Esiste un Pericolo Reale di Guerra?


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E se la guerra fosse l’economia con altri mezzi?

Di David de Ugarte. Originale pubblicato su lasindias.blog il 15 agosto 2017 con il titolo ¿Existe un Peligro Real de Guerra? Traduzione di Enrico Sanna.

Abbiamo parlato tante volte del dramma del sovradimensionamento e delle sue origini strutturali. In pratica, parliamo di una gigantesca massa di capitali che non riesce a trovare a trovare uno sbocco produttivo.

Quello che i marxisti chiamerebbero sovraccumulazione è ciò che ha portato alla distruzione di buona parte del tessuto produttivo tramite la finanziarizzazione: visto che rende di più fare speculazione, le imprese si sono convertite in semplici captatori di fondi. È difficile dare un’idea di quanto sia distruttivo per il sistema che la figura del “direttore finanziario” si sia estesa fino alle piccole e medie industrie. Ma è quel che è successo. E la stessa dinamica è ancora valida “dopo” la crisi. È questo che produce i movimenti isterici di enormi capitali verso le materie prime e beni alimentari, “hype” e bolle tecnologiche basate sulla ricentralizzazione della rete (che giustificano i favolosi investimenti infrastrutturali), eccetera.

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Questo “divorzio tra economia reale e capitale finanziario” denunciato tante volte si deve unicamente all’assenza di destinazioni redditizie. Ed è anche strutturale: le attività produttive redditizie sono sempre più piccole e i loro bisogni di capitale sono sempre al di sotto di ciò che conviene investire per un macro-fondo dati i costi di gestione. E poi non c’è spazio sufficiente per tante attività che diano reddito. La produttività, come si vede nel grafico, è fiacca, ferma dal 2011. E così sono anche i benefici, ovvero la rendita del capitale, che come si capisce dal grafico dipende completamente dalla politica monetaria.

I motori della guerra

Siamo sinceri, l’unico modo per risolvere il problema senza rimettere in questione le basi stesse del capitalismo passa attraverso la distruzione del capitale inutilizzato, produttivo, in misura massiccia, così da rimettere in moto il sistema. L’ultima volta è accaduto durante “i gloriosi vent’anni”: il “dopoguerra felice” della guerra fredda e la “Pax Americana”. Una crescita sostenuta della produttività con un’economia delle classi medie foraggiata dal keynesianesimo pratico. Ad un certo punto le maggiori potenze tornarono ai livelli relativi che avrebbero raggiunto se non ci fosse stata la guerra, e i mercati si saturarono nuovamente. Ammettiamolo: la “ricostruzione” è l’unico progetto per il futuro, l’unico che dia impulso ad un ciclo di lunga durata, l’unico che il sistema possa offrire in questa contingenza storica. Ma come tutte le ricostruzioni, prima occorre distruggere. È questo il motore che ci spinge alla guerra.

Le condizioni che rendono possibile la guerra

Nel caso precedente, tutto stava per ritorcersi contro l’intero processo. Nel primo caso, la guerra fu interrotta dalla rivoluzione e occorsero vent’anni, una crisi distruttiva e una notevole dose di creatività politica per conquistare, nelle grandi potenze, il consenso nazionale necessario a riprendere il cammino fino alla fine. Fascismo e nazismo da un lato, antifascismo dall’altro, furono i meccanismi che resero possibile la cosa.

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La lezione non è stata dimenticata e la dottrina militare stessa vi si è adattata: l’obiettivo principale della guerra è la rapidità e la brevità, niente danni al proprio territorio e poche vittime proprie. Questo perché è più facile mantenere la coesione interna per un breve periodo se la popolazione si sente sicura e non tornano a casa troppi cadaveri. Certo l’esperienza in Vietnam, Iraq e Afganistan è stata un vero e proprio fallimento quanto a durata e conclusione. La seconda lezione è che il vero obiettivo è la ricostruzione, ma questo funziona solo se non si distrugge “troppo capitale umano”, ed è per questo che le guerre sono diventate altamente distruttive per le infrastrutture ma, a partire dalla guerra in Kuwait, sono anche diventate “chirurgiche”, ovvero fanno meno vittime rispetto alle altre guerre. La conclusione è che non c’è ricostruzione senza un mercato interno.

I problemi del bellicismo

Stando così le cose, tre sono le questioni fondamentali che riguardano la pianificazione di una guerra.

1. Dato il volume di capitale in eccesso non è tanto facile ripetere un fenomeno come quello della ricostruzione europea e giapponese che diede origine ai “gloriosi vent’anni”. Il fallimento della ricostruzione irachena denota un problema di scala, ma anche di solidità delle istituzioni economiche, del capitale umano, eccetera. Detto altrimenti, le guerra periferiche non servono (più) a “riavviare” l’economia globale.

2. I sistemi di alleanze. A prescindere dalle disuguaglianze militari e economiche, l’equilibrio tra potenze permane. Una guerra che dovesse “sfuggire di mano” potrebbe ancora portare alla distruzione totale.

3. La retroguardia sociale, il consenso nazionale alla guerra. Il problema ultimo: Fino a che punto si può iniziare una guerra senza temere che questo provochi uno sviluppo imprevedibile della conflittualità sociale interna?

In altre parole, l’ideale per una grande potenza sarebbe una guerra breve in un luogo distante dal proprio territorio ma che possa essere giustificata come la risposta “giusta” ad una minaccia sul proprio suolo; che non coinvolga le altre potenze equivalenti o che lo faccia entro “termini accettabili”; e soprattutto, che distrugga un paese terzo alleato e molto sviluppato così che per la ricostruzione non gli resti che affidarsi al beneficiario ultimo delle sue disgrazie, così da poter dare uno sbocco alle sue masse di capitale inutilizzato e alleviare le tensioni strutturali della sua economia.

È normale che il presidente della Corea del Sud sia così preoccupato e pretenda di avere diritto di veto sulle azioni dei suoi alleati contro la Corea del Nord. Secondo i piani di guerra che si conoscono, qualunque sia il risultato della guerra per il nord, il sud si ritroverebbe con una base produttiva distrutta, il che lo lascerebbe alla mercé degli aiuti e degli investimenti internazionali. E non è l’unico che oggi guardi quasi con altrettanto sospetto tanto i nemici quanto gli “amici”.

La Corea e altri paesi industrializzati hanno ragione a preoccuparsi: i suoi “alleati” non vedono l’ora di ricostruirla.

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