Minoranza o Maggioranza


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Di Emma Goldman. Estratto da Anarchism and Other Essays. Traduzione di Enrico Sanna.

Se dovessi riassumere tutte le tendenze dei nostri tempi in una parola, direi: Quantità. La moltitudine domina ovunque, lo spirito della massa distrugge la qualità. Tutta la nostra vita – economia, politica, apprendimento – si basa sulla quantità, sui numeri. Il lavoratore un tempo orgoglioso dell’accuratezza e della qualità del suo lavoro è stato sostituito da automi senza cervello, incompetenti che producono una quantità enorme di cose, senza valore per loro e generalmente offensive per gli altri. Invece di rafforzare le comodità e il quieto vivere, la quantità ha semplicemente appesantito il carico da portare.

In politica, la quantità è tutto ciò che conta. Più cresce, però, e più i principi, gli ideali, la giustizia e la correttezza affondano in una palude di numeri. Nella lotta per la supremazia, i vari partiti politici si sfidano a suon di inganni, bassezze, furbizie e macchinazioni oscure, sicuri del fatto che chiunque vinca sarà osannato come vincitore dalla maggioranza. Questo è l’unico dio: il Successo. Poco importa il prezzo da pagare, il sacrificio della persona. E non serve andare lontano per vedere questa triste realtà.

Mai come oggi la corruzione, il marciume totale del nostro governo è stato così evidente; mai come oggi gli americani hanno visto il volto traditore della politica, che da anni sostiene di essere assolutamente oltre le critiche, il baluardo delle nostre istituzioni, il vero protettore dei diritti e delle libertà del popolo.

Ma quando i loro crimini sono così sfacciati che anche i ciechi li vedono, basta chiamare a raccolta i tirapiedi e la supremazia è assicurata. Allora ecco che le vittime stesse, cento volte ingannate, tradite, offese, decidono di stare, non contro, ma dalla parte del vincitore. Qualcuno esterrefatto si chiede come può la maggioranza tradire le tradizioni liberali americane. Dov’è il giudizio, la capacità di ragionare? Semplice: la maggioranza non ragiona, non ha giudizio. Priva di idee proprie e di coraggio morale, la maggioranza ha sempre affidato il proprio destino ad altri. Incapace di assumersi la responsabilità, ha seguito i suoi capi, se possibile, fino alla rovina. Stockman aveva ragione: “I peggiori nemici della verità e della giustizia tra noi sono le maggioranze compatte, le maledette maggioranze compatte.” Priva di ambizioni e iniziative, la massa compatta odia soprattutto la novità. Ha sempre osteggiato, condannato, cacciato l’innovatore, il pioniere di ogni nuova verità.

Lo slogan che tutti i politici, compresi i socialisti, ripetono spesso è che viviamo nell’epoca dell’individualismo, delle minoranze. Solo chi non va oltre le apparenze può crederci. Non sono forse in pochi ad aver accumulato le ricchezze del mondo? Non sono forse loro i padroni, i monarchi assoluti della situazione? E il loro successo è dovuto non all’individualismo, ma all’inerzia, al disfattismo, alla totale sottomissione della massa. Quest’ultima vuole essere dominata, guidata, costretta. Quanto all’individuo, mai nel corso della storia umana ha avuto così poche possibilità di esprimersi, di imporsi in modo spontaneo e sicuro.

L’educatore spinto dall’onestà e dalla volontà, l’artista o lo scrittore dalle idee originali, lo scienziato o l’esploratore indipendente, il pioniere del cambiamento sociale che non scende a compromessi; tutti sono perseguitati da quegli uomini i cui insegnamenti e le cui capacità creative sono diventate decrepite.

Gli educatori come Ferrer sono mal tollerati ovunque, mentre i dietologi del cibo predigerito, come i professori Eliot e Butler, sono i fautori di successo di un’età fatta di nullità, di automi. In ambito letterario e drammatico, quelli come Humphrey Ward e Clyde Fitch sono gli idoli della massa, mentre pochi sanno apprezzare la bellezza e il genio di Emerson, Thoreau, Whitman; o di Ibsen, Hauptmann, Butler Yeats e Stephen Phillips. Queste ultime sono stelle solitarie, molto oltre l’orizzonte della moltitudine.

Editori, manager teatrali e critici non cercano la qualità insita nell’arte creativa; vogliono qualcosa che faccia vendere, che soddisfi i gusti della gente. E questi gusti preferiscono il predigerito, ciò che non necessita di masticazione mentale. Ecco perché il grosso della produzione letteraria è mediocre, ordinario, banale.

Nell’arte, inutile dirlo, vediamo le stesse cose. Basta fare un giro tra i parchi e le strade cittadine per vedere quanto sono brutte e volgari le opere d’arte. Solo la maggioranza potrebbe tollerare questa offesa all’arte. Ipocrite nel concetto e rozze nella forma, le statue che infestano le città americane hanno la stessa relazione con la vera arte che ha un palo con un’opera di Michelangelo. Ed è l’unica forma d’arte di successo. Il vero genio artistico, quello che rifiuta l’omologazione, quello che esprime l’originalità e cerca di aderire alla realtà, vive nell’oscurità. Forse un giorno le sue opere diventeranno di moda tra la massa, ma non prima d’aver esaurito la propria vena, non prima che sia scomparso il pioniere, solo quando una folla senza ideali e senza immaginazione avrà fatto fuori l’eredità del maestro.

Dicono che l’artista di oggi non può creare perché, come Prometeo, è inchiodato alla rocca delle necessità economiche. Ma questo vale per l’arte di qualunque epoca. Michelangelo dipendeva dal suo mecenate non meno dello scultore o del pittore di oggi, solo che gli estimatori di ieri si distinguevano dalla banalità. Erano onorati di poter accedere al tempio del maestro.

Il mecenate di oggi conosce un solo criterio, un solo valore: il dollaro. Non gli importa la qualità di una grande opera, ma solo la quantità di dollari che il suo acquisto comporta. Così nell’opera teatrale Gli Affari Sono Affari di Mirbeau, il finanziere punta il dito verso un guazzo colorato e dice: “Guarda che bello. È costato 50.000 franchi!” Come i nostri parvenu. Pagando cifre enormi per le loro grandi scoperte artistiche compensano la povertà dei loro gusti.

L’indipendenza di pensiero è il peccato più imperdonabile della nostra società. Il fatto che sia così terribilmente evidente in un paese che ha come simbolo la democrazia la dice lunga sul tremendo potere della maggioranza.

Diceva Wendell Phillips cinquant’anni fa: “Nel nostro paese, in dominato dall’uguaglianza democratica assoluta, l’opinione pubblica non solo è onnipotente, ma anche onnipresente. Non si sfugge alla sua tirannia, non si è mai fuori dalla sua portata, e il risultato è che se tu prendi la lanterna del vecchio greco e vai in giro a cercare tra un centinaio di persone, non troverai un americano che non abbia, o che perlomeno non pensi di avere, qualcosa da guadagnare o da perdere in termini di ambizioni, vita sociale o denaro, dalla buona opinione e dal voto di chi gli sta attorno. La conseguenza è che invece di essere una massa di individui, ognuno intento ad affermare le sue convinzioni, come nazione, paragonata ad altre nazioni, siamo una massa di codardi. Più di tutti, noi abbiamo paura l’uno dell’altro.” È chiaro che non siamo andati molto oltre la condizione illustrata da Wendell Phillips.

Oggi, come allora, l’opinione pubblica è il tiranno onnipresente. Oggi, come allora, la maggioranza è una massa di codardi, pronta ad accettare chi si occupa dei poveri per narcisismo. Questo spiega l’improvvisa ascesa di un uomo come Roosevelt. È lui che incarna il peggior elemento della psicologia del branco. Da politico, sa che alla maggioranza importano poco gli ideali o l’integrità morale. Quello che vuole è l’apparenza. Poco importa se è uno spettacolo da circo, una corsa a premi, il linciaggio di uno “sporco negro”, l’arresto di alcuni delinquentelli, il matrimonio pubblico dell’ereditiera o i trucchi acrobatici di un ex presidente. Più intricate sono le contorsioni mentali, e più la massa si esalta ed esulta. Così, povero di ideali e rozzo nell’anima, Roosevelt è l’uomo del momento.

Dall’altro lato abbiamo uomini che torreggiano su questi nani politici, personalità raffinate, di cultura, dalle grandi capacità, che però vengono denigrati come smidollati e costretti al silenzio. Dire che la nostra è l’età dell’individualismo è assurdo. Non è che una copia incancrenita di un fenomeno comune a tutte le epoche: ogni sforzo volto al progresso, al sapere, alla scienza, alla libertà religiosa, politica ed economica, viene da una minoranza, non dalla massa. Oggi, come sempre, i pochi sono incompresi, perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi.

Il principio della fratellanza esposto dall’agitatore di Nazareth ha preservato il germe della vita, della verità e della giustizia, solo finché è rimasto il faro di pochi. Quando la maggioranza ne ha preso possesso, ecco che quell’importante principio è diventato un demone foriero di morte e distruzione, seminatore di sofferenza e disastri. L’attacco contro l’onnipotenza di Roma, portato avanti da figure colossali come Huss, Calvino e Lutero, fu come un’alba. Ma poi Lutero e Calvino diventarono politici e cominciarono a servire i piccoli potentati, la nobiltà, lo spirito della folla, mettendo a rischio le grandi possibilità della riforma. Conquistarono il successo e la maggioranza, ma quella maggioranza si dimostrò non meno crudele e assetata di sangue del mostro cattolico nella persecuzione del pensiero e della ragione. Guai agli eretici, a quelle minoranze che non si piegavano ai loro diktat. Dopo tanto fervore, sopportazione e sacrificio, lo spirito umano oggi è libero dal fantasma della religione. La minoranza è andata alla ricerca di nuove conquiste e la maggioranza si trascina dietro, tarata da verità che il tempo ha dimostrato essere false.

Politicamente, l’uomo sarebbe ancora uno schiavo se non fosse per i vari John Ball, Wat Tyler, Tell, e i numerosissimi altri giganti che hanno lottato giorno dopo giorno contro re e tiranni. Se non fosse stato per questi pionieri solitari, il mondo non sarebbe mai stato scosso alle radici da quel tremendo terremoto che fu la rivoluzione francese. I grandi eventi sono solitamente preceduti da fatti apparentemente senza importanza. L’eloquenza e la forza di Camille Desmoulins fu come lo squillo di tromba davanti a Gerico, la furia che distrugge quel simbolo di tortura, violenza e orrore che è la Bastiglia.

In qualunque epoca, i pochi sono sempre stati i portabandiera di grandi idee, di sforzi liberatori. Non le masse, inchiodate dal loro peso di piombo. La verità di ciò è chiara in Russia più che altrove. Lì migliaia di vite sono già state bruciate da un regime sanguinoso, e il mostro sul trono ancora non è sazio. Come è possibile che le idee, la cultura, la letteratura e le emozioni più profonde e nobili soffrano nel giogo di ferro? È la maggioranza, quella massa indolente, immobile, compatta, è il contadino russo che, dopo un secolo di lotte, sacrifici, incredibili miserie, crede ancora che la corda che strangola “l’uomo dalle mani bianche” (l’intellettuale) porti il bene.

La maggioranza fu un ostacolo anche nella lotta americana per la libertà. Ancora oggi le idee di Jefferson, Patrick Henry e Thomas Paine vengono negate o barattate dai loro posteri. La massa non ne vuole sapere. La grandezza e il coraggio che tanti ammirano in Lincoln sono negati agli uomini che crearono le condizioni di quegli avvenimenti. I veri santi patroni dei neri erano pochi combattenti dalle parti di Boston, come Lloyd Garrison, Wendell Phillips, Thoreau, Margaret Fuller e Theodor Parker, la cui forza e il cui coraggio culminarono in quel gigante solitario che è John Brown. Fu la loro tenacia instancabile, la loro eloquenza, la loro perseveranza, a fare breccia nella fortezza dell’aristocrazia del sud. Lincoln e i suoi lacchè arrivarono solo quando l’abolizione era cosa fatta, riconosciuta tale da tutti.

Una cinquantina d’anni fa, un’idea geniale fece la sua comparsa sull’orizzonte sociale del mondo, un’idea così di vasta portata, così universale da instillare il terrore nel cuore di tutti i tiranni. Per altri versi, questa idea significava gioia, esaltazione, speranza per milioni di persone. I primi pionieri conoscevano le difficoltà del percorso, sapevano che avrebbero trovato opposizione e persecuzioni, conoscevano le difficoltà a cui andavano incontro, ma proseguirono la loro marcia con orgoglio e senza timore, avanti, sempre più avanti. Oggi quell’idea è diventata uno slogan popolare. Oggi quasi tutti sono socialisti: il ricco così come la sua vittima povera; chi fa la legge e chi la subisce; chi pensa liberamente e chi perpetua falsità religiose; la signora alla moda e la ragazza vestita di stracci. E perché no? Ora che la verità di cinquant’anni fa è diventata una bugia, ora che sono state tarpate le ali alle sue fantasie giovanili, ora che è stata derubata del vigore, della forza, del suo ideale rivoluzionario ideale: perché no? Ora che non è più un seducente ideale rivoluzionario ma solo un “progetto pratico fattibile” che poggia sulla volontà della maggioranza, perché no? L’astuzia politica elogia la massa: la povera maggioranza, gli oltraggiati, gli offesi, la gigantesca maggioranza; se solo ci desse retta…

Chi non ha mai sentito questa litania? Chi non conosce l’eterno refrain di tutti i politici? Che la massa è ferita, che viene derubata e sfruttata, lo so tanto quanto i pescatori di voti. Ma io insisto a dire che ad avere la responsabilità di questa orribile situazione è la massa stessa, non un gruppetto di parassiti. Sta attaccata al padrone, ama la frusta, ed è la prima a gridare Crucifige! non appena si alza una voce contro la sacralità dell’autorità capitalista o di qualche altra istituzione bacata. Quanto potrebbero durare l’autorità e la proprietà privata se non fosse per la volontà della massa di offrirsi come soldato, poliziotto, secondino e boia? I demagoghi socialisti lo sanno quanto me, ma tengono in piedi il mito della virtuosità della maggioranza, perché è il loro stesso progetto di vita a prevedere l’immortalità del potere. E come si acquisisce il potere se non con i numeri? Autorità, costrizione, soggezione, tutto ciò dipende dalla massa, mai dalla libertà che deriva dalla liberazione dell’individuo, mai dalla nascita di una società libera.

Non è perché non sento quello che sentono gli oppressi, i diseredati della terra; non è perché non conosca la vergogna, l’orrore, l’indegnità della vita degli uomini; non è per questo che mi rifiuto di credere che la maggioranza è una forza creativa che opera per il bene. No no no! È perché so benissimo che gli uomini, come massa compatta, non sono mai stati dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza. La massa sopprime la voce dell’uomo, ne sottomette lo spirito e ne incatena il corpo. Come massa, l’uomo ha sempre cercato di rendere la vita uniforme, grigia, monotona come un deserto. Come massa cerca sempre l’annientamento dell’individualità, della libera iniziativa, dell’originalità. Come Emerson, anche io credo che “le masse sono rozze, viziose, pericolose con le loro richieste e la loro influenza, non da adulare ma da informare. Gli concederei qualunque cosa, ma solo per spaccarli, dividerli, frantumarli, fino a ridurli a singoli individui. Masse! Sono un pericolo, le masse. Le masse non mi servono, solo uomini onesti, e solo donne amabili, dolci, complete.”

In altre parole, il benessere economico e sociale potrà diventare una realtà vivente solo se verrà dall’entusiasmo, il coraggio, la determinazione priva di compromessi delle minoranze intelligenti, non dalle masse.

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