Maccarone


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Di Enrico Sanna

Non so cosa mi abbia spinto, anni fa, a leggere un libro come La grande guerra, di Emilio Faldella. Ottocento pagine in due volumi, in cui l’autore racconta, giorno  dopo giorno, e addirittura ora dopo ora, tutti i fatti della prima guerra mondiale da parte italiana. Di tutto quello spezzatino fatto di attacchi col gas, dispacci, avanzate millimetriche, furiose riunioni di fureria, marce sulla neve e convocazioni urgenti dello stato maggiore mi sono rimaste impresse soltanto le pagine che parlano della disfatta di Caporetto. Un avvenimento durato una notte e un giorno è raccontato, ad occhio, in un centinaio di pagine.

Di questo centinaio di pagine, io ne salvo quattro o cinque. Credo che rappresentino la parte più genuina. Forse l’unica in cui la guerra compare davvero. A distanza di venti, venticinque anni, sono andato a rileggermi quelle pagine. Perché lì Faldella spiega, di sicuro senza volerlo, che cosa sia un italiano. Ne dà una definizione esemplare. Non parlo di quello scolastico, ormai ammuffito, che lancia la stampella. Parlo di quello, molto più credibile, immolato sull’altare del cinema da Alberto Sordi.

L’italianità è il risultato di due forze, una contingente e una ideale. Chi ne è affetto passa continuamente, a volte in maniera impercettibile, da uno stato all’altro, secondo l’entità delle due forze. È idealista finché la contingenza glielo permette. Ma diventa realista quando l’ideale pretende una prova insopportabile. È come il soldato che, trovandosi davanti ad un fiume laddove la mappa indica un campo, decide di attraversarlo a piedi, marciando marzialmente sul fondale, finché l’acqua non lo sopraffà e allora decide che è meglio nuotare disperatamente per non affogare.

Per chi vive questa esperienza, che può durare tutta la vita, l’ideale diventa l’irraggiungibile da raggiungere, la filosofia di vita che vive soltanto fuori dalla vita.

Faldella descrive minuziosamente tutto quello che avvenne tra il 23 e il 24 ottobre. I tedeschi attaccarono con i gas, poi entrarono nelle linee italiane e travolsero tutto e tutti. Il giorno dopo, migliaia di superstiti venivano dal fronte. Camminavano, parlavano tra loro, gesticolavano. Agli ufficiali che li interrogavano rispondevano che le cose erano andate in un certo modo fatale. “Torniamo a casa. Hanno vinto loro,” sembravano dire. Secondo documenti tedeschi, migliaia di italiani si arresero gridando “Viva l’Austria!” e “Viva la Germania!” Faldella smentisce il fatto, ma è una di quelle cose che, anche se inventate, appaiono più vere del vero.

Qui avviene un passaggio curioso. Prima dell’attacco, i soldati sono sul piano ideale di difensori dell’Italia. Sono pronti a morire di una morte che è una semplice ipotesi. Ma l’attacco travolge l’ipotesi e li riporta alla contingenza della realtà. Capiscono che la difesa della patria significa la perdita della propria vita. Per questo lasciano il fronte. Non si chiedono neanche se vale più l’ideale della morte o la contingenza della vita. Decidono all’istante e nella maniera più naturale. E lo fanno senza tanti drammi. Non si strappano i capelli perché il nemico ha sfondato le linee. Tutto quello che hanno perso era una semplice idea immateriale, al contrario della propria vita, che è una contingenza reale. Ma una parte di loro, verosimilmente, si arrende al nemico, e gli dichiara immediata, incondizionata fedeltà. Ecco quindi che, dopo essere passati per un attimo dal piano dell’ideale al piano della contingenza, tornano sul piano dell’ideale. Dall’altro lato, è vero, ma questo non ha importanza. Via i Savoia, entrano gli Asburgo. Tanto…

Così Alberto Sordi, nel film Un americano a Roma, è americano finché gli spiriti dell’ideale non gli impongono la prova del fuoco: mangiare l’intruglio, la pozione che dovrebbe trasformarlo magicamente in un’entità superiore. Ma Sordi sa che l’intruglio non funziona. Non può diventare un’entità superiore. Un’entità superiore non esiste e lui l’ha sempre saputo. L’epilogo avrebbe potuto scriverlo Cervantes se fosse nato più ad est: “Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo!”

Ora però non fraintendete. Non sono uno di quelli che per sport appuntano spilloni sulla bambolina dell’italiano. Con la sua capacità di rinsavire al momento giusto, di mantenere sempre un piede nella realtà, di capire quello che c ’è da capire quando c’è da capirlo, l’italiano si salva l’anima. Pensate, invece, a tutti quelli che si ritrovano costantemente nella stessa condizione di italiano, senza avere la possibilità di deviare, che non immaginano neanche che sia possibile trasgredire ma vivono la loro esistenza avanti e indietro sullo stesso binario come un tram stanco di vita. Forse non è un caso se durante la seconda guerra mondiale migliaia di italiani si rivoltarono contro il loro regime mentre niente del genere accadde in Germania. L’italiano non è una cosa dell’Italia. È una categoria dell’esistenza.

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