L’alba Razzista del Capitalismo


razzismo[4]

Di Peter James Hudson. Pubblicato sul Boston Review il 14/3/2016. Ripubblicato su francosenia.blogspot.it.

Dieci anni prima del suo assassinio avvenuto nel 1914 per mano di un nazionalista, il socialista francese Jean Jaurès aveva portato a termine un’opera storica che aveva cambiato radicalmente lo studio della rivoluzione francese. Laddove gli altri si erano focalizzati sulle dispute intorno alla politica e alle ideologie politiche, i quattro volumi della Storia socialista della Rivoluzione francese di Jaurés avevano come soggetto le trasformazioni apportate da un capitalismo emergente, mettendo in primo piano le sue irruzioni nell’economia francese. Facendo uso di una lente marxista, Jaurés sottolineava il conflitto fra l’Ancien Régime e la borghesia appena giunta al potere, e tirava fuori dagli archivi della rivoluzione le lotte dei contadini e dei lavoratori francesi.

Sebbene fosse stato snobbato dagli studiosi che gli erano succeduti, ansiosi di prendere le distanze dal marxismo di Jaurés, la “Storia socialista” era storia “dal basso” ante litteram. Le sue analisi riguardavano anche qualcosa che aveva anticipato un sotto-campo storico – la storia del capitalismo – che adesso decollava da questo lato dell’Atlantico. Dopo un inizio energico all’interno della professione storica americana, la storia del capitalismo era cresciuta rapidamente negli ultimi anni ed aveva guadagnato l’attenzione dei media più accademici finora solo sognata. La sua popolarità in parte era stata innescata dalla crisi finanziaria del 2008, che risollevava dei dubbi sulle promesse del capitalismo, e che la faceva emergere sulla lunga scia della morte dell’identità politica e della svolta culturale che c’era stata fra gli intellettuali americani. Emerge al di là dei presunti limiti, al di là delle preoccupazioni settarie per quei gruppi particolari rimasti fuori dalla storia principale – uomini e donne, contadini e schiavi, neri e omosessuali. Alcuni studiosi invece avevano messo in discussione la capacità di inclusione democratica di questo nuovo campo; altri si erano adoperati a dimostrare che questo non voleva essere una summa della storia sociale che si basava sul lavoratore bianco maschio, o una storia del capitalismo che feticizzava il capitalista bianco maschio. Ad ogni modo, i suoi pregiudizi istituzionali ed ideologici spesso trasparivano attraverso quelli che erano i loro soggetti favoriti ed i loro protagonisti consacrati.

Il punto di vista di Jaurès sulle questioni economiche come principale motore del cambiamento politico e sociale, il suo collegare il capitalismo alla modernità, il suo mostrare le élite come attori storici – tutte preoccupazioni, queste, che si sono ripresentate nelle recenti storie del capitalismo. Ma forse la cosa che più impressiona circa questo campo di indagine, è il modo in cui rimaneggiano e sconfessano la tradizione intellettuale radicale cui appartiene Jaurès, e che fa derivare le questioni storiche tanto dall’impegno politico quanto dalle preoccupazioni accademiche. Jaurès condivideva tale tradizione con autori neri come W. E. B. Du Bois e come il teorico di Trinidad C. L. R. James, che aveva preso parte, dall’interno, a quella che Cedric Robinson aveva definito la “tradizione nera radicale”. Il loro interesse per la storia del capitalismo non era meramente accademico: era una parte integrante del moderno progetto di emancipazione. Forse il problema sta qui. Nella sofferenza degli allievi, quando rinnegano le loro origini radicali e nell’utilizzo che fanno delle loro ricerche?

Il ripudio, da parte della nuova storia del capitalismo, delle origini radicali appare più chiaro nel suo trattamento della schiavitù. che, per più di un secolo, è stata la principale preoccupazione degli studiosi che erano parte della tradizione radicale. Jaurés, per esempio, ha tracciato una linea che collegava i profitti provenienti dal commercio degli schiavi con la crescita delle industrie e dell’ideologia del capitalismo.

C.L.R. James aveva ripreso queste affermazioni ne “I Giacobini Neri – La prima rivolta contro l’uomo bianco”(1938). Il libro poneva sia le “masse” caraibiche che quelle europee al centro della rivoluzione haitiana, usandola come un modello per quello che James aveva visto come il prossimo movimento per la decolonizzazione e per la sovranità africana. James criticava Jaurés per la sua insufficiente attenzione nei confronti del colonialismo francese, tuttavia citava circa ventidue pagine dalla “Storia socialista”, per dimostrare l’importanza economica delle colonie dei Caraibi per la prima crescita industriale della Francia. James citava da Jaurés un estratto che catturava l’apparente contraddizione storica attraverso la quale l’asservimento africano aveva portato alla libertà europea: «Triste ironia della storia umana. … Le fortune create a Bordeaux, a Nantes, dal commercio degli schiavi, conferirono alla borghesia quell’orgoglio di cui aveva avuto bisogno per la libertà e che aveva contribuito all’emancipazione umana.» Una provocazione simile era apparsa anche in “A History of Negro Revolt” di James, una breve monografia sulla resistenza nera globale, anch’esso pubblicato nel 1938: «La schiavitù negra sembrava la vera base del capitalismo americano.»

Ad una simile triste ironia era stata data piena forma storica dall’ambizioso ex allievo di James, Eric Williams, che sarebbe diventato il primo Primo Ministro di Trinidad e Tobago. Williams aveva esposto la sua tesi ad Oxford nel 1938; venne pubblicato sei anni dopo col titolo “Capitalismo e Schiavitù”. Benché, come aveva spiegato il filoso politico caraibico Aaron Kamugisha,James e Williams avessero avuto delle divergenze sulle questioni politiche, Williams aveva riconosciuto il suo debito nei confronti di James per avere influenzato la sua affermazione secondo cui l’abolizione della schiavitù nell’Impero Britannico era stata il risultato di una razionalizzazione economica – e non di umanitarismo e di convincimento morale. Williams aveva asserito anche che l’accumulazione del capitale era stata svolta attraverso la schiavitù che aveva finanziato l’espansione nazionale dell’agricoltura, la crescita delle istituzioni bancarie e delle compagnie di assicurazioni, e lo sviluppo delle prime infrastrutture industriali dell’Inghilterra.

Mentre James e Williams stavano scrivendo in Europa, Du Bois stava arrivando a conclusioni simili riguardo l’impatto e la natura della schiavitù negli Stati Uniti. Il suo “Black Reconstruction in America: An Essay Toward a History of the Part Which Black Folk Played in the Attempt to Reconstruct Democracy in America, 1860–1880”, pubblicato nel 1935, metteva gli afroamericani al centro del dramma e delle conseguenze della Guerra Civile. Per Du Bois, la libertà nera non era il dono della benevolenza bianca; l’emancipazione era stata in gran parte il risultato della resistenza e delle lotte dei neri. Ridando forma allo schiavo come lavoratore, Du Bois dimostrava che c’era continuità fra l’organizzazione della schiavitù americana ed il consolidamento del capitalismo americano, mentre respingeva l’opinione, prevalente a quel tempo, secondo cui il fallimento della Ricostruzione era dovuto all’ignoranza dei neri, alla loro disonestà, stravaganza, pigrizia, e, in ultima analisi, incapacità congenita all’auto-governo e mancanza di preparazione alla libertà – tutto ciò che Dubois riteneva essere “la propaganda della storia”. Come sapeva bene Du Bois, la Ricostruzione Nera era un assalto in piena regola, da parte degli storici americani, alla posizione degli afroamericani all’interno della storiografia americana.

Queste provocazioni erano accolte sia con scetticismo che con rabbia. “Capitalismo e Schiavitù”. mentre era oggetto di molti dibattiti, venne spesso liquidato dagli storici, e Williams e Du Bois rimanevano ai margini dell’accademia professionale (anche se bisogna riconoscere che le vere ambizioni di Williams riguardavano la politica, nonostante il decennio trascorso alla Howard University). L’esclusione riguardo l’istruzione superiore significava che Du Bois era stato emarginato nell’ambito del mondo accademico degli Stati Uniti, e c’è voluto più di mezzo secolo prima che le premesse di base del suo “Black Reconstruction” venissero considerate seriamente; oggi, ottant’anni dopo la sua pubblicazione, viene evocato ma non letto, citato ma non analizzato, famoso ma non sposato. Nella storia contemporanea del capitalismo, le opere, le idee, e gli argomenti di Williams, Du Bois, ed altri studiosi radicali vengono selettivamente citate, completamente ignorate, o prese a prestito senza alcuna conoscenza né degli autori né del contesto politico-economico in cui tali opere sono state prodotte, e a quali opere rispondevano. I nuovi libri degli storici americani Sven Beckert ed Edward Baptist esemplificano questo trend.

L’impero del cotone: Una storia globale” di Beckert è probabilmente la più celebrata fra tutte le opere recenti sulla storia del capitalismo. È un libro notevole, sotto vari aspetti. Scritto sul genere dello studio su una merce – inaugurato dalla storia globale del merluzzo di Harold Innis e dalle storie dello zucchero di Fernando Ortiz e di Sidney Mintz – Beckert ripercorre la storia del mondo attraverso l’economia politica del cotone. Il “globale” del sottotitolo non è una mera pretesa: sebbene si concentri sull’espansione, sulla crescita, e sulla caduta del dominio europeo della produzione di cotone, la sua storia si stende migliaia di anni all’indietro fino ai primi tentativi di addomesticamento in Europa, Medio Oriente, Nord Africa, e Cina e allo sviluppo della filatura e della tessitura nel Sud dell’Asia, in America Centrale, nell’Est dell’Africa. Descrive la crescita della coltivazione del cotone e la sua prima tecnologia manifatturiera ed il passaggio dalla produzione familiare a quella commerciale.

Sebbene per Beckert il mondo islamico non sia un passo importante per l’epoca europea, “L’impero del cotone” sottolinea come il cotone ed il capitalismo siano stati aggressivi globalmente fin dall’inizio, in quanto la ricerca per dei mercati e la caccia alle materie prime ad al lavoro siano andati oltre i confini di terra e di mare. Quest’affermazione viene sostenuta facendo uso di un’impressionante ricerca transnazionale negli archivi ed in un insieme di fonti secondarie. Senza sacrificare l’attenzione per i dettagli locali, che si tratti di Messico o di India, di Europa occidentale o di Africa dell’Ovest, “L’impero del cotone” narra i molteplici e simultanei processi di trasformazione storica e di conflitti in tutto il mondo.

Al centro del libro c’è un argomento che attiene a ciò che Beckert chiama “capitalismo di guerra”. Ma con questo termine Beckert designa il sanguinoso preambolo all’emergenza del capitalismo maturo, un primo processo di “crudezza e violenza”: accumulazione di ricchezza segnata dall’asservimento africano, dall’espropriazione dei territori aborigeni, dalla coercizione e dallo sterminio come di controllo del lavoro e di conquista territoriale, e la nascita di uno Stato imperiale le cui leggi e polizie servivano una classe capitalista emergente: «Di solito pensiamo al capitalismo, quanto meno a quello globalizzato, come ad un tipo di produzione di massa che conosciamo oggi, come è emersa intorno al 1780 con la rivoluzione industriale. Ma il capitalismo di guerra, che comincia a svilupparsi nel XVI secolo, è arrivato molto prima delle macchine e delle fabbriche.» E continua, «Quando pensiamo al capitalismo, pensiamo ai lavoratori salariati, ma questa fase precedente del capitalismo non si basava sul lavoro libero, bensì sulla schiavitù. Associamo il capitalismo industriale con i contratti e con i mercati, ma il capitalismo all’inizio si basava più spesso sulla violenza e sulla coercizione corporale.» Beckert descrive questa fase come «una fase importante ma spesso non riconosciuta dello sviluppo del capitalismo» la cui storia è stata cancellata da coloro che «desideravano una più nobile, e più pulita» narrazione.

Ma chi è questo “noi” scorporizzato, de-razzializzato? Sicuramente, molti storici neri non hanno una simile visione del capitalismo. Forse Beckert ha avuto in mente le storie della creazione di studiosi come Jared Diamond, ma è fuorviante dire semplicemente che “le origini illiberali del capitalismo” sono state spesso ignorate – ed hanno dato credito a narrazioni rivedute più allegre – senza che vengano esaminate le basi di una tale cancellazione. Non è una coincidenza il fatto che molti intellettuali che hanno riconosciuto la violenza coercitiva del capitalismo degli inizi abbiano messo una fine politica al loro approccio, ma queste figure sono state lasciate fuori dalla narrazione di Beckert. Egli può aver coniato il termine “capitalismo di guerra” ed aver citato Williams e James in alcune note a piè di pagina, ma non riesce a riconoscere apertamente nel suo testo le origini radicali del concetto. L’idea appare già pienamente formata nel capitoli finali del primo volume del Capitale di Marx e viene presentata come “accumulazione primitiva”:

«La scoperta dell’oro e dell’argento in America, lo sradicamento, la riduzione in schiavitù e la tumulazione nelle miniere della popolazione indigena di quel continente, gli inizi della conquista ed il saccheggio dell’India, e la conversione dell’Africa in una riserva per la caccia commerciale dei pellenera sono tutte cose che caratterizzano l’alba dell’era della produzione capitalista»

«Questa idilliaca successione di eventi», continua Marx, «è il momento clou dell’accumulazione primitiva.» Così era stata anche la nascita del sistema di fabbrica e lo sviluppo dei nuovi regimi legali che avevano spossessato contadini e operai della loro terra e del loro lavoro. Successivamente, il geografo David Harvey ha descritto tali processi come “accumulazione attraverso espropriazione”. È mistificante trovare delle omissioni così grandi come quelle che si trovano in un libro che è altresì confezionato in maniera elegante, ma che è rivolto ad un modello che è ansioso di smarcarsi dalla storiografia radicale. Il risultato è una versione stranamente astorica dell’inchiesta storica, che ignora i contesti razziali e politici in cui emergono questioni e concetti accademici.

Per me, la questione non è quella di demolire racconto che Becker fa del capitalismo e della schiavitù, unendovi i nomi degli studiosi o i titoli dei libri che egli non cita, in quanto le sue affermazioni, sebbene difficilmente siano originali, sono ben argomentate e convincenti. Né intendo feticizzare ciò che è radicale come se si trattasse di una forza di opposizione astratta e indefinita all’interno di una sotterranea pratica storica. Ma l’ignoranza storiografica, le omissioni, e l’assenza marginalizza ancora di più quello che è un sotto-campo marginalizzato insieme alle comunità intellettuali che lo hanno alimentato. Quali limitazioni metodologiche vengono causate da una simile trascuratezza? Cosa perdiamo quando rinneghiamo la scuola storiografica impegnata? In che modo una seria lettura di “Black Reconstruction” di Du Bois, e la tradizione dell’inchiesta radicale che esso rappresenta, servirebbe in maniera più generale sia al”L’impero del cotone” che alla nostra comprensione della storia del capitalismo? E quale politica e quale impegno si nasconde dietro la scusa del disinteresse accademico? Alcune questioni accademiche, forse, possono solo essere sollecitate dall’esterno, e a meno che non soccombano alla soffocante tirannia del mainstrean, quelli che si trovano ai margini della storia e della storiografia sono costretti a prendere in considerazione nuovi archivi, nuovi metodi, nuovi approcci. Per Du Bois ed altri all’interno della tradizione radicale nera, questo significa ampliare il marxismo, come osservava Frantz Fanon a proposito della questione coloniale, per comprendere l’indelebile natura razziale del capitalismo.

Mostrare che la storiografia de-razzializzata di Beckert è eludere il ruolo della razza, del razzismo, e della supremazia bianca per quel che riguarda l’emergenza e l’organizzazione dell’impero del cotone. Mentre Beckert enfatizza il ruolo della schiavitù nel sorgere del capitalismo, egli ignora il ruolo della razza nell’emergere di entrambi. Eppure fin dall’inizio dell’immagine di copertina queste descrizioni della gerarchia globale del lavoro e della produzione che segna il moderno capitalismo sono chiaramente razziali: questa immagine di apertura raffigura degli uomini bianchi a Manchester che sono felici del prodotto e della redditività della loro industria globale. Beckert non considera cosa significa il bianco dei suoi uomini bianchi; la loro razza gli appare incidentale.

razzismo cotone[6]

Per di più, in un capitolo fortemente argomentato, Beckert mostra come la Guerra Civile aveva provocato una crisi globale del “capitalismo del cotone” poiché aveva obbligato ad una disperata ricerca per una nuova terra e per una nuova fonte di lavoro in India, Egitto, e in Argentina. Ma la guerra, e l’emancipazione, avevano a che fare con la condizione dei neri nella società moderna in quanto erano un modo di organizzazione economica. Infatti, Beckert usa una lunga citazione tratta da un articolo del dicembre 1865 pubblicato sull’Economist di Londra che lamenta il fatto dell’emancipazione dei neri. Per l’Economist, le sue ripercussioni minacciava non solo l’ordine economico, ma anche l’ordine razziale; i capitalisti bianchi non sarebbero più stati in grado di attingere ad una riserva di “lavoratori scuri” che facevano la loro offerta, nelle condizioni di loro scelta, ad un prezzo che essi imponevano. L’Economist chiariva che, per i capitalisti dell’epoca, la questione della razza non era – per prendere in prestito James – meno importante della questione della classe. Questi uomini d’affari avevano capito che la protezione dei loro interessi economici era legata alla protezione dei loro interessi in quanto uomini bianchi.

Allo stesso modo, più di una volta Beckert sottolinea il fatto che i capitalisti bianchi spesso hanno visto l’emancipazione nera negli Stati Uniti come un’altra Santo Domingo – un’altra asserzione della sovranità nera – ma non riesce a tratteggiare e ad analizzare in dettaglio il significato di tale analogia come una “guerra delle razze”, così come veniva interpretata da un lavoratore del cotone. Nella narrazione di Beckert, razza e razzismo sono solo preoccupazioni marginali, anche quando oggi si continua a sperimentarle entrambe. Vengono evocate esplicitamente sono poche volte nel diverse centinaia di pagine del libro. Nella sua de-razzializzazione di cos’ tante prove che hanno un evidente significato razziale, il libro mostra involontariamente che il capitalismo di guerra, se così lo vogliamo chiamare, è stato innegabilmente un progetto razziale – in effetti, quello che Cedric Robinson aveva chiamato capitalismo razziale.

Al cuore del libro di Edward Baptist, “The Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of American Capitalism”, sta l’affermazione secondo la quale i profitti e l’accumulazione della schiavitù hanno contribuito alla formazione del capitalismo contemporaneo. Come Beckert, anche Baptist si rivolge alla storia dell’industria del cotone, anche se si concentra sugli Stati Uniti del periodo che va dall’epoca coloniale alla fine della guerra civile. Però, se la storia di Beckert è la storia fatta dai proprietari di schiavi, quello di Baptist è la storia del mondo fatta dallo schiavo. «Gli afroamericani schiavizzati hanno costruito i moderni Stati Uniti,» dichiara, «e in realtà l’intero mondo moderno, in modi che sono sia evidenti che nascosti.» Noi sappiamo che l’affermazione per cui gli afroamericani schiavi hanno costruito i moderni Stati Uniti non è nuova. Questa “metà”, infatti, è stata raccontata – molteplici volte e più spesso dagli scrittori non neri, alcuni dei quali sono stati menzionati fugacemente da Baptist nelle note a piè di pagina. Ma l’affermazione che gli afroamericani hanno costruito il mondo è semplicemente sbagliata. Il libro di Baptist è segnata da simili eccessi retorici, che si prestano ad un eccezionalismo americano ottuso e narcisistico. Il risultato è una visione del capitalismo e della schiavitù talmente semplificata da ignorare il contributo storico alla modernità dato dagli africani nei Caraibi e nella stessa Africa.

Nell’opera di Baptist, quello che è innovativo non è la storia ma la narrazione. “ The Half Has Never Been Told” cerca deliberatamente di raggiungere un pubblico più vasto, al di là dell’accademia. Inoltre è anche sperimentale: si prefigge lo scopo di sovvertire e modificare quelle che sono le tipiche pratiche della scrittura storica. Baptist definisce il suo stile come “storia evocativa”, che per mezzo di vignette micro-storiche, aneddoti, e quadri speculativi intende far balenare tutto il febbrile apparato sensoriale della vita dei neri sotto il capitalismo e la schiavitù. Questo miscuglio narrativo suggerisce un doppio strato di significati che in alcuni casi vengono suggeriti per mezzo di ammiccamenti e sguardi sottili.

I capitoli del libro sono intitolati con parti del corpo umano, dalla testa ai piedi e dal sangue al seme; queste sono le immagini dell’analisi storica di Baptist. Occasionalmente, c’è una cesura fra il linguaggio di Baptist e i suoi soggetti: schiavitù, coercizione, violenza. Queste cose non richiedono certamente una prosa ipocrita e tracotante, ma a volte il frivolo e discorsivo linguaggio di Baptist, il suo tono intimistico – ivi incluso lo spostamento dissonante sulla seconda persona – indebolisce il peso della sua analisi. Il capitolo “Seed” [”seme”], ad esempio, contrappone scene sorprendenti di violenza sessuale all’emergere delle banche allo scopo di poter fare delle affermazioni sulle storie intrecciate di stupri e finanza:

La lettura di Baptist (se non la sua scrittura) si basa sulla scuola letteraria di femministe nere e di storici come Hortense Spillers, Deborah Gray White, e Jennifer L. Morgan volte a dimostrare le economie libidiche ed erotiche della schiavitù e lo status del corpo delle donne nere nella storia del capitalismo. Ma le stilizzazioni di Baptist poggiano su un terreno etico instabile, e la sua storia, occasionalmente sovraestetizzata, impedisce una posizione più critica. Le sue discussioni sulla violenza razziale e sessuale, ad esempio, accendono la spia di un allarme; il suo ripetere la metafora di un “uomo da un occhio solo” tradisce una puerilità da scuola media allo stesso tempo in cui maschera una barzelletta prolungata a proposito della violenza sulle donne nere.

Uno degli scopi di Baptist è quello di recuperare e rappresentare le vite interiori delle persone nere che vivevano nel passato, per documentare la coscienza nera storica in tempo reale. Sta cercando non solo di concentrarsi sui neri nella storia del capitalismo e della modernità, ma anche di recuperare le loro voci, i loro sentimenti, ed i pensieri – spesso a livello sinaptico. È un compito nobile, sebbene sia in molti modi anche paternalistico, e questo stile di interlocuzione storica rischia il sentimentalismo. È sempre pericoloso entrare in un territorio che è dominio delle romanziere nere, ivi incluse Gayl Jones e Toni Morrison, i cui testi incandescenti hanno illuminato archivi di cose dimenticate.

Il recupero, da parte di Baptist, della coscienza nera non è il recupero della resistenza nera. Infatti, all’inizio del libro egli respinge le rivendicazioni che riguardano la più parte delle rivolte degli schiavi negli Stati Uniti. Sminuisce anche argomenti, resi popolari da storici come Robin D. G. Kelley, che riguardano i modi di “resistenza nascosta” ed “infrapolitica” attraverso cui i neri sopravvivevano alla sofferenza quotidiana della schiavitù, anche se non si mobilitavano per rovesciare il sistema. Il disconoscimento della resistenza consolida una narrazione assimilizazionista riguardo ai neri all’interno degli Stati Uniti, che Baptist colloca sempre come americane. Ma che dire dell’Africa? Contrariamente a testi quali “Slave Culture: Nationalist Theory and the Foundations of Black America”(1987), di Sterling Stuckey, e “Gold Coast Diasporas” (2015), di Walter C. Rucker, nei quali si pretende che l’Africa sia una fonte indipendente di cultura e di coscienza nera, mentre nel ritratto della vita nera ottocentesca negli Stati Uniti che ne fa Baptist, l’Africa esiste come un residuo esotico.

Se Beckert e Baptist eludono la storiografia radicale della schiavitù, i recenti libri degli storici Walter Johnson e Nicholas Draper inceve approcciano questo aspetto, mostrando come costruire su tali idee in maniera produttiva.

“River of Dark Dreams” di Johnson rivendica il suo debito con la tradizione radicale ed interviene direttamente nel dibattito su capitalismo-e-schiavitù. Sostiene che è inutile cercare di imporre un’astrazione puramente teorica del capitalismo sulle sue attuali iterazioni, asserendo che ciò che spesso si perde sono i nudi fatti di ciò che realmente è accaduto:

«Un’analisi storica e materialista – che mette l’accento su ciò che é accaduto, piuttosto che su come ciò che è accaduto è stato diverso da quello che sarebbe dovuto accadere se il Mississippi fosse stato, difatti, un po’ più come Manchester – comincia dalla premessa che nel fatto storico reale non c’era nessun capitalismo del XIX secolo senza la schiavitù. In qualsiasi altro modo il capitalismo industriale avrebbe potuto svilupparsi in assenza di cotone prodotto da schiavi e di mercati del capitale del Sud, ma non si è sviluppato in quel modo.»

Per Johnson, la razza e la supremazia bianca sono stati essenziali ai fini dello sviluppo storico del capitalismo.

Assumendo la nozione di Cedric Robinson di capitalismo razziale, Johnson sostiene che i conflitti storici e politico-economici del XVII e del XIX secolo nella Valle del Mississippi possono essere visti attraverso il prisma del “capitalismo schiavista-razziale” – una frase che cattura il modo in cui la supremazia bianca procede per mezzo di una razionalità economica, che a sua volta organizza una gerarchia razziale. Al centro di questa logica c’è il cotone. Adottando la metodologia politico-economica di Marx per decifrare il “geroglifico sociale” delle merci, “River of Dark Dreams” descrive la feroce transustanziazione attraverso la quale gli uomini sono stati convertiti in macchine, la carne e la terra è stata trasformata in capitale, e il capitale raffigurato come la storia stessa della modernità.

La luminescente prosa di Johnson offre un peso morale alle tribolazioni del passato, ma possiede anche una forte immaginazione geografica che cattura gli sconvolgimenti spaziali, i ricorrenti conflitti e le contraddizioni riguardanti la terra e l’acqua, che hanno segnato la storia della schiavitù e del capitalismo nella Valle del Mississippi. Johnson scrive di come le trasformazioni rivoluzionarie della tecnologia del battello a vapore abbia continuamente spinto le possibilità di fare nuovi profitti fino al punto di saturazione e collasso. Descrive il bombardamento ecologico attraverso il quale la valle del Missisippi venne riordinata e rimappata sulla griglia del capitalismo. Narra della creazione di un paesaggio carcerario in cui la piantagione è diventata un panopticon, sorveglianza, punizione, ed una polizia che costringe il corpo nero in un costante stato di furtività e di fuggitività.

Sul corpo dello “schiavo”, Johnson scrive facendo uso di una po’ di romanticismo: è stato degradato e violato per mano dei bianchi, mentre le donne nere e gli uomini neri sono diventati il veicolo per l’accumulazione del capitale bianco. Questo non vuol dire che Johnson ometta di parlare della resistenza nera. Ne fa un trattamento assai più completo di quanto ne faccia Baptist, e rivendica la realtà di una “agency” nera – una parola, osserva, che è piena di pericoli, usata male, ed abusata. La resistenza, per Johnson, assume la forma della rivolta: la storia della resistenza dev’essere scritta “con un senso di bruciante soddisfazione”, che può essere trovata nei racconti neri di violenza difensiva ed emancipatrice. Ma la resistenza emerga anche, in maniera critica, attraverso e per mezzo del lavoro stesso, visto come ripetizione dei compiti svolti – non importa quanto siano coercitivi, alienati o monotoni – e che ha prodotto nel lavoratore nero esperienza, conoscenza, e abilità intellettuale necessaria alla sopravvivenza. Anche così, alla domanda liberale che si chiede se i bianchi abbiano visto i neri come esseri umani durante la schiavitù, Johnson, suggerisce freddamente che lo hanno fatto. «Un modo migliore di pensare alla schiavitù», scrive, «potrebbe essere visto come un sforzo concertato volto a disumanizzare le persone schiavizzate.» Questa disumanizzazione, questo spogliarla di potere umano mentre si mantiene l’umanità del soggetto, appare doppiamente crudele, doppiamente odiosa – perfino peggiore della disumanizzazione.

Johnson scrive contro una narrazione liberale della Guerra Civile che vede il Sud come un’unità omogenea, spazialmente definita e geograficamente consolidata. Invece, Johnson mostra come, nel tentativo di mantenere la schiavitù e la supremazia bianca – soprattutto contro lo spettro della guerra di razza – i sudisti adottano un’ideologia espansionistica. La crisi economica e razziale porta all’emergere di un imperialismo sudista ed ai tentativi di incorporare Cuba ed il Nicaragua in un impero di asservimento altrettanto energico e muscolare dell’impero della libertà di Jefferson – esso stesso, come sottolinea Johnson, saturo di ideologia della supremazia bianca. Questa visione imperiale era stata rafforzata per mezzo degli sforzi del Sud di riaprire il commercio degli schiavi negli anni 1850. Questi sforzi fallirono e la sconfitta della Confederazione, d’altronde, non garantiva la prospettiva della libertà dei neri dopo l’emancipazione dei neri.

La questione dell’emancipazione sta al centro di “The Price of Emancipation” di Nicholas Draper, un libro che ruota intorno ad un singolo momento nel tempo: il 1° Agosto 1834, la data dell’emancipazione nelle colonie britanniche. Sulla base degli archivi della “Slave Compensation Commission” – un’agenzia governativa creata per gestire la proprietà di schiavi a causa della loro perdita dovuta all’emancipazione – Draper studia gli effetti della schiavitù non sugli africani schiavizzati ma sulla piccola nobiltà e sull’élite prevalentemente bianca in Inghilterra. Mentre gli ex schiavi non avevano ricevuto niente, il salvataggio governativo dei possessori di schiavi divenne il più grande versamento statale della storia inglese, ed ammontava a più di 40.000 risarcimenti e a 20 milioni di sterline (oggi, circa 17 miliardi di sterline).

“The Price of Emancipation” conferisce materiale empirico e di archivio a “Capitalismo e Schiavitù” di Williams, proprio dimostrando il valore della schiavitù nel contesto dell’economia inglese. Draper è metodico e ponderato; non c’è sovraccarico retorico, solo una cauta dissezione degli argomenti contro e dei limiti della tesi di Williams. Per esempio, egli non afferma che la schiavitù era un’arma unica ed unilaterale per stimolare l’industrializzazione inglese e la crescita del capitalismo inglese. Piuttosto, egli sostiene che era importante per lo sviluppo di parti dell’economia moderna. In quanto tale, “The Price of Emancipation” agisce come un libro bianco per il risarcimento attuale nei confronti delle ex colonie inglesi dell’India occidentale, un compito che si è assunto il vice-cancelliere della “University of the West Indies”, la storica Hilary Beckles.

La ricerca di Draper fa parte di un progetto archivistico e storico collettivo che coinvolge sia l’Inghilterra che i Caraibi. Oltre alla storica Catherine Hall e al team della University College London, Drape ha creato la “Legacies of British Slave-ownership”, un database online dei file della “Slave Compensation Commission”. In esso si trova non solo la natura dei compensi ma anche i nomi e le genealogie dei proprietari di schiavi e degli ex schiavi ed un cumulo di informazioni – che continuano a crescere grazie a contributi volontari – su storia, cultura, società, ed economia politica dell’Ottocento nei Caraibi e in Inghilterra. Né speculativo né retorico, il database fornisce una sezione trasversale di dettagli storici che dimostrano sia la presenza permanente nel capitalismo contemporaneo del passato della schiavitù ed il persistere dell’importanza delle questioni poste dalla tradizione radicale.

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