La Distruzione di Terre e Risorse


maschera

Di Anup Shah. Originale pubblicato il 10 agosto 2015 su Global Issues con il titolo Misuse of Land and Resources. Traduzione di Enrico Sanna.

Il modo in cui la terra viene usata per produrre cibo e altro ha un impatto enorme sull’ambiente e la sua sostenibilità. Questo a volte è in contrasto con ciò che si crede istintivamente, e cioè che la sovrappopolazione è la causa principale del degrado ambientale. È vero che il peso della popolazione ricade sull’ambiente, ma è anche vero che le regioni più popolose usano meno risorse delle nazioni più ricche, e quindi il problema riguarda più come e per cosa vengono usate le risorse naturali.

Prendiamo questo esempio:

Le catene di fast-food, come Kfc e Pizza Hut, sono sotto attacco da parte di grosse associazioni ambientaliste negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati a causa del loro impatto ambientale. Gli allevamenti intensivi su cui si basa questa ristorazione causano deforestazione, impoverimento della terra, contaminazione dell’acqua e di altre risorse naturali. Per ogni libbra (450 grammi, ndt) di carne rossa o bianca, uova o latte prodotti, si perdono circa cinque libbre di terreno superficiale. Per ogni animale allevato occorrono giornalmente circa 190 galloni (oltre 700 litri, ndt) di acqua, ovvero dieci volte il consumo di una famiglia media dell’India, sempre che abbia accesso all’acqua.

… Complessivamente, gli animali da allevamento usano il 40 percento di tutta la produzione di granaglie. Il 70% negli Stati Uniti.
~ Vandana Shiva, Stolen Harvest (South End Press, 2000), pagg. 70-71.

Poiché l’agricoltura industriale si basa più sulle monocolture che sulla diversificazione, la conseguente perdita di biodiversità sta portando ad un utilizzo più intenso delle risorse, come detto prima. Questa pratica, unita a politiche come il dumping di produzioni in eccesso nei paesi in via di sviluppo al fine di soffocarne la produzione locale, porta ad un ulteriore aggravamento della fame nel mondo.

I modelli di consumo dei paesi più ricchi spingono la domanda di generi alimentari, fiori, tessuti, caffè eccetera. A questi si aggiungono produzioni nocive per la salute come il tabacco e le droghe, le pratiche agricole intensive (con l’uso di diserbanti e pesticidi), il cattivo e improprio uso delle terre e i danni ambientali associati a sistemi colturali insostenibili.

La concentrazione della proprietà terriera nelle mani di poche, grosse aziende, così come la citata pratica del dumping, fanno crescere la fame e riducono l’occupazione dei lavoratori, che pertanto emigrano verso le città alla ricerca di maggior fortuna. La conseguenza è che le città non riescono a soddisfare le richieste. Da qui anche la proliferazione delle baraccopoli, con problemi di salute, sicurezza, sovrappopolazione e altro.

Ma le città non sono le uniche destinazioni dei senza terra. Alcuni, dopo essere stati privati delle loro terre, vanno a coltivare terre meno adatte, con potenziali dannosi per la fauna selvatica. A volte si arriva alla deforestazione, nel tentativo di ricavare terre coltivabili dalle foreste. La distruzione soprattutto delle foreste vergini può portare alla distruzione dell’habitat di gran parte della fauna selvatica. E quando non rimangono altre scelte, si emigra verso altre zone del mondo. Ma la crescita economica può anche significare un incremento della migrazione urbana. A volte, la crescita delle città va di pari passo con il declino delle regioni rurali.

A causa di questi e molti altri complessi fattori socioeconomici e politici, il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale varia da una parte all’altra del mondo. Secondo un rapporto della Banca Mondiale del 1999-2000, il 74% dei poveri dell’America Latina e dei Caraibi viveva nelle aree urbane, contro il 67% dell’Europa e dell’Asia Centrale. In Medio Oriente e Nord Africa la percentuale era il 58%. Il 33% nell’est asiatico e nel Pacifico, mentre in Africa era il 32% e nell’Asia Meridionale il 27%. Per qualche ragione, la Banca Mondiale non forniva dati sull’America Centrale e Settentrionale, che hanno rispettivamente il 76% e il 50% della popolazione che vive nelle città.

Contrariamente a ciò che comunemente si crede, non è vero che sono i poveri a depredare le risorse naturali per sopravvivere. Molte comunità definite (materialmente) povere hanno tradizioni e pratiche che incoraggiano la protezione dell’ambiente perché consapevoli della mutua dipendenza. E il fatto che i poveri possiedano le terre garantisce meccanismi che assicurano un loro uso efficiente e sostenibile in quanto si tratta dei loro mezzi di sostentamento, così come spiegato in dettaglio da Vandana Shiva nel suo libro Stolen Harvest (South End Press, 2000). Anche Peter Rosset spiega come le piccole aziende agricole siano più efficienti quando si tratta di mantenere in buona salute un ecosistema produttivo.

Le politiche economiche e la domanda delle nazioni più ricche significano che più terre vengono usate per colture da reddito (banane, zucchero, caffè, tè e così via) per essere esportate (soprattutto) verso paesi più ricchi, mentre altre terre sono convertite ad usi non-produttivi (tabacco, fiori e altro). Altre terre vengono strappate alla foresta e usate per allevamenti per produrre carne da esportare. Dato il grande consumo di questi prodotti esportati, si può dire che gran parte di questa produzione è un inutile spreco. I costi per l’ambiente e le persone ricadono non sui consumatori, ma sulla popolazione locale. Le politiche economiche alla base di questo schema sono spesso imposte alle nazioni più povere con strumenti come l’aggiustamento strutturale.

E visto che gli alimenti sono una merce, ad averli è chi può permettersi di pagarli. Vale la pena leggere per intero questa citazione (formattazione mia, testo originale):

Per capire perché esiste la fame bisogna smettere di pensare al cibo come qualcosa che gli agricoltori producono affinché altri lo mangino, e cominciare ad immaginarlo come qualcosa che le industrie producono affinché altri lo comprino.

• Il cibo è una merce…

• Gran parte delle terre più fertili sono usate per coltivare merci come cotone, sisalana, canna da zucchero e il cacao, ovvero prodotti non alimentari o scarsamente nutritivi, ma per cui esiste un grosso mercato.

• Milioni di ettari potenzialmente produttivi sono dedicati a pascolo bovino, con un grosso spreco di terre, acqua e energia, solo per soddisfare il mercato dei paesi ricchi.

• Più della metà delle granaglie prodotte negli Stati Uniti (con metà del consumo complessivo di acqua) va agli allevamenti, granaglie che sfamerebbero molte più persone di quante non consumino le carni prodotte…

Il problema, ovviamente, è che la popolazione non ha abbastanza soldi per comprare il mangiare (più di un miliardo di persone guadagna meno di un dollaro al giorno), e semplicemente non rientra nel conto.

• In altre parole, se non hai soldi per mangiare, nessuno lo produce per te.

• Ovvero, The Gap non fa vestiti, né Adidas sneaker, né la Ibm computer, per chi guadagna meno di un dollaro al giorno. Lo stesso vale per Adm (Supermarket to the World).

~ Richard H. Robbins, Readings on Poverty, Hunger, and Economic Development

Questo significa che per mettere fine alla fame occorre prima spazzare via la povertà o, come minimo, far sì che la popolazione abbia abbastanza soldi o altri mezzi per acquisire o comprare cibo, creando quindi la domanda.

Quando si usano tutte le terre migliori per colture da reddito, per produrre alimenti e prodotti di sussistenza si usano le terre marginali. Questo può portare alla scomparsa di parte delle foreste pluviali o ad altre forme di danneggiamento di altri ecosistemi.

E non sono solo le colture da reddito. Le nazioni più ricche consumano anche metalli e altre risorse minerali per produrre automobili, aerei e così via. E l’ascesa di paesi come la Cina fa crescere la fame di risorse. Ma se c’è ci si preoccupa per la quantità di risorse naturali di cui queste nazioni avranno bisogno in futuro, pochi riflettono su ciò che è stato consumato per decenni tra eccessi e sprechi.

Molti si chiedono perché i poveri non riescono a seguire l’esempio dei ricchi e uscire da soli dalla povertà. Molti noti commentatori pensano che i poveri debbano seguire l’esempio dei ricchi e che la globalizzazione (nella sua forma attuale) fornisca la soluzione. Alcuni possono dire così perché loro o le società a cui appartengono hanno seguito questa ideologia per uscire dalla povertà e per loro ha funzionato, dunque dovrebbe funzionare anche per gli altri. Spesso però si dimentica di dire da dove vengono le risorse che supportano la crescita della ricchezza. Se vengono da altre regioni allora (ma non sempre) significa che la ricchezza di una regione viene a discapito di un’altra. Questo era particolarmente evidente ai tempi dell’imperialismo coloniale, quando grosse ricchezze furono saccheggiate e accumulate dai centri imperialisti europei. Ma anche le attuali disuguaglianze nel consumo, le differenze tra regioni povere e regioni ricche, mostrano uno schema simile a quello dei decenni e dei secoli passati. Lo testimonia la statistica dell’Onu citata all’inizio, che parla dell’86% delle risorse mondiali consumate dal 20% della popolazione.

Dunque stanno venendo a mancare le risorse necessarie ad uscire dalla povertà, e il processo che ha beneficiato i ricchi di oggi non è detto che funzioni per tutti.

Per di più, se i poveri di oggi cercassero di reclamare quelle risorse per il proprio uso e per uno sviluppo sostenibile, questo sarebbe visto come una minaccia per lo stile di vita di chi attualmente usa quelle risorse. Storicamente, le guerre sono sempre servite per il controllo delle risorse. La seconda guerra mondiale e la successiva guerra fredda rientrano in questa logica. Ma siccome pubblicamente non lo si ammette, è facile vedere le rivendicazioni dei poveri come minaccia e agire di conseguenza, senza realmente capire perché è diventata una minaccia.

I ricchi consumano proprio perché gli altri sono poveri: i ricchi consumano a spese dei poveri. Queste disuguaglianze globali sono uno spreco enorme di risorse, sia attraverso la guerra che con l’azione politica, sociale o altro. Come dice Robbins, citato sopra, qualcuno dovrà pur pagare i nostri consumi.

Annunci

Scrivi un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...