Gli Sfruttatori della Proprietà Intellettuale*


contadini

*Pochi i proprietari e pochi gli intelletti

Di Anup Shah. Originale pubblicato su Global Issues il 2 luglio 2007 con il titolo Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights. Traduzione di Enrico Sanna.

Una delle questioni economiche che, tra le tante, generano tensioni, è quella degli accordi sulla proprietà intellettuale che definiscono come proteggere un prodotto dalla pirateria. Se è vero che una giusta remunerazione dello sforzo intellettuale è una cosa ragionevole, la politica e i condizionamenti del potere hanno finito per influire sul modo in cui il sistema dei brevetti funziona definendo cosa può e cosa non può essere brevettato.

Una delle critiche principali è che, così come è oggi, la regolamentazione della proprietà intellettuale serve a soffocare la concorrenza altrui, e a proteggere i propri investimenti e profitti di conseguenza. Nel caso delle nazioni più povere, diventa più caro, se non impossibile, sviluppare un proprio tessuto industriale in maniera indipendente.

Come si vede nell’ambito degli alimenti geneticamente modificati, poi, conoscenze locali esistenti in certi paesi in via di sviluppo da centinaia, se non migliaia, d’anni, sono stati brevettate da grandi aziende senza chiedere il consenso e senza informare preventivamente le comunità indigene. Così le persone sono costrette a pagare per avere ciò che già possedevano e che già usavano liberamente.

Anche nel settore farmaceutico, con tutti i brevetti e i profitti che il sistema genera, l’attuale regime che tutela la proprietà intellettuale crea una serie di problemi, tra cui:

• Impedisce l’imitazione di prodotti brevettati. Ironicamente, l’imitazione porterebbe ad una maggiore concorrenza e a prezzi più bassi per medicinali e altri prodotti, cosa spesso elogiata dalle aziende transnazionali che vantano tutto ciò come un prodotto del libero commercio e di un capitalismo aziendale con restrizioni minime.

• L’effetto finale prodotto dai vent’anni di tutela del brevetto consiste essenzialmente nel divieto (ad esempio, per i paesi in via di sviluppo e le loro aziende) di sviluppare alternative a costi più bassi.

• Impedisce il trasferimento delle tecnologie. Anche qui, la realtà è in contraddizione diretta con quanto sostenuto da chi appoggia l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il libero commercio nella sua forma attuale eccetera, ovvero, tra gli altri, dalle multinazionali occidentali del farmaco.

• Le aziende transnazionali possono crescere grazie ai profitti derivanti dai brevetti, mentre gli altri restano all’asciutto.

• È vero che ci sono disposizioni particolari, come l’obbligo di cedere le licenze per creare alternative in casi di emergenze o l’importazione parallela così da poter acquistare sul mercato internazionale un prodotto al costo più basso, ma non bastano. Molti paesi subiscono pressioni da nazioni come gli Stati Uniti quando provano cercano di sfruttare queste disposizioni. E ciò nonostante gli Stati Uniti stessi ne facciano un largo uso.

• L’Organizzazione Mondiale per il Commercio, i trattati internazionali sulla proprietà intellettuale e altri trattati simili non tengono conto della salute pubblica, ma al contrario privilegiano gli interessi commerciali.

Come nota Noam Chomsky, il regime rappresentato dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio insiste sui brevetti dei prodotti al fine di impedire lo sviluppo di processi intellettualmente più evoluti. Questo frena la crescita e lo sviluppo ed è una tendenza intenzionale. Serve a limitare l’innovazione, la crescita e lo sviluppo e a mantenere a livelli altissimi i profitti.

Secondo J. W. Smith, dell’Institute for Economic Democracy, è anche così che la disuguaglianza viene trasformata in legge. Questo genere di accordi rafforza subdolamente i diritti monopolistici.

Anche la Oxfam fa distinzione tra realtà e finzione e fa notare come gli accordi sulla proprietà intellettuale esasperino il divario tecnologico:

Già oggi esiste un grosso divario tecnologico tra paesi ricchi e paesi poveri. Pur essendo ricchi di conoscenze informali, i paesi in via di sviluppo sono importatori netti di beni ad alto contenuto tecnologico e know-how protetti dalla proprietà intellettuale. Viceversa, il 90% di ricerca e sviluppo mondiale, e una quota ancora più alta di brevetti, è concentrata nei paesi industrializzati, che quindi sono i principali esportatori di proprietà intellettuale.

Le norme internazionali sulla proprietà intellettuale tendono ad approfondire il divario facendo crescere il costo dei beni ad alto contenuto intellettuale importati dai paesi in via di sviluppo. Dalla metà degli anni Ottanta in poi, licenze e royalties pagate dai paesi in via di sviluppo ai proprietari dei brevetti nel mondo industrializzato sono cresciute enormemente. Solo nel 1998, gli Stati Uniti hanno ricevuto un sovrappiù di 23 miliardi di dollari dall’esportazione di proprietà intellettuale.

E ricerca e sviluppo sono diretti più a soddisfare le necessità effimere dei mercati ricchi che a venire incontro alle necessità di base dei poveri. In campo medico e agricolo, la ricerca è enormemente disfunzionale. Meno del 10% della ricerca mondiale è destinato alla risoluzione del 90% delle malattie. Similmente, gran parte della ricerca in campo agricolo mira a migliorare l’apparenza e il gusto dei prodotti destinati ai mercati ricchi, invece di cercare di migliorare la coltivazione sostenibile di prodotti base come il sorgo e la cassava, da cui dipende gran parte dell’agricoltura povera. (Intellectual Property and the Knowledge Gap, Oxfam Policy Paper, December 2001)

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