Il Padrone Assoluto


panopticon

Di Elizabeth Anderson. Originale pubblicato il 17 luglio 2017 su vox con il titolo How bosses are (literally) like dictators. Traduzione di Enrico Sanna.

Bastano alcuni fatti per capire il controllo che i datori di lavoro americani hanno sui propri dipendenti. Amazon vieta ai propri dipendenti di scambiarsi commenti casuali durante il lavoro, dicendo che è un “furto di tempo”. La Apple controlla gli effetti personali di tutti i suoi venditori al dettaglio, alcuni dei quali perdono anche mezz’ora di tempo non pagato tutti i giorni in attesa della perquisizione. La Tyson vieta il bagno al personale delle sue pollerie. Alcuni sono stati costretti a farsela addosso mentre i loro superiori ridacchiavano.

Circa la metà dei dipendenti americani sono stati costretti a controlli antidroga senza indizi da parte dei loro datori. Milioni ricevono pressioni dai datori perché appoggino cause politiche o candidati. Presto i datori potranno eliminare la contraccezione dall’assicurazione sanitaria dei loro dipendenti. Già ora hanno il diritto di penalizzare i lavoratori che non fanno esercizi e dieta aumentando il costo della polizza.

Come interpretare questo potere del datore di lavoro di influire sulla vita dei dipendenti, al lavoro e fuori? Gran parte delle persone non lo dice in questo contesto, ma quando qualcuno ha una certa autorità che gli permette di dare ordini, pena sanzioni, in certi ambiti della vita, questa autorità è un governo.

Quando si dice “governo” ci si riferisce solitamente ad un’autorità statale. Ma lo stato non è l’unica forma di governo. Ogni organizzazione richiede un metodo organizzativo: istituire un’autorità decisionale, dire quali poteri ha, come deve trattare i sottoposti quando non rispettano le decisioni dell’organizzazione.

Un manager privato può, per qualunque ragione, imporre sanzioni come il licenziamento, la degradazione, il taglio della paga, un turno gravoso e le molestie. Gli alti dirigenti sono quindi capi di piccoli governi, governano i lavoratori al lavoro… e spesso anche fuori.

Ogni governo ha una costituzione che ne stabilisce la forma: democrazia, dittatura o altro. In una democrazia come quella americna, il governo è “pubblico”. Significa che è dei governati, serve i loro interessi e la sua attività è trasparente. Sono loro ad avere voce in capitolo e il potere di attribuire responsabilità ai governanti.

Non tutti i governi sono pubblici allo stesso modo. Quando re Luigi XIV di Francia diceva “L’etat c’est moi”, intendeva che il governo era roba sua e basta, separato dai governati. Questi ultimi non potevano sapere cosa faceva lui, non avevano alcun diritto di dirgli di tener conto di loro nelle sue decisioni, e non potevano attribuirgli responsabilità per le sue azioni.

Con il tempo, i governi nazionali sono diventati “pubblici”, ma negli Stati Uniti il governo sul posto di lavoro resta risolutamente “privato”

Come il governo di Luigi XIV, il tipico posto di lavoro americano resta privato rispetto ai suoi governati. Spesso i dirigenti nascondono decisioni di vitale importanza per i lavoratori. Raramente preannunciano chiusure e licenziamenti. Possono sacrificare liberamente la dignità dei lavoratori con il dominio e l’umiliazione. Il più delle volte le molestie sono perfettamente legali, purché rispettino il principio delle pari opportunità (Walmart e Amazon sono note per l’umiliazione dei loro dipendenti). I dipendenti non hanno praticamente alcun mezzo per rivalersi. Non possono licenziarli, né possono denunciarli per maltrattamenti tranne in rari casi, perlopiù riguardanti la discriminazione.

Perché i lavoratori sono soggetti a questi governi privati? Lo stato ha imposto i termini di base che disciplinano il lavoro dipendente tramite le leggi sull’impiego. La fonte di potere più importante per un datore è la norma che prevede il licenziamento senza giusta causa. Se le parti non stabiliscono altrimenti, il datore è libero di licenziare il dipendente praticamente senza ragione. Questo significa dare un potere enorme al datore, che può influire pesantemente sulla vita del dipendente in ogni aspetto; non solo sul lavoro ma anche fuori. Ed è un potere che viene esercitato.

Scotts, ditta di giardinaggio, ha licenziato un dipendente perché fumava fuori servizio. Rodney Frelinghuysen, repubblicano del New Jersey, fa sapere alla Lakeland Bank che una loro impiegata si lamenta dicendo che il politico non tiene riunioni di consiglio, così la banca fa pressioni intimidatorie sull’impiegata spingendola a licenziarsi. Il Christian College di San Diego ha licenziato un’insegnante per aver avuto rapporti prematrimoniali… e assume il fidanzato al suo posto. I boss sono dittatori e i lavoratori sudditi.

L’arena pubblica americana non offre spazio per discutere del potere dittatoriale dei datori. Parliamo come se i lavoratori non fossero tiranneggiati. Dicono che i mercati senza regole ci rendono liberi, e che l’unica minaccia alla nostra libertà è lo stato. Dicono che sul mercato tutte le transazioni sono spontanee. Dicono che i lavoratori sono perfettamente liberi perché possono accettare o meno un lavoro. Siamo critici sul “governo” ma non allarghiamo la critica alla dittatura sul posto di lavoro.

I primi sostenitori del libero mercato immaginavano un mondo di lavoratori autonomi

Perché diciamo queste cose? La risposta ci riporta all’idea di libero mercato come si sviluppò prima della Rivoluzione Industriale. Nella Gran Bretagna del 17º e 18º secolo, i grandi mercanti riuscirono a convincere lo stato a concedere loro il monopolio sul commercio di certi beni, costringendo i piccoli a sottostare alle loro regole. Pochissime famiglie nobili avevano il monopolio delle terre grazie alle norme sulla primogenitura e l’eredità, che impedivano il frazionamento e la vendita dei grossi fondi. Gli agricoltori potevano prendere in affitto la terra solo con contratti temporanei, il che li costringeva ad abbassarsi davanti al possidente, una condizione di subordinazione non molto diversa da quella dei servi della gleba, che vivevano nella proprietà del loro padrone ed erano soggetti alle sue regole.

Il problema era che lo stato aveva distorto le regole del mercato a favore dei ricchi. Davanti a questa situazione economica, molti pensarono che il libero mercato avrebbe promosso l’uguaglianza e gli interessi dei lavoratori dando loro la possibilità di diventare imprenditori di se stessi, sfuggendo alla condizione di subordinazione ai possessori del capitale.

Non a caso alcuni dei primi sostenitori del libero mercato nel XVII secolo si chiamavano “Levellers”, Livellatori. Questi estremisti, emersi durante la guerra civile inglese, volevano l’abolizione dei monopoli dei grandi mercanti e dei nobili. Dando ai lavoratori la possibilità di gestire in proprio le manifatture, il commercio e i propri campi, immaginavano che l’uguaglianza sarebbe cresciuta.

Adam Smith, nel XVIII secolo, fu il principale sostenitore dell’abolizione dei privilegi monopolistici, della primogenitura, delle eredità e della servitù involontaria, così che i lavoratori potessero produrre per conto proprio. La sua teoria era che gli incentivi potessero più delle economie di scala. Quando il lavoratore può tenere per sé tutti i frutti del proprio lavoro, come nel caso dell’autonomo, lavora di più e con più efficienza rispetto a quando lavora alle dipendenze di un padrone che prende una parte di quello che produce. I pigri possidenti terrieri nobili non possono competere con i piccoli agricoltori se non con leggi che impediscono la vendita della terra. Il libero mercato applicato alla terra, al lavoro e al commercio porta al trionfo dei produttori più efficienti, i lavoratori autonomi, e alla sconfitta degli stupidi, pigri e parassiti redditieri.

Smith e i suoi contemporanei guardavano oltre l’Atlantico e vedevano le loro speranze apparentemente realizzate in America… almeno per quanto riguardava i bianchi. La stragrande maggioranza della popolazione durante la Rivoluzione era autonoma, o come agricoltore o come artigiano o come mercante.

Negli Stati Uniti, Thomas Paine fu il grande sostenitore di queste idee. Le sue idee sembrano prese dal copione del freedom caucus del partito repubblicano. Paine sosteneva che gli individui potessero risolvere quasi tutti i problemi da sé, senza l’intervento dello stato. Un buon governo non fa altro che assicurare che gli individui stiano in “pace e sicurezza”, con un peso fiscale minimo, mentre badano ai propri affari. Le tasse sono un furto. Chi vive al soldo dello stato è un parassita sociale. Lo stato è la causa principale della povertà. Paine fu per tutta la vita un sostenitore della libertà del commercio, degli affari e dei mercati. Era a favore della moneta sonante e della responsabilità fiscale.

Dopo la morte nel 1809, Paine rimase per decenni l’eroe dei radicali, che assieme a lui pensavano che un libero mercato sarebbe sfociato in un’economia composta quasi esclusivamente di piccoli proprietari. Una tale economia offre un modello credibile di società di eguali: ogni individuo è una persona indipendente, non prende ordini da nessuno, tutti sono classe media.

Abraham Lincoln elaborò le idee di Smith e Paine, contribuendo a dare forma a due dei pilastri del partito repubblicano: l’opposizione all’allargamento della schiavitù nei territori e la legge sulla proprietà colonica. La schiavitù dava la possibilità ai piccoli agricoltori di accumulare grosse estensioni, marginalizzando i piccoli e costringendoli a lavorare a salario. Vietando l’allargamento della schiavitù nei territori e cedendo piccoli appezzamenti di terreno a chi voleva lavorarli si sarebbe realizzata una società di eguali in cui non esiste il lavoro dipendente a vita. Lincoln, che contribuì a creare il partito che oggi difende gli interessi delle grandi aziende, conservò sempre l’opinione secondo cui lavoro libero significa libertà dal salario.

Fu però la rivoluzione industriale, che ai tempi di Lincoln era già avviata, a infrangere le speranze di arrivare ad un libero mercato con l’indipendenza del lavoro in una società di eguali. Le predizioni di Smith, secondo cui le economie di scala erano meno importanti dell’incentivo rappresentato dalla possibilità per i lavoratori di cogliere i frutti del loro lavoro, furono smentite dalle tecnologie industriali, che richiedevano l’accumulazione di grossi capitali. Gli Stati Uniti, con i territori presi alle popolazioni native, riuscirono ad evitare il fallimento degli agricoltori autonomi e di altri piccoli proprietari più a lungo dei paesi europei. Ma l’industrializzazione, la crescita demografica, la chiusura delle frontiere e i monopoli ferroviari relegarono i piccoli ai margini dell’economia anche nel Nord America.

La rivoluzione industriale diede ai datori nuovi poteri sui lavoratori, ma gli economisti non adeguarono il loro vocabolario… né le loro analisi

L’industrializzazione, con il suo nuovo modello fatto di lavoro salariato, con le industrie che prendevano il posto dei grossi possidenti terrieri, rese in gran parte irrilevanti gli ideali liberali di Smith, Paine e Lincoln. Stranamente, però, molti usano ancora le parole di Smith e Paine per indicare la realtà attuale. Si continua a dire che la scelta è tra libero mercato e controllo statale, mentre molti vivono la loro vita adulta sotto una terza entità: lo stato privato. L’ideale che gli egalitari speravano che la rivoluzione industriale avrebbe portato, ovvero un mondo senza governi sul posto di lavoro, un mondo in cui i produttori interagiscono solo tramite i mercati e lo stato, questo ideale i libertari e i loro compagni di viaggio amici delle aziende lo vedono nell’attuale realtà economica.

Esiste una malattia chiamata negligenza spaziale unilaterale, che impedisce di percepire metà del proprio corpo. Molti teorici e politici con tendenze libertarie soffrono di qualcosa di simile. Non riescono a percepire metà del mondo economico, quella metà che avviene oltre il mercato, dopo la firma del contratto di lavoro, quando i lavoratori diventano i soggetti di un governo privato arbitrario e irresponsabile.

Cosa possiamo fare? Gli americani sono abituati a protestare contro le norme statali che restringono la libertà. Bisogna capire che le stesse proteste valgono, almeno con altrettanta forza, per il governo privato sul posto di lavoro. Perché anche se le sanzioni di un datore contro chi disobbedisce non sono severe come quelle dello stato, il risultato è più drastico e esigente, e il potere più arbitrario e irresponsabile. Per questo occorre prendere in considerazione soluzioni simili a quelle applicate allo stato, che tengano a bada il governo privato dei datori di lavoro.

Tre sono le soluzioni più importanti. Primo, ricordare la questione chiave posta dagli Stati Uniti alle dittature comuniste durante la guerra fredda: lasciate in pace i dissidenti. I lavoratori sono liberi di andare via, ma spesso a caro prezzo. Quasi il 20% dei lavoratori americani lavora con patto di non concorrenza, non possono lavorare con la concorrenza in caso di licenziamento.

La cosa non riguarda solo tecnici o “operatori della conoscenza”. Anche certi lavori a salario minimo sono soggetti a patto di non concorrenza. Un lavoratore costretto a lasciare dietro a sé le sue competenze non è proprio libero di andarsene. Tutti gli stati dovrebbero seguire l’esempio della California e vietare questa pratica.

Dobbiamo capire i diritti del lavoratori per poi difenderli

Secondo, se lo stato imponesse gli stessi controlli e le stesse norme che impongono i datori di lavoro ai dipendenti, giustamente ci sarebbero proteste per la violazione dei diritti costituzionali. I lavoratori americani hanno pochissimi diritti contro i loro boss, e quei pochi diritti che hanno sono applicati debolmente. Dobbiamo rafforzare i diritti costituzionali che i lavoratori hanno contro i loro datori e applicare severamente quelli che la legge già riconosce.

Tra i diritti più importanti c’è la libertà di parola e associazione. I datori non dovrebbero avere la possibilità di dettare legge sulle opinioni dei lavoratori e sulle loro frequentazioni fuori dal lavoro, così come non dovrebbero impedire la parola sul lavoro quando non importuna nessuno e se non interferisce con il rendimento. Né dovrebbe esistere la possibilità di vietare al lavoratore di sostenere un candidato politico.

Terzo, il governo sul posto di lavoro deve essere più pubblico (nel senso inteso dai politologi). I lavoratori devono poter dire la loro su come sono governati. Non basta il diritto di parola, occorre anche la possibilità di organizzarsi e di dire la propria riguardo l’organizzazione del lavoro.

Uno dei modi per arrivare a ciò passa per il diritto dei sindacati di organizzarsi. I sindacati sono uno strumento d’importanza vitale per fermare per fermare i datori che sfruttano e abusano. Ma le leggi sono scarsamente applicate e molti lavoratori vengono licenziati per aver messo in pratica il loro diritto di organizzarsi e discutere i loro problemi sul lavoro. E molti rifuggono i sindacati, preferendo un atteggiamento collaborativo, non conflittuale, con i datori di lavoro.

In molti degli stati più ricchi d’Europa, i lavoratori hanno voce anche se non sono iscritti ad un sindacato. Si chiama “codeterminazione” ed è un sistema di gestione congiunta del posto di lavoro a cui partecipano datori e dipendenti, e che si applica automaticamente a quelle imprese che hanno più di poche dozzine di dipendenti. Con questo sistema, i lavoratori eleggono i loro rappresentanti nei consigli in cui si prendono decisioni riguardo gli orari, i licenziamenti, la chiusura degli impianti, le condizioni e i processi di lavoro. I dipendenti delle aziende ad azionariato diffuso possono anche eleggere membri del consiglio d’amministrazione.

Economisti neoliberisti e libertari si oppongono a queste proposte sostenendo che i lavoratori in qualche modo sarebbero penalizzati da provvedimenti che ne assicurerebbero dignità, autonomia e partecipazione sul lavoro. Questo perché, teoricamente, l’efficienza dell’azienda ne risentirebbe, e con essa i profitti e dunque i salari, se i dirigenti non avessero il pieno controllo della forza lavoro. Chi la pensa così nota che i datori già compensano le condizioni di lavoro “oppressive” con salari più alti. I lavoratori sarebbero pertanto liberi di contrattare salari e condizioni di lavoro prima dell’assunzione.

La teoria è irrealistica: i lavoratori non conoscono a priori le condizioni di lavoro, e come neoassunti non possono godere di condizioni decenti. È significativo il fatto che il lavoratore che lavora nelle condizioni peggiori sia più soggetto di altri a tagli dei benefit. Secondo uno studio, in un solo anno i datori non hanno pagato 50 miliardi di dollari in benefit dovuti per legge. Due terzi dei lavoratori dei settori a paga bassa soffrono di questi mancati pagamenti, che ammontano a quasi il 15% del totale, il triplo della media nazionale.

Se i datori disprezzano i dipendenti tanto da derubarli di parte del salario, che probabilità ci sono che migliorino le loro condizioni di lavoro?

E poi è facile teorizzare dicendo che i lavoratori stanno meglio sotto la dittatura di un datore di lavoro perché i dirigenti sanno come si governa un posto di lavoro con efficienza. Se efficienza significa che un lavoratore è costretto a farsela addosso, perché questo non dovrebbe avere il diritto di esprimere la sua opinione su questa “efficienza”? Le lunghe battaglie dei lavoratori americani per il diritto di usare il bagno al lavoro, quando le loro controparti europee ce l’avevano da anni, la dice lunga sulla nozione monca di efficienza che hanno gli economisti.

E tutto questo parlare di “libertà di scelta” dei lavoratori non fa che nascondere il fatto che lo stato sta dando ancora più potere a questi dittatori sul lavoro. Il dipartimento del lavoro di Trump sta cercando di annullare l’aumento per gli straordinari voluto da Obama. Sta dando il via libera agli appaltatori federali che violano le leggi sulla sicurezza, sui salari e sugli orari di lavoro. Ha cancellato le norme sulla trasparenza in busta paga, così che le donne ora non possono vedere se guadagnano meno degli uomini o no a parità di lavoro svolto.

Un governo privato è un governo arbitrario e privo di responsabilità. È questo che gran parte degli americani deve subire. La storia della democrazia è la trasformazione del governo da affare privato a pubblico. Rendere pubblico il governo, far sì che risponda agli interessi dei cittadini e non solo a quelli di chi governa. Quello che abbiamo imparato dalla storia dello stato andrebbe applicato al posto di lavoro. I lavoratori devono avere voce non solo a Washington, ma anche nei magazzini di Amazon, nella tecnologica Silicon Valley e nell’industria delle carni.

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