Come la Giustizia ha Ucciso Kalief


Kalief Browder

Di Brittany Hunter. Originale pubblicato su fee.org il 19 settembre 2017 con il titolo How the Justice System Killed Kalief Browder. Traduzione di Enrico Sanna.

Immaginate una persona giovane, vulnerabile, accusata di un crimine che non ha commesso. Il sistema giudiziario lo considera un semplice dato statistico. Il suo caso non vale né tempo né risorse. La sua innocenza importa poco al procuratore. È l’ennesimo fascicolo che si aggiunge a tantissimi altri. Il suo unico scopo è di spostare la pratica sulla scrivania di qualcun altro.

Prima di poter replicare in tribunale, il sistema offre due possibilità: continuare a professarsi innocente e affrontare tutte le conseguenze del processo, oppure accordarsi su una pena ridotta accettando il patteggiamento e ammettendo la colpa.

Queste le opzioni offerte al sedicenne Kalief Browder. Ma a differenza di molti altri nelle stesse condizioni, ha avuto il coraggio di dire no al patteggiamento. E il sistema lo ha distrutto.

Kalief Browder

Per chi non ha seguito la vicenda di Kalief Browder, Time ha prodotto un ottimo documentario sull’intera debacle, disponibile su Netflix. Accusato ingiustamente di aver rubato uno zainetto, dopo aver rifiutato il patteggiamento Browder fu mandato nella mostruosa prigione di Rikers Island mentre il sistema passava da un rinvio all’altro.

Passarono tre anni prima che Browder potesse entrare in tribunale. Due di quei tre miserabili anni li passò in isolamento, un’esperienza traumatizzante da cui non si sarebbe mai più riavuto. Il resto lo passò tra pestaggi da parte dei secondini e degli altri carcerati.

La verifica della sua innocenza non riparò il danno. Gli orrori fisici e psicologici non furono magicamente cancellati dal fatto che il sistema aveva ammesso l’errore.

Browder si tolse la vita. E il paese non ci fece caso.

Il Patteggiamento

Il sistema giudiziario non è abituato a sentirsi dire “no”. Perché dovrebbe? Il novanta percento dei reati non arriva davanti ad un giudice. Per questo il caso di Browder fu unico: rifiutò la pena ridotta. Di solito, l’accusato preferisce patteggiare piuttosto che affrontare quella che considera una battaglia persa in tribunale.

Questo perché il patteggiamento è rivolto specificamente alle persone economicamente e socialmente più vulnerabili. Le vittime provengono da comunità in cui il sistema prende di mira l’individuo fin dalla nascita. Senza i soldi per pagare un buon avvocato, per molti il patteggiamento è l’unica via d’uscita.

Terrorizzati all’idea di passare decenni in cella, molti si dichiarano colpevoli, accettano la sentenza e diventano parte di un sistema “correttivo” da cui forse non fuggiranno mai.

La paura spinge molti a credere che questa sia l’unica soluzione, ed è proprio questo a perpetuare il ciclo del patteggiamento.

Secondo PBS Frontline, che nel 2004 ha condotto una ricerca approfondita sui patteggiamenti, “…il più delle volte, il patteggiamento è usato per risparmiare soldi e tempo. Il sistema giudiziario collasserebbe se tutti i casi arrivassero davanti ad un giudice.”

Questo dice molto sulla diffusione di questo uso improprio del patteggiamento. Il sistema lo dà per scontato. Serve a penalizzare tanto chi lo rifiuta quanto chi lo accetta. Per questo è sbagliato dire che il sistema, nel caso di Browder, ha fallito, perché si è comportato esattamente secondo le intenzioni. La condanna era già scritta.

Il Diritto ad un Processo “Rapido”

Se sei abbastanza coraggioso da rifiutare il patteggiamento con lo stato ma, come tanti, non puoi pagare la cauzione, rimani in carcere fino al processo. Ma questo non è il “diritto ad un processo rapido” che insegnano a scuola.

Il sesto emendamento dovrebbe proteggere l’individuo imponendo allo stato di garantire il diritto ad un processo rapido. Ma cosa significa ciò? In molti stati, come New York, proprio nulla.

Nello stato di New York, il diritto ad un processo rapido dipende al 100% dalla “disponibilità” del procuratore. La “regola della disponibilità”, come viene chiamata, serve a ritardare il diritto al processo fino al giorno in cui il procuratore è pronto ad affrontare il caso. In pratica, il “diritto” ad un processo rapido esiste quando vuole lo stato; nel caso di Browder, dopo tre anni.

Questo significò rimanere in attesa a Rikers Island. Furono quei tre anni di attesa ad ucciderlo.

È così che il sistema ricorda alle persone cosa accade quando si sfida l’autorità. Lo stato era praticamente senza prove per condannare Browder. Ma il suo rifiuto del patteggiamento ha fatto precipitare il caso in una spirale da cui lui e la sua famiglia non sono più usciti.

Gli dicevano sempre che il processo ci sarebbe stato, e il procuratore continuava a dire di non essere pronto. Chiedeva rinvii che allungavano la carcerazione di Browder.

Un rinvio fu concesso perché il procuratore distrettuale aveva sbagliato il calendario delle udienze e il processo di Browder interferiva con le ferie. Quello che appariva un semplice errore di calendario significava moltissimo per la vita di Kalief Browder.

Ogni giorno in carcere lo faceva affondare sempre più.

Dentro Rikers

Molti dei detenuti in attesa di processo a Rikers restano in carcere più a lungo di chi ha avuto una condanna definitiva. Ottocento dei mille giorni di carcere, Browder li passò in cella di isolamento. Dicevano che fosse necessario per la sua stessa sopravvivenza.

Rikers Island è tristemente famoso per le collusioni tra secondini e bande di detenuti. I secondini si servono spesso di queste bande per convincere i detenuti che non rispettano le loro regole. Se non paghi il secondino, o il mafioso, paghi le conseguenze. Questo accadde spesso a Browder.

Dopo aver subito un duro pestaggio, le autorità di Rikers decisero di metterlo in isolamento per “proteggerlo” dagli altri detenuti. Ma questo non servì a proteggerlo dal sistema che l’aveva messo lì dentro.

L’isolamento è una tortura psicologica. Esistono norme più esigenti per gli animali che per i carcerati. L’isolamento non fa che precipitare una brutta situazione. Lo stato riconosce il meccanismo perverso per gli animali, ma lo applica abitualmente con i carcerati.

La trappola non è più l’assenza di processo, ma una gabbia vera e propria. Giorno e notte non si sente altro che detenuti che urlano e chiedono di essere rilasciati. Alcuni battono la testa contro la porta finché non interviene il secondino. Le gabbie hanno solo un cesso, un letto e un lavandino e spesso puzzano di feci e altre porcherie di chi c’era prima. Basta questo a spezzare la volontà di chiunque, prima ancora della depressione.

Per carcerieri e procuratori si tratta di un ottimo sistema per convincere una persona a dichiararsi colpevole. In queste condizioni, chiunque impazzirebbe. Costretto a vivere in una gabbia piena di feci, chiunque ammetterebbe qualunque crimine pur di stare altrove.

Ma Kalief non cedette mai, neanche quando le sue forze cominciarono a finire. Quando chiese assistenza psicologica, gli tolsero il privilegio della doccia, oltre ad altre cose.

Conseguenze

Alla fine riconobbero la sua innocenza. Nel cuore della notte gli agenti gli diedero un biglietto della metro e lo sbatterono fuori. Era entrato un ragazzo ingenuo, anche se coraggioso, e ne uscì un uomo in frantumi, più vecchio della sua età.

Dopo il rilascio, cercò di trarre insegnamento dall’accaduto. Divenne un attivista, raccontò la sua storia, parlò delle ingiustizie che aveva vissuto. Ammonì gli altri a non accettare il patteggiamento. Incoraggiò le persone ingiustamente accusate ad opporsi nonostante le minacce dello stato.

Ma era un vinto. Non riusciva a trovare un lavoro via della fedina. Si sentiva isolato dalla famiglia e dal resto della società. La sua visione del mondo era completamente distorta. Non si fidava di niente e di nessuno.

Più parlava, e più attirava attenzioni indesiderate. Il sistema giudiziario l’aveva portato sull’orlo della pazzia e poi aveva “rimediato” risputandolo nel mondo senza risorse e senza neanche una scusa.

Questo era troppo.

Dopo il suo suicidio, sua madre continuò a raccontare la sua storia, a lottare per una qualche giustizia. Già minato da una malattia cardiaca, le sofferenze di Kalief fecero il resto. È morto ad ottobre dell’anno scorso.

Cosa si Può Fare?

Pensare che sia un fatto raro, una vicenda legale circoscritta, può essere rassicurante. Ma non è così. Gli abusi sistematici vanno avanti da anni nell’indifferenza, perché le vittime provengono da comunità che il sistema non solo ignora, ma cerca di soffocare.

Che si tratti della guerra alla droga o della corrispondente “tolleranza zero”, o dello schema basato sul patteggiamento, è tutto voluto.

Lo stato non può più nascondere i suoi crimini, soprattutto per quanto riguarda il sistema giudiziario. Oggi l’informazione viaggia molto rapidamente, e basta una sola vicenda, come quella di Kalief, per provocare l’oltraggio.

Kalief Browder e sua madre hanno perso la vita in questa lotta, ma almeno il paese sa che c’è una lotta. Il senato cerca una riforma del sistema di rilascio su cauzione e molti attivisti cercano di convincere ragazzi come Kalief a non accettare patti con lo stato. Il sindaco de Blasio ha anche ordinato la chiusura di Rikers Island in risposta all’accaduto.

La vicenda di Kalief va oltre il cuore e la mente: sta cambiando l’intero sistema. Ma non dovrebbe succedere in questo modo.

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