La Nube e la Tempesta


L’«identità» è la versione liscia della parola «razza»?

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Ovvero, come l’estrema destra porta avanti la battaglia del linguaggio

Di Nicolas Lebourg. Pubblicato su francosenia.blogspot.com. Originale pubblicato il 25 agosto 2017 su Slate.

La difficoltà consiste innanzitutto nel definire il politicamente corretto- In Francia, è un fatto acquisito che il fenomeno è dovuto all’influenza, presumibilmente debilitante, degli Stati Uniti. Nel 1996, Philippe de Villiers ha pubblicato un Dizionario del Politicamente Corretto, in cui affermava di essere un archeologo del linguaggio, e spiegava che il “politicamente corretto” sarebbe una “tirannia della minoranza” a beneficio della globalizzazione, e che sarebbe stata imposta alla Francia da Bruxelles, dopo che era nata dall’altra parte dell’Atlantico. Ma, negli Stati Uniti, il “politicamente corretto” è stato denunciato dalla destra conservatrice come una “francesizzazione” dei costumi… Una disputa fra la Francia e gli Stati Uniti nella quale ognuno vuole attribuire all’altro la paternità di un fenomeno: come esprimere meglio a parole la difficile immagine del politicamente corretto?

Ricominciamo. Durante gli anni 1970, la sinistra americana si concentra sulla questione delle “minoranze”. «Un uomo non può essere allo stesso tempo politicamente corretto e fallocrate», scrive negli anni ‘70 Toni Cade Bambara. Da allora in poi, le cose si complicano… La scrittura di un articolo richiede che si definiscano i personaggi che vengono evocati. Se redigo l’articolo al di fuori del politicamente corretto, scriverò «la scrittrice Toni Cade Bambara». Ma se ne assimilo i suoi principi, bisogna che io rilevi che si tratta della «scrittrice afroamericana». Poiché, dopo un decennio come quello degli anni 1970 in cui le università americane si erano concentrate sullo studio delle minoranze, negli anni 1980 verrà lanciata questa grande iniziativa di ridefinizione del linguaggio che sarà il “politicamente corretto”.

L’anti-America

Per combattere le discriminazioni, il politicamente corretto lavora quindi ad una correzione, vale a dire una riorganizzazione, del linguaggio, che è stata ampiamente derisa, ma che ha saputo parzialmente imporsi. Questo successo ha suscitato un fuoco di sbarramento da parte degli ambienti conservatori, che hanno ritenuto che questa invasioni mini la coesione nazionale di una società pluralista, con il rischio della “ghettizzazione” e del “multi-culturalismo”.

Al politicamente corretto, i francesi attribuiscono tutto ciò che a loro non piace della società americana. Omettono di considerare il fatto che loro stessi si sono posti delle questioni simili, come viene sottolineato dalla creazione di una commissione relativa al vocabolario che riguarda le attività femminili, nel 1984. Nel 1991, un articolo della rivista Esprit, molto seria ed intellettuale, ne definisce bene il tono. Sottolineando tutta una serie di veri e propri abusi ridicoli, e denunciando una società preda di una sorta di neo-maccartismo, conclude informandoci con orrore del fatto che sei mila imprese americane non accettano più i fumatori. Nella Francia del 2016, è oramai un fatto acquisito che non si fumi più nei luoghi di lavoro: quindi, siamo oramai sottomessi al politicamente corretto? Oppure, lo abbiamo amalgamato con altre questioni? Forse, un po’ tutt’e due le cose.

È vero che il dibattito invita al momento ad una vampata di anti-americanismo. Il 1991, è stato anche l’anno della guerra dell’Occidente contro l’Iraq che sembrava aprire ad un mondo unipolare in cui l’America avrebbe regnato incontrastata nel nome della sua propria forza e della sua concezione della morale. Contro il supposto imperialismo degli Stati Uniti, una petizione pacifista ha riunito membri della Nuova Destra e firme di sinistra. Troviamo la stessa miscela nel “Collettivo contro l’Eurodisneyland”. E si ha la medesima alleanza nel giornale allora diretto da Jean-Edern Hallier, “L’Idiot international”. Tutto questo creerà una polemica sul fenomeno fantasmatico dei “rosso-bruni”. Ma questo significa qualcosa.

L’estrema destra e la lotta culturale

Istintivamente, tutti hanno in mente la richiesta di porre fine al politicamente corretto portata avanti dall’estrema destra. Si cita continuamente l’utilizzo che viene fatto del filosofo marxista italiano Antonio Gramsci da parte degli intellettuali della corrente cosiddetta della “nuova destra” a partire dagli anni ‘70: questo utilizzo li avrebbe portati a privilegiare le riforme lessicali nel condurre la lotta culturale che dovrebbe permettere loro la vittoria politica. Le cose si rivelano essere più complesse.

All’inizio degli anni ‘50 si erano formate delle internazionali europee composte da coloro che ritenevano che l’errore di Hitler fosse stato quello di aver preferito l’imperialismo tedesco all’edificazione sincera di un’Europa unita. In seguito al loro fallimento politico, alcuni avevano deciso di abbandonare la lotta aperta a favore di quella dello spettacolo: avvenne il lancio della rivista tedesca “Nazione Europa”, ancora attiva, da parte dell’ex Waffen-SS Arthur Ehrhardt, oppure il romanzo nazista di fantascienza dell’ex Waffen-SS austriaco Wilhelm Landig [La Trilogia di Thule].

Dieci anni dopo, l’idea si era imposta su tutti quelli che continuavano a coltivare una nostalgia del nazismo, così la sezione francese della “World Union of National-Socialists” (WUNS) da inizio ad una riflessione sul suo vocabolario, consapevole, secondo una formula di una delle sue note interne, che occorre “de-satanizzare” l’immagine del nazionalsocialismo.

Da parte dei militanti francesi, predomina soprattutto l’attivismo volto a mantenere francese l’Algeria. Ma la guerra d’Algeria segue a quella d’Indocina, e quest’ultima ha portato gli ambienti militari più sediziosi ad appropriarsi dei principi della “guerra rivoluzionaria che li aveva sconfitti. La questione della rifondazione del vocabolario si impone a partire dalla constatazione del fallimento della “Organisation de l’Armée Secrète” (OAS). Il colonnello Trinquier, uno dei padri della “guerra anti-sovversiva”, insiste su questo tema. Ma è anche diventato un chiodo fisso di Dominique Venner, e le note interne della sua “Fédération des Etudiants Nationalistes” (FEN) continuano a tornare su questa necessità di reinventare il vocabolario politico, di imporre le sue parole e di cambiare il senso della parole degli avversari.

Dieci anni dopo, i nazionalisti-europei francesi vedono morire il loro ennesimo gruppuscolo, il “Rassemblement européen de la liberté” (REL). Gli intellettuali che fanno parte di questa tendenza lanciano un nuovo progetto: la Nuova destra, incarnata soprattutto dal “Groupement de Recherches et d’Études pour la Civilisation Européenne” (Grece) di Alain de Benoist, ed una strategia di influenza culturale e di sovversione lessicale che definiscono come “gramscismo di destra” (oggi bisogna leggere Gaël Brustier) o “metapolitica”. Il riferimento a Gramsci viene a dare nuovo lustro a ciò che quindi è stata una pratica interna all’estrema destra radicale.

L’ex presidente del “Grece”, Jacques Marlaud, lo ha definito come «ogni lavoro di riflessione, di analisi, di diffusione di idee e di pratiche culturali suscettibili di influenzare a lungo termine la società politica. Non si tratta più di prendere il potere, ma di fornirgli alimento ideologico, filosofico e culturale che sia in gradi di orientare (o di contraddire) le sue decisioni»

La battaglia delle parole è stata dichiarata prioritaria. D’altro canto. si tratta di una necessità imposta dall’esterno. Infatti, nel 1972, la Francia adotta una legislazione antirazzista, la  Legge Pleven, che vieta tutta quella che era la propaganda del “REL”. Un gruppuscolo nazionalista-europeo vicino alla “Nuova destra” impartisce un ordine ai militanti: la parola “razza” dev’essere sostituita con quella di “identità”. Rapidamente questo diviene il tormentone della Nuova destra.

Inoltre, il movimento non aveva affatto escluso la possibilità di influenzare un eventuale riarmo intellettuale della destra in vista della riconquista delle posizioni che aveva perduto a vantaggio di una sinistra allora ancora egemone nel campo culturale. Lo strumento di questa influenza è stato il “Club de l’Horloge”, il “think-tank” che raggruppava giornalisti, saggisti ed alti funzionari. Fondato nel 1974 da Yvan Blot, da Jean-Yves Le Gallou e da Henry de Lesquen, cui si era ben presto unito Bruno Mégret, un tempo protetto di Michel Poniatowski, il Club ha prodotto alcune opere assai commentate ed ispirate ad una dottrina che si può definire come social-darwinista (il neoliberismo veniva a completare il razzismo per produrre un neo-darwinismo integrale), e che diventa progressivamente nazional-liberale in economia.

«La battaglia delle parole diventa prioritaria»

Quelli del “Club de l’Horloge” sono ideologicamente dei radicali, socialmente dei tecnocrati, tatticamente dei pragmatici.

Bruno Mégret lascia il partito di Chirac e nel gennaio 1982 lancia i “Comités d’Action Républicaine” (CAR). Gli “Orologiai” si presentavano già da qualche anno come “i nuovi repubblicani”.

I “CAR” (10.000 membri dichiarati nel 1983, probabilmente in realtà erano 4.000) si specializzano nella denuncia della “ideologia marxista” dei libri di testo della scuola, in particolare dei manuali di storia, con un grande successo: fra settembre e ottobre del 1982, le argomentazioni sviluppate vengono riprese da “Minute”, “Aspects de la France”, “Présent”, “Le Figaro Magazine”, “Le Figaro” ma anche da “VSD”, “La Croix” e “Le Point”. Il tema, per altro strutturale per l’estrema destra, ha una riedizione nell’autunno successivo, con dei nuovi comunicati che censurano «i manuali marxisti che presentano la lotta di classe come l’unica cosa che emerge dalla storia». Trent’anni dopo, le riviste di destra continuano a raccontare che i manuali censurano la Storia della Francia per soddisfare al politicamente corretto, come si può vedere.

I “CAR” partecipano al “Club de l’Horloge”, che cerca di fornire delle munizioni a tutte le destre. Organizza un seminario dal titolo «La battaglia delle parole. Per un nuovo linguaggio politico dell’opposizione», di cui pubblica l’essenziale nella sua Newsletter del quarto trimestre 1982. Questo documento contiene in germe tutti i principi che gli “Orologiai” vogliono cercare di inculcare nella destra, e che poi applicheranno metodicamente al FN quando ne assumeranno la direzione. Ed anche loro hanno l’ossessione di cambiare linguaggio.

L’editoriale di Michel Leroy pone come preambolo: «La “battaglia delle parole” diventa prioritaria (…) Le parole sono un’arma essenziale nella lotta politica. Bisogna maneggiarle con precauzione e non ritorcerle contro di sé. Infine, bisogna sapere che le parole del vocabolario politico sono portatrici di un progetto e che esse assumono il loro significato reale in una struttura dottrinale».

Sette principi

Segue quindi un dossier di Yvan Blot sui «Sette principi del linguaggio politico per l’opposizione» che meritano di essere citati in modo da mettere in mostra la retorica dei diritti.

1. Il primo principio è quello di avere “un linguaggio autonomo”: non si deve dire “nazionalizzazione” ma “statalizzazione”, non si deve dire “disuguaglianza” ma “giustizia sociale”, cosa che “ripristina l’idea di merito”, ecc. Non si devono attaccare i socialisti sul tema della “efficacia economica”, ma dire che essi provocano delle ingiustizie sociali.

2. Il secondo principio è di avere un linguaggio demistificante: la lotta contro lo Stato Provvidenza deve avvenire a livello “etico” e non a quello dei principi connotati positivamente: «libertà, uguaglianza, fratellanza, pace, giustizia, unità nazionale, ecc. »

3. Il terzo è quello di avere un linguaggio “umano ed umanista”: non si deve usare un “linguaggio tecnocratico” e si deve dire che il socialismo «considera l’uomo come il prodotto del suo ambiente sociale».

4. Il quarto è avere un “linguaggio unitario”: la destra deve utilizzare il vocabolario della sinistra di modo che gli «permetta di sminuire l’avversario sul piano del linguaggio»; è conveniente non fare uso di riferimenti conservatori o di qualche altro tipo, si devono usare solamente dei riferimenti repubblicani che siano quelli che sono chiaramente prevalenti per i francesi.

5. Il quinto è avere un “linguaggio popolare”: la popolazione è legata alla sicurezza, per cui bisogna sottolineare il disinteresse dei socialisti per tale argomento e dire che la sicurezza è scritta nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Le associazioni e gli organismi rappresentativi, devono essere attaccati nel nome della “autentica democrazia”.

6. Il sesto principio è quello di avere un “linguaggio attuale”: ci si deve impadronire di tutte le nuove aspirazioni che possono emergere (libertà, ecologia, regionalismi) in modo da non lasciarli agli avversari.

7. Il settimo, e senza dubbio l’essenziale, è avere «un linguaggio radicato nella tradizione repubblicana»: dobbiamo citare Danton o Robespierre, dal momento che questo permette di «toccare il cuore dei francesi». Inoltre, «non si deve lasciare ai marxisti il monopolio della storia».

Questo articolo è seguito da un “Piccolo Glossario Politico” che, su um modello poi recuperato dal FN, fa una lista di parole che devono sostituirne altre: “conservatorismo” è peggiorativo e dev’essere sostituito con “riformismo”; “destra” va sostituita con “repubblicani” e “sinistra” con “socialisti”, “generosità” si deve dire “livellamento”; “fronte economico” va usato al posto di “lavoratori”, cosa che permette di includere tutti insieme i dirigenti di azienda, i quadri e gli operai.

La riformulazione del neoliberismo qui presentata si ritroverà nel vocabolario della destra, fino al FN – all’inizio degli anni ‘90, il suo programma affermava che “le imprese statalizzate” devono essere “rese ai francesi”, anziché scrivere che le imprese nazionalizzate verranno privatizzate. Mostra perfettamente come due gruppi politici (il multi-culturalismo e l’estrema destra) che di primo acchito si oppongono, stiano entrambi al momento lavorando alla riorganizzazione dei loro lessici.

Fronte Nazionale e Nuova destra

Ma una strategia lessicale non crea degli elettori. Nel 1985, le elezioni cantonali si rivelano una doccia fredda: i 150 candidati di Bruno Mégret che vengono presentati in 75 dipartimenti non ottengono più del 2%. Nello stesso anno, Jean-Yves Le Gallou, vecchio membro della direzione del Partito Repubblicano e del “Club de l’Horloge”, è rimasto deluso dall’accoglienza riservata al suo libro “La Préférence nationale”. Passa al FN, e la sua concezione diventa il cuore del partito. Con Patrick Buisson, incoraggiano Bruno Mégret a compiere il passo. Patrick Buisson sogna un’unione di tutte le destre; insieme all’ex nazionalista-europeo ed ex segretario generale del FN Alain Renault, pubblicano a quel tempo una “Guide de l’Opposition” che mescola tutti insieme Raymond Barre e Jean-Marie Le Pen.

Nel giro di qualche anno, i dirigenti della Nuova destra prendono il controllo dell’apparato del FN. Lanciano la rivista teorica del FN, “Identité”, che riformula tutto il corpus dell’estrema destra intorno a questa parola-concetto. Allo stesso tempo, vengono istituiti un consiglio scientifico, un centro studi e di discussione (sotto l’egida di Jean-Yves Le Gallou), e un laboratorio di propaganda. Si tratta di armonizzare e normalizzare tutte le forme del discorso politico. La battaglia del vocabolario rimane essenziale. Bruno Mégret lo afferma incessantemente: «Le parole sono delle armi».

Come aveva fatto trent’anni prima Dominique Venner con i militanti del FEN, l’equipe Mérgret fornisce a sua volta ai militanti del FN una check-list lessicale con le espressioni da abolire e quelle che le devono sostituire: “L’estrema destra (FN)”? “La vera destra, la destra nazionale”, “i comunisti”? “Gli ultimi stalinisti”; “SOS Razzismo, Licra, Mrap, ecc.”? “Le lobby dell’immigrazione”; “I padroni”? “I datori di lavoro”; “Il senso della storia”? “Le vicende della storia”, ecc.

Bruno Mégret può subito felicitarsi per il fatto che «sul piano delle idee, siamo riusciti a influenzare la società, anche nel suo vocabolario, con i concetti di identità e di istituzione». Questo modo di auto-congratularsi non è mai cessato, e si potrebbero perfino citare numerose recenti dichiarazioni di Marion Maréchal Le Pen assai simili.

L’identitariamente corretto

Si è parlato di “lepenizzazione dello spirito”, ed in seguito si è evocata “la zemmourizzazione dello spirito”. Nel mondo post 11 settembre, in cui il FN è in crisi in primo luogo in seguito alla scissione mégrettista del 1998-1999, questi sono gli intellettuali francesi che vanno ad imitare i loro omologhi americani neo-conservatori per suonare la carica contro il politicamente corretto che viene considerato “orwellliano”, e riaffermare il loro rifiuto di un progressismo che è per loro sinonimo di decadenza. Fuoco sulle minoranze e su coloro che avrebbero abbandonato “i francesi” a loro profitto. E convergenza di molti spiriti in una rilegittimazione delle concezioni di un ruolo biologico dello Stato all’interno di uno spazio normato.

Fdesouche, Polémia (animato da Jean-Yves Le Gallou), ecc.: tutta una galassia web intera, soprannominata dalla stamapa «réacosphère» o «fachosphère», ma che si auto-definisce come “siti di re-informazione” (sul web di estrema destra si può leggere la ricca indagine che è stata pubblicata Dominique Albertini e David Doucet). Anche qui si corregge il vocabolario per imporre delle idee.

Éric Zemmour continua a spiegare che egli conduce “la lotta delle idee”, che lui fa come “Gramsci”. In seguito, tutta la destra lo ha ripetuto. Anche Nicolas Sarkozy ha preteso di ispirarsi al filosofo italiano, dichiarando: «In fondo, ho fatto mia l’analisi di Gramsci: il potere si conquista per mezzo delle idee». Vale a dire di Gramsci filtrato da de Benoist filtrato da Zemmour…

Dal momento che Antonio Gramsci non si accontentava di parlare di lotta culturale per la presa del potere. La Nuova destra ed un buon numero dei suoi emuli hanno trascurato una tappa: la costruzione di un “blocco storico”. Quello che lega dei gruppi sociali che non hanno certamente gli stessi interessi economici ma che vanno oltre l’antagonismo ed assicurano un compromesso al fine di impadronirsi delle istituzioni. Mentre l’estrema destra è per definizione interclassista, essa ha del tutto trascurato questo aspetto: imporre una griglia di lettura del mondo senza però costruire un blocco storico, significa avere l’egemonia culturale e lasciare il potere a degli avversari minoritari. Dopo le elezioni dipartimentali e regionali, una parte del FN ha cominciato a capire questo schema. Il rifiuto di ammetterlo da parte della direzione del FN è stato pagato caro nel maggio del 2017.

Il mégretismo, il “marinismo” ed il neo-conservatorismo in abiti francesi sono stati in grado di investire il referente lessicale repubblicano, di sovvertirlo se non di saccheggiarlo, ma non hanno costruito un’offerta politica pienamente adatta alla domanda che hanno suscitato – il FN è stato tuttavia quello che c’è andato più vicino.

Oggi, il politicamente corretto è l’identitarismo

Se si intende come politicamente corretto il dominio di un discorso, quello che oggi è politicamente corretto è quindi l’identitarismo. A proposito dello “zemmourismo”, Dominique Sistach scriveva: «Il principio di queste ideologie reazionarie e populiste invita sempre a collocare la fede al di fuori del reale, rivendicando la leadership totale sulla realtà. e per il suo effetto, il dominio sulla verità». Chi ha visto uno di quei dibattiti in cui si affrontano un reazionario neo-conservatore ed un progressista della sinistra multi-culturalista, riconosce la medesima volontà feroce di monopolizzare la rappresentazione del reale.

Mostra di essere rivelatore un terreno piuttosto affascinante. Quello dei manuali di storia. Ormai non vengono più accusati di essere marxisti, bensì multi-culturalisti. Dopo che negli ultimi anni sono fioriti gli articoli di stampa che affermano che i manuali scolastici sono stati purgati della presenza di Carlo Martello e della battaglia di Poitier, e che gli storici avevano minimizzato lo scontro delle civiltà che sarebbe stata questa battaglia, al fine di compiacere le popolazioni di origine araba-musulmana. William Blanc e Christophe Naudin sono partiti da questo per il loro appassionante “Charles Martel et la bataille de Poitiers: dalla storia al mito identitario”. Dopo lo studio dei fatti e della loro rappresentazione vista fino ai nostri giorni, gli autori consacrano tutto un capitolo alla questione della censura dei libri di testo. Ora, lo studio di questi libri di testo scolastici dopo la Terza Repubblica mostra il carattere fantasmatico di simili asserzioni. Nella migliore delle ipotesi, la battaglia viene rappresentata come un argomento relativo all’edificazione della nazione, e non come un confronto fra civiltà, o etnie. Questi due fenomeni storici, Carlo Martello e la battaglia di Poitiers, sono diventati elementi dell’immaginario politico solo socializzando delle rappresentazioni dell’estrema destra.

Se Édouard Drumont aveva saputo riposizionarli nella sua mitologia antisemita, si è dovuto poi attendere la guerra del Kosovo e l’11 settembre perché diventassero centrali, e si potesse allo stesso tempo posizionare il mito che si era cercato di cancellare. Come viene mostrato, fra le altre cose, dalle citazioni di Lorànt Deutsch o di Éric Zemmour, l’inserimento di un fatto in maniera artificiosa diventa popolare, affermando che una semplice battaglia è stata una gigantomachia della civiltà, e asserendo che durante una nuova fase di questo eterno shock è stata scientemente introdotta un’amnesia, e gli autori vengono presentati come gli araldi di un’amnesia sociale contro degli “storici ufficiali”.

Coloro che denunciano eternamente il linguaggio orwelliano del politicamente corretto, riscrivono con foga la storia e le parole. In maniera analoga, sia il politicamente corretto che l’alterofobia considerano l’uno e l’altro individuo solo come appartenente ad un gruppo etno-culturale: l’individuo non è né emancipato né membro di una classe sociale, ecc… È sottomesso alla sua “identità” relativa al gruppo – anche qualora viene definita come “laica”. La legge Pleven del 1972 fornisce all’estrema destra la necessità della sua modernizzazione, ma consente anche di rinchiudere l’individuo nel gruppo a cui è chiamato ad appartenere [si vedano su questo le critiche formulate da Anastasia Colosimo].

Ciascuno si considera il nemico inconciliabile dell’altro, ma i multi-culturalisti ed i rivoluzionari convergono in un’ossessione per l’identità, laddove tutti dovrebbero stare insieme a coloro che sono loro simili, piuttosto che coloro che sono uguali. Ogni individuo è tenuto ad essere culturalmente normalizzato. Il multi-culturalista dogmatico dirà che il razzismo è istituzionalmente bianco, un proletario bianco non dovrebbe essere dominato da un ricco nero, il discendente di un popolo colonizzato sarà fatalmente vittima dell’ex colonizzatore. Il reazionario dogmatico dirà che la donna è vittima delle discriminazioni che esistono in Oriente, ma che l’Occidente ebraico-cristiano assicura la libertà delle donne, riconducendo la questione dell’uguaglianza uomo-donna a degli elementi che escludono ogni discriminante socio-economica ed ogni storicizzazione, a beneficio di una rappresentazione fatta secondo dei grossi blocchi a-storici e senza antagonisti interni. Si può capire perché tanti focosi progressisti, invecchiando, diventano dei così bravi reazionari. Il politicamente corretto porta l’identitarismo, come la nube porta la tempesta.

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