Sulla Strada


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Fra incubo e caos

Di Tristan Leoni. Originale pubblicato su Douter de tout… ad ottobre 2017 con il titolo Sur la route, entre cauchemar et chaos. Traduzione italiana pubblicata su francosenia.blogspot.it con il titolo Vederci chiaro!

Gettarsi sul filo spinato dell’Europa o imbarcarsi sugli osceni gommoni del Mediterraneo, in genere per i migranti è solo l’ultima tappa di un periplo lungo migliaia di chilometri che dura diversi anni… Ma «fare l’avventura», come dicono loro, significa tuffarsi nell’inferno.

Due testimonianze: quella di Mahmoud Traoré [1], un giovane falegname senegalese alla ricerca di migliori condizioni economiche; e quella di Emmanuel Mbolela [2], uno studente congolese che fugge dalla repressione politica della Repubblica Democratica del Congo. Due miniere di informazioni [3] che offrono un utile punto di vista, poiché si dipanano a monte di quelli che sono i salvataggi fatti dalle ONG in alto mare, su cui si concentra lo spettacolo. Segnaliamo qui alcuni punti:

In primo luogo, la sensazione di un enorme imbroglio che si basa sull’ignoranza da parte dei migranti riguardo le realtà che li aspettano: non esiste un treno per la Spagna, e in Europa non si vive come in paradiso. I sacrifici e le speranze delle famiglie degli avventurieri sono tali per cui tornare indietro è impossibile – e, quando riesce nella sua impresa, il migrante nasconderà alla sua famiglia quello che gli è successo ed il modo in cui vive, mentre butta sangue per mandare soldi al suo paese. Tuttavia, come avviene nel caso dei due autori, per lo più l’obiettivo di partenza non è quello dell’Eldorado europeo: per il primo, trovare un lavoro in un altro paese (quel «paese della cuccagna» che è la Costa d’Avorio), per l’altro trovare rifugio in uno dei paesi della regione… ma entrambi arriveranno fino in Spagna. Le incognite del viaggio sconvolgeranno i loro piani, e vagheranno da un paese all’altro a seconda delle informazioni o degli incontri. La mistificazione viene mantenuta dai procacciatori e dagli scafisti, il cui interesse è quello di spingere i candidati verso l’Europa, dal momento che è la strada più lunga, e quindi la più cara.

Il denaro è effettivamente onnipresente, centrale, questione di vita e di morte. Qualsiasi cosa diventa un pretesto per pagare: trasporto, checkpoint, mancia, pedaggio; ogni persona che è depositaria di una qualche autorità dev’essere unta. Regolarmente, i candidati senza un soldo vengono costretti a trovare lavoro (agricoltura, costruzioni), oppure vengono obbligati a chiedere aiuto alle famiglie.

Somme che appaiono irrisorie ma che non sono affatto: Mahmoud, dopo avere venduto tutto quel che poteva vendere, parte con 70 euro, una tappa in minibus gliene costerà 40, un mese in una stanza in Libia sono 9 euro, la mancia per il poliziotto sono 2 o 3 euro. Il passaggio in barca dal Marocco verso la Spagna richiede dai 1.000 ai 1.500 euro. Chi salta la recinzione a Ceuta e Melilla, di solito sono quelli che non hanno più un soldo. In questo modo, per tutto il tragitto, questo trasferimento di proletari fa vivere migliaia di famiglie, come una sorta di branca del settore terziario in cui si mescola “auto-organizzazione” e strutture più o meno criminali.

Continuamente, la violenza è presente, latente o manifesta: estorsioni, rapine, pestaggi, sequestri, aggressioni gratuite, omicidi o abbandoni nel deserto danno il ritmo al percorso. Gli innumerevoli morti o dispersi nel deserto (contrariamente a quelli del Mediterraneo) non si contano. Alla violenza che i migranti subiscono da parte degli scafisti, dei ladri, dei poliziotti o degli abitanti, si aggiunge quella inflitta, per la strada o negli accampamenti, da etnie o nazionalità differenti (quindi concorrenti). In questo inferno, le donne sono in minoranza, ma la loro presenza in un gruppo viene apprezzata dagli scafisti: in caso di problemi con i militari o con i banditi si può sempre negoziare il loro stupro per sistemare le cose. Immancabilmente, stupro e prostituzione forzata sembrano punteggiare il loro cammino.

Lungo il filo del viaggio si vede «una sorta di contro-società sotterranea che forgia le sue proprie leggi e che genera a sua volta dei meccanismi di dominio». Un funzionamento che si basa su un «principio tradizionale di autorità», ispirato alle tradizioni del villaggio: comanda il più anziano. Le testimonianze descrivono queste case o focolari, “ghetti”, organizzati dalle nazioni, con affitti, casse comuni, presenti in ogni villaggio. Una forma di auto-organizzazione istituzionalizzata e irrigidita. Nel nord, ghetti e accampamenti di fortuna che funzionano in maniera gerarchizzata, con alla loro testa un presidente, regolamenti rigidi, un’amministrazione, un governo, dei ministri e una polizia. Più ci si avvicina al Mediterraneo, più la concorrenza diventa feroce, e diventa tutto più caro. Alcuni (una minoranza) non vogliono più partire dal momento che si arricchiscono… alle spalle degli altri.

A volte, non potendone più, i migranti si organizzano collettivamente per uscire da questa amministrazione autoritaria; da questo derivano gli assalti spettacolari alla frontiera fra il Marocco e le enclavi spagnole.

Per fortuna, i due libri raccontano di gesti di solidarietà e di aiuto reciproco, ancora più belli, toccanti e prezioni dal momento che sembrano rari. Il mondo che viene attraversato dagli «avventurieri» fa schifo, ed essi stessi sono intrappolati dentro dei rapporti comunitari, fatti di ripieghi e di rifiuti: fra etnie, nazionalità, religioni (molto sentite) o aree linguistiche (anglofoni contro francofoni). Le reti di solidarietà e di aiuto reciproco sono assai spesso di solito riservate ai loro gruppi, l’internazionalismo rimane un’eccezione.

La situazione si complica nel Nord Africa: «La pelle delle persone diventa più chiara e cominci a sentirti straniero, come se tu ti stessi già allontanando dal cuore dell’Africa». I sub-sahariani si trovano di fronte ad un potente e violento razzismo, in quanto vengono considerati e trattati come degli “Africani”… che sono inoltre propagatori del virus dell’AIDS. Quanto a quelli che cercano di farsi passare per musulmani, scoprono che la solidarietà islamica ha anch’essa dei limiti. Bruno Le Dantec nota con amarezza che alcuni percorsi di migranti corrispondono a quelli delle carovane del commercio arabo degli schiavi…

Qualunque sia il continente o il colore della pelle, nella società di classe e dello sfruttamento il mutuo appoggio è una merce rara, e la solidarietà può diventare un business. I proletari si dilaniano fra di loro ed i borghesi si arricchiscono; è questo il normale funzionamento e (salvo un granello di sabbia che lo blocchi) a questo nessun continente sfugge. Questo potrà sorprendere solo coloro i quali cercano in lontananza un «buon selvaggio» libero dal capitalismo.

Mentre gli europei e i cinesi costruiscono delle fabbriche in Africa per poter sfruttare manodopera a buon mercato, una parte di essa raggiunge il nord… Ma, come sottolinea giustamente Bruno Le Dantec, questo percorso di sofferenza permette una vera e propria «raccolta differenziata» e «solo i più resistenti arriveranno alla fine del viaggio». Perduti in questo maelstrom migratorio, non è affatto sorprendente che i proletari, presi nel vortice, abbiano difficoltà a vederci chiaro.

Note:

[1] Mahmoud Traoré, Bruno Le Dantec, Dem ak xabaar. Partir et raconter, Lignes, 2012, 320 p.

[2] Emmanuel Mbolela, Réfugié, Libertalia, 2017, 264 p.

[3] Si raccomanda soprattutto la testimonianza di Mahmoud per il brulicare di informazioni e per le piste di riflessioni che permette di percorrere; quello di Emmanuel lo completa, ma risulta appesantito da considerazioni politiche e militanti.

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