Socialismo Anarchico e Socialismo di Stato


emma-goldman

Di Benjamin Tucker. Estratto da Individual Liberty. Traduzione di Enrico Sanna.

(…) La divisione avvenne a questo punto, sulla necessità di abbattere il monopolio. Qui la strada si divise. Le due parti sentirono il bisogno di andare o a destra o a sinistra, verso l’autorità o verso la libertà. Marx andò in una direzione, Warren e Proudhon nell’altra. Così nacquero il socialismo di stato e quello anarchico.

Vediamo prima il socialismo di stato, che può riassumersi nella formula secondo cui tutte le questioni relative ai rapporti umani devono essere risolte dallo stato, a prescindere dalle scelte individuali.

Marx, che ne è il fondatore, giunse alla conclusione che l’unico modo per abolire i monopoli di classe consisteva nella centralizzazione e consolidamento di tutti gli interessi industriali e commerciali, di tutti gli agenti produttivi e distributivi, in un unico grande monopolio nelle mani dello stato. Il governo doveva diventare banchiere, manifattura, agricoltore, trasportatore e mercante, senza concorrenza. Terre, attrezzature, tutti gli strumenti di produzione devono essere strappati dalle mani dell’individuo e resi di proprietà della collettività. L’individuo può possedere solo i prodotti da consumare, non i mezzi per produrli. Un uomo può possedere abiti e cibo, ma non la macchina da cucire per fare le sue camicie o la zappa per coltivare le sue patate. Prodotto e capitale sono due cose essenzialmente diverse: il primo appartiene all’individuo, il secondo alla società. La società deve appropriarsi del capitale, che le appartiene, con il voto quando può, con la rivoluzione quando è costretta. Una volta in possesso del capitale, deve amministrarlo secondo il principio della maggioranza tramite lo stato che è il suo organo di potere, deve utilizzarlo per la produzione e distribuzione, fissare i prezzi di ogni cosa sulla base del lavoro impiegato, e prendere alle proprie dipendenze tutti quanti nelle sue officine, nei campi, nei negozi, eccetera. La nazione deve diventare un’enorme burocrazia, e ogni individuo un uomo dello stato. Tutto deve essere fatto secondo il principio dei costi in quanto nessuno ha ragione di ricavare profitto da se stesso. Poiché agli individui non è dato di possedere capitali, nessuno può assumere nessun altro, e neanche se stesso. Ognuno è un salariato, e lo stato è il datore unico. Chi non lavora per lo stato deve soffrire la fame o, più probabilmente, finire in galera. La libertà di scambio deve scomparire. La concorrenza deve essere cancellata completamente. Tutta l’attività industriale e commerciale deve essere concentrata in un unico, vasto, onnicomprensivo monopolio. Il rimedio ai monopoli è il monopolio.

Questo il programma del socialismo di stato come adottato da Karl Marx. Non è questo il luogo adatto a spiegare come è nato e si è diffuso. Nel nostro paese, i partiti che lo sostengono sono il Partito Laburista Socialista, che afferma di seguire Karl Marx; i Nazionalisti, che seguono Karl Marx visto attraverso il filtro di Edward Bellamy; i Socialisti Cristiani, che seguono Karl Marx visto attraverso il filtro di Gesù Cristo.

È più che evidente a quali altri risultati porta questo principio basato sull’autorità, se viene applicato alla sfera economica. Significa che la maggioranza ha il dominio assoluto sul comportamento individuale. Il diritto di esercitare questo dominio è ammesso chiaramente dai socialisti di stato, i quali però sostengono che in realtà all’individuo sarebbe permessa molta più libertà di quella di cui gode oggi. Ma sarebbe un permesso, non qualcosa di inerente. La società non si fonderebbe su un’eguaglianza garantita dalla massima libertà possibile. La libertà, se esistente, sarebbe tollerata, e potrebbe essere tolta in qualunque momento. E le garanzie costituzionali non servirebbero. La costituzione di un paese governato dal socialismo di stato avrebbe un solo articolo: “Il diritto della maggioranza è assoluto.”

I socialisti di stato sostengono che questo diritto non si applicherebbe alla vita personale e alle relazioni private dell’individuo, ma la storia dello stato dice altrimenti. Il potere ha sempre avuto la tendenza ad espandersi, ad ampliare la propria sfera, ad andare oltre i limiti imposti; e laddove non si insegna all’individuo che può opporsi a questo allargamento ed essere geloso dei propri diritti, l’individualità gradualmente scompare e governo o stato diventano il tutto. Per sua natura, la responsabilità è accompagnata dal controllo. Perciò sotto il socialismo di stato, che considera la comunità responsabile della salute, della ricchezza e della moralità dell’individuo, sarebbe la maggioranza a dettare le condizioni della salute, della ricchezza e della moralità, colpendo e uccidendo l’indipendenza dell’individuo e tutto il suo senso di responsabilità.

A prescindere da ciò che i socialisti di stato affermano o negano, il sistema da loro proposto, se adottato, finirebbe inevitabilmente in una religione di stato, a cui tutti dovrebbero contribuire e davanti al cui altare tutti dovrebbero inginocchiarsi. Ci sarebbe una scuola medica di stato, e i malati sarebbero obbligati a farsi curare dai suoi adepti. Un istituto di igiene, che prescriverebbe ciò che si deve e non si deve mangiare, bere, indossare e fare. Un codice morale di stato, che non si accontenterebbe di punire il crimine, ma vieterebbe ciò che la maggioranza riterrebbe un vizio. Un sistema scolastico di stato, che eliminerebbe tutte le scuole, le accademie e gli istituti superiori privati. Un asilo nido di stato, in cui tutti i bambini verrebbero allevati insieme con soldi pubblici. E infine una famiglia di stato, in cui si praticherebbe l’allevamento scientifico; e uomini e donne non potrebbero avere figli senza il permesso dello stato né potrebbero rifiutare l’ordine di far figli quando lo stato glielo impone. Così l’autorità e monopolio raggiungerebbero il massimo dell’espansione e della potenza.

Questo è l’ideale dietro la logica del socialismo di stato, questo il traguardo alla fine della strada intrapresa da Karl Marx. Ma dove arrivano Warren e Proudhon, che hanno preso l’altra strada, quella della libertà?

Arrivano all’anarchismo, ovvero la dottrina secondo cui tutte le attività umane sono gestite dagli individui o da associazioni volontarie e lo stato è abolito.

Quando Warren e Proudhon, cercando giustizia per i lavoratori, si trovarono davanti l’ostacolo dei monopoli di classe, notarono che questi monopoli si basavano sull’autorità, che non doveva essere rafforzata, cosa che avrebbe reso universale il monopolio, ma sradicata per rafforzare il principio opposto, quello della libertà, così che la concorrenza, l’antitesi del monopolio, divenisse universale. Capirono che solo la concorrenza avrebbe livellato i prezzi portandoli al costo di produzione. In questo concordavano con gli economisti politici. Si chiesero come mai i prezzi non scendevano mai al punto da ripagare semplicemente il lavoro occorso per la produzione. Perché c’erano redditi acquisiti al di fuori del lavoro. In altre parole, la causa era l’usuraio, chi percepisce un interesse, una rendita, un profitto. Era il fatto che il regime di concorrenza aveva una sola faccia. Il capitalismo aveva manipolato il potere legislativo in modo da permettere una concorrenza illimitata nella fornitura di forza lavoro e mantenere i salari al livello di sopravvivenza, o al livello più basso possibile. Lo stesso avveniva con la forza lavoro della distribuzione, mantenendo così bassi i profitti dei mercanti ma non i prezzi dei beni commerciati. Ma era molto limitata la concorrenza nella fornitura di capitali, dal cui aiuto dipende la forza lavoro tanto della produzione quanto della distribuzione, e così facendo si manteneva l’interesse del denaro, l’affitto delle case e dei terreni al livello massimo sopportabile.

Warren e Proudhon accusarono gli economisti di temere le conseguenze della loro stessa dottrina. I teorici di Manchester furono accusati di incoerenza. Credevano nella libera competizione tra lavoratori per abbassare il salario, ma non nella libertà tra capitalisti per ridurre il tasso di profitto. Laissez faire era una salsa buona per condire il pollo lavoratore, ma non il galletto capitalista. Come correggere questa incoerenza, come servire il galletto nella stessa salsa, come mettere il capitale al servizio degli imprenditori e dei lavoratori pagando solo i costi, senza interessi, questo era il problema.

La soluzione di Marx, come abbiamo visto, fu di dichiarare il capitale qualcosa di diverso dal prodotto, qualcosa che apparteneva alla società e che dalla società avrebbe dovuto essere ripreso per essere impiegato per il bene di tutti. Proudhon odiava questa distinzione tra capitale e prodotto. Per lui, capitale e prodotto non erano due diversi generi di ricchezza, ma solo due condizioni, due funzioni alternative della stessa ricchezza. Per Proudhon, tutta la ricchezza si trasforma incessantemente da capitale in prodotto e viceversa. Capitale e prodotto sono solo termini sociali. Ciò che è prodotto per qualcuno diventa subito capitale per qualcun altro, e viceversa. E se al mondo esistesse solo una persona, tutta la ricchezza sarebbe per lui allo stesso tempo capitale e prodotto. Il frutto del lavoro di A è il suo prodotto, che, venduto a B, diventa il capitale di B (a meno che B non sia un consumatore improduttivo, nel quale caso si tratta semplicemente di ricchezza sprecata, fuori dall’ambito dell’economia sociale). Tanto una macchina a vapore quanto un cappotto sono prodotti, e un cappotto è capitale tanto quanto la macchina a vapore. La legge del valore che regola il possesso di uno regola anche il possesso dell’altra.

Per questo né Warren né Proudhon riuscivano a concepire un piano per l’esproprio del capitale da parte della società. E pur essendo contrari alla socializzazione della proprietà del capitale, miravano comunque a socializzarne gli effetti, così che il loro uso andasse a beneficio di tutti e non servisse solo ad arricchire i pochi a spese dei tanti. Ad un certo punto capirono che questo poteva essere fatto assoggettando il capitale alle leggi naturali della concorrenza, cosa che avrebbe abbassato il prezzo del suo utilizzo al costo puro e semplice, ovvero non oltre le spese di amministrazione e transazione. Innalzarono la bandiera del Libero Commercio Assoluto. Libero commercio in patria così come con altri paesi. La dottrina di Manchester portata alle sue logiche conseguenze: laissez faire come regola universale. Sotto questa bandiera cominciarono la loro lotta contro i monopoli, che fosse il monopolio onnicomprensivo dei socialisti di stato o i vari monopoli di classe oggi dominanti.

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