascia ritenere che la crisi sia una questione solo temporanea.

A ben guardare la temporaneità e l’eccezionalità della crisi – periodo problematico tra due periodi normali – dovrebbero essere ovvie, proprio perché «la crisi stricto sensu si definisce sempre in rapporto a periodi di stabilità». Una crisologia che tenti di trovare soluzioni, si basa perciò sul postulato che ogni crisi finisca e lasci spazio alla normalità. Ma se perdurasse nel tempo e si facesse endemica, divenendo essa stessa la norma, nessuna teoria sarebbe preparata ad affrontarla. In questo caso la crisologia non avrebbe alcuna possibilità di districarsi da una crisi della crisi, in mancanza di punti di riferimento e di precedenti. Se la crisi che stiamo vivendo è per sempre, l’unica modalità per affrontarla è l’accettazione e la presa di coscienza di un mutamento epocale che non porterà a nessun altro equilibrio, se non a quello che sapremo ritrovare in noi stessi. È più che mai necessario approfondire la crisi di coscienza per far emergere la “coscienza della crisi”. Per questo una versione rivista e aggiornata della teoria, adeguata ai mutamenti in corso, dovrà tener conto di molte incognite e ritrovare le certezze perdute nell’incertezza del presente. Come dire: non ha senso vivere nell’incertezza; l’aspettativa di una fine della crisi rende penosae inaccettabile l’esistenza. Una teoria della crisi dovrebbe, più che trovare soluzioni per uscirne, insegnare ad accettarla nel modo migliore. O ancora meglio, a “vivere di crisi”. Oggi che crisi ha assunto un significato negativo di “indecisione” e “incertezza”, la nuova crisologia di Morin potrebbe recuperare la nozione autentica di “scelta” e “decisione” che aveva in origine, e restituirle così il suo significato pienamente positivo.

~ Carlo Bordoni – Pubblicato sul Corriere/La lettura del 4 giugno 2017

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