Paesi Poveri Discarica dei Ricchi


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Di Anup Shah. Originale pubblicato il 10 agosto 2015 su Global Issues con il titolo Exporting Pollution and Waste from Rich Countries to Poor Countries. Traduzione di Enrico Sanna.

L’inquinamento è legato alla crescita dei consumi. Ovvero al consumo in sé più i rifiuti generati nella produzione e nel consumo di ciò che si produce. Le automobili sono un esempio che non ha bisogno di spiegazioni. Altri casi riguardano l’inquinamento ambientale (soprattutto l’inquinamento dei fiumi e dei mari), l’inquinamento prodotto dall’industria turistica (comprese le crociere, i viaggi in aereo, eccetera), i rifiuti prodotti dalle industrie agricole, i rifiuti prodotti dai consumatori come i rifiuti urbani, l’imballaggio eccessivo, gli sprechi prodotti da una cultura usa-e-getta, e così via.

L’inquinamento cresce anche nei paesi poveri, ma non è un semplice prodotto della crescita demografica perché, come nota l’Onu, l’86% delle risorse mondiali sono consumate dal 20% più ricco. Gran parte dell’inquinamento dei paesi poveri, quindi, viene dal soddisfacimento della domanda dei consumatori. La rivista Energy Policy a settembre 2008 spiegava che un terzo delle emissioni di biossido di carbonio in Cina erano causate dalla produzione per l’esportazione soprattutto verso i paesi sviluppati.

E molto prima che la paura del protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici incoraggiasse le aziende occidentali a delocalizzare le industrie inquinanti verso i paesi più poveri esentati dalla necessità di ridurre le emissioni, le multinazionali stavano già cercando luoghi con standard ambientali bassi.

Nel 1991 Larry Summers, allora economista presso la Banca Mondiale e poi segretario del tesoro nell’amministrazione Clinton fino all’avvento di George Bush e del partito repubblicano, era un forte sostenitore delle politiche strutturali del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, politiche che poi si sarebbero rivelate disastrose per i paesi in via di sviluppo. Summers scrisse un appunto segreto, poi finito sulle pagine dell’Economist nel 1992:

Detto tra noi, perché la Banca Mondiale non dovrebbe incoraggiare la migrazione delle industrie inquinanti verso i PMS [paesi meno sviluppati]? … Scaricare rifiuti tossici in un paese a reddito basso è di una logica impeccabile, e noi dovremmo prendere in esame la cosa… In Africa, i paesi poco popolati sono anche poco inquinati; la loro aria può accettare un carico molti più alto di quella di Los Angeles o Città del Messico… I problemi di una sostanza che causa il cancro alla prostata sono ovviamente molti più grossi in un paese in cui la gente vive abbastanza da contrarre il cancro alla prostata, che non in un paese in cui la mortalità sotto i cinque anni è di 200 per mille.
~ Lawrence Summers, Let them eat pollution, The Economist, 8 febbraio 1992. Citato da Vandana Shiva in Stolen Harvest, (South End Press, 2000) p.65; Vedi anche Richard Robbins, Global Problems and the Culture of Capitalism (Allyn and Bacon, 1999), pp. 233-236 per ulteriori dettagli.)

Summers parlava di industrie che migrano. Che si spostano altrove, ma che ancora servono gli scopi originali: produrre per il consumo delle nazioni e delle popolazioni più ricche. Invece di fare ristrutturazioni costose alle fabbriche per ridurre l’inquinamento e questioni di vario genere sollevate dalla società, possono semplicemente spostarsi altrove ed evitare i costi delle ristrutturazioni. Il risultato è che nel mondo industrializzato l’ambiente è relativamente più pulito, ma non per effetto delle nuove tecnologie, di maggiori efficienze o altro.

Questo spiega in parte perché alcuni tra i paesi ricchi hanno l’aria, l’acqua, e l’ambiente in generale, più pulita rispetto ai paesi poveri, che si ritrovano con più inquinamento anche se consumano una frazione di quello che consumano i paesi ricchi. Il consumo dei paesi ricchi impone dunque un prezzo elevato anche a chi vive nei paesi poveri.

Altra tendenza è rappresentata dall’esportazione di rifiuti verso altre regioni del mondo. Un esempio sono i rifiuti nocivi dell’elettronica, come vecchi computer, vecchi monitor eccetera, che provengono principalmente dalle nazioni più ricche e che vengono esportati in paesi come la Cina l’India e il Pakistan, dove vengono trattati con procedimenti che sono molto pericolosi sia per la salute personale che per l’ambiente. Norme e standard ambientali e lavorativi bassissimi, se non inesistenti, vecchie tecnologie usate per il riciclaggio e la lavorazione e altro mettono a rischio la vita delle persone e l’ambiente a causa delle enormi quantità di rifiuti da processare.

Environmental News Service cita Jim Puckett, coordinatore del Basel Action Network e tra gli autori di un rapporto chiamato Exporting Harm: The High-Tech Trashing of Asia:

Lo chiamano riciclaggio, ma è solo un altro modo per dire discarica, dice Puckett. Abbiamo scoperto con orrore che, invece di vietarlo, gli Stati Uniti incoraggiano questo sporco traffico perché così evitano di cercare una soluzione vera alla marea di computer obsoleti che ogni giorno si produce nel paese.

Puckett si riferiva al fatto che gli Stati Uniti sono l’unico paese sviluppato in tutto il mondo a non aver ratificato la Convenzione di Basilea, un trattato ambientale delle Nazioni Unite che vieta l’esportazione di rifiuti pericolosi dai paesi più sviluppati a quelli in via di sviluppo. Gli Stati Uniti hanno escluso i rifiuti elettronici dalla Resource Conservation and Recovery Act e dalle leggi sulle esportazioni, dicendo che si tratta di materiale destinato al riciclaggio.

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