La Modernizzazione della Povertà


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Di Ivan Illich

Al di là di una certa soglia, il moltiplicarsi delle merci induce impotenza, genera l’incapacità di coltivare cibo, di cantare, di costruire. La fatica e il piacere della condizione umana diventano un privilegio snobistico riservato a pochi ricchi. Al tempo in cui Kennedy varò l’Alleanza per il progresso, c’erano ad Acatzingo, come in quasi tutti i villaggi del Messico, quattro gruppi di musicanti; suonavano in cambio di qualche bicchiere, e servivano gli ottocento abitanti. Oggi giradischi e radio collegati ad altoparlanti strozzano i talenti locali. Ogni tanto, per nostalgia, si fa una colletta e in occasione di qualche festa si fa venire dall’Università un complesso di studenti fuori corso a cantare le vecchie canzoni.

Il giorno in cui nel Venezuela fu approvata la legge che sancisce il diritto di ogni cittadino a ottenere quella merce che si chiama ‘alloggio’, i tre quarti delle famiglie scoprirono che le abitazioni che esse stesse si erano costruite andavano considerate catapecchie.

Inoltre, e qui sta il guaio, era ormai pregiudicata la possibilità di fare da soli: non era più lecito tirar su una casa senza aver prima presentato un progetto disegnato da un architetto laureato. I materiali di scarto e di recupero che sino allora a Caracas venivano utilizzati come eccellenti materiali da costruzione, crearono a questo punto un problema di eliminazione dei rifiuti solidi. Oggi l’uomo che si fa il proprio ‘alloggio’ è malvisto come un deviante che si rifiuta di collaborare con il gruppo di pressione locale per l’assegnazione di unità abitative prodotte in serie. Sono inoltre venuti fuori innumerevoli regolamenti che bollano come illegale o addirittura delittuosa la sua ingegnosità. È un esempio che mostra come i poveri sono i primi a soffrire quando un nuovo tipo di merce interviene a castrare una delle attività tradizionali di sussistenza. La disoccupazione utile del povero che non ha un impiego è sacrificata all’espansione del mercato del lavoro. Il farsi la casa come attività intrapresa di propria scelta, al pari di qualunque altra libertà d’impiegare utilmente il tempo lasciato libero dal lavoro, diventa così privilegio esclusivo di qualche deviante, spesso del ricco ozioso.

La dipendenza dall’abbondanza castrante, una volta radicata in una cultura, genera la ‘povertà modernizzata’. Si tratta d’una forma di disvalore che non può non accompagnarsi alla proliferazione delle merci. Questa disutilità crescente della produzione industriale di massa è sfuggita all’attenzione degli economisti perché non è rilevabile con i loro strumenti di misura, e a quella dei servizi sociali perché non può essere oggetto di ‘ricerca operativa’. Gli economisti non dispongono di alcun mezzo efficace per comprendere nei loro calcoli la perdita che subisce l’intera società quando resta priva d’un tipo di soddisfazione che non ha un equivalente commerciale; sicché‚ gli economisti si potrebbero oggi definire come i membri di una confraternita aperta soltanto a coloro che, nello svolgimento del lavoro professionale, danno prova d’una ben addestrata cecità sociale nei riguardi del più importante fenomeno di sostituzione che stia avvenendo nei sistemi contemporanei, d’Oriente come d’Occidente: il declino della capacità personale di agire e di fare, che è il prezzo pagato per ogni sovrappiù di abbondanza di prodotti.

Finché la povertà di tipo moderno ha colpito soprattutto gli indigenti, la sua esistenza e, a maggior ragione, la sua natura, sono state ignorate, persino a livello di conversazione. Man mano che lo sviluppo o, se si preferisce, la modernizzazione toccava i poveri (cioè coloro che fin lì erano riusciti a sopravvivere nonostante che fossero esclusi dall’economia di mercato) li si costringeva sistematicamente a far dipendere la propria sopravvivenza dall’inserimento in un sistema commerciale che, per loro, significava sempre e necessariamente ricevere gli scarti del mercato. Gli indios di Oaxaca, che prima erano sempre stati respinti dalle scuole, ora sono obbligati ad andarci, perché‚ possano ‘guadagnarsi’ un titolo di studio che rappresenta l’esatta misura della loro inferiorità rispetto alla popolazione urbana. Inoltre, e di nuovo è questo il guaio, senza quel pezzo di carta non possono trovar lavoro neanche nell’edilizia.

La modernizzazione dei ‘bisogni’ non fa che aggiungere nuovi motivi di discriminazione a danno dei poveri.

Ormai però la povertà modernizzata è esperienza comune a tutti, fuorché a coloro che sono tanto ricchi da potersi appartare nel lusso.

Man mano che i diversi campi dell’esistenza vengono uno dopo l’altro assoggettati a merci offerte secondo un piano, pochi di noi riescono a sottrarsi a una ricorrente sensazione di dipendenza impotente. Il consumatore medio americano è bombardato ogni giorno da un centinaio di annunci pubblicitari, e reagisce a molti di essi, più spesso di quanto non si creda, negativamente. Persino la clientela facoltosa, a ogni nuovo prodotto che acquista, fa una nuova esperienza di disutilità. Sospetta di aver comprato una cosa di dubbio valore, che presto forse si rivelerà inutile o addirittura pericolosa, e che richiede una schiera di accessori ancor più costosi. La clientela facoltosa allora si organizza: di solito comincia col chiedere un controllo sulla qualità, e non di rado riesce a mettere al bando certi prodotti. Sull’altro versante della società, la popolazione povera si ‘stacca’ dai servizi e dalle ‘tutele’: South Chicago rifiuta l’assistenza sociale, il Kentucky respinge i libri di testo… Ricchi e poveri non sono molto lontani dal rendersi conto lucidamente che ogni ulteriore sviluppo d’una cultura ad alta intensità di merci porta con sé una nuova forma di ricchezza frustrante. E chi sta meglio economicamente comincia ad intuire che nei poveri si rispecchia il suo stesso destino, anche se per ora i segni di questa consapevolezza non sono andati al di là d’una sorta di romanticismo.

L’ideologia che fa coincidere il progresso con l’abbondanza non è ristretta ai paesi ricchi. E’ presente, e degrada le attività non negoziabili, anche in zone dove fino a tempi recenti la maggioranza dei bisogni veniva ancora soddisfatta con un modo di vita basato sulla sussistenza. I cinesi, per esempio, coerentemente con la loro tradizione, parevano intenzionati e capaci di definire in maniera diversa il progresso tecnico, di optare per la bicicletta anziché‚ per il jet. Quando promuovevano l’autodeterminazione locale, sembravano considerarla una meta degna di gente inventiva, più che un mezzo per la difesa nazionale. Ma nel 1977 la loro propaganda inneggiava alla capacità industriale cinese di fornire più assistenza medica, più istruzione, più case, più benessere generale, a un costo più basso.

Non si attribuisce ormai che una funzione puramente tattica, e transitoria, alle erbe che il ‘medico scalzo’ porta nel sacco e ai metodi di produzione ad alta intensità di lavoro. Come in altre parti del mondo, anche qui la produzione di beni eteronoma, cioè eterodiretta, programmata per categorie di consumatori anonimi, suscita aspettative irrealistiche e alla lunga frustranti.

Inevitabilmente, inoltre, questo processo corrompe la fiducia della gente nelle capacità autonome proprie e del prossimo, capacità sempre impreviste e ogni volta sorprendenti. La Cina, da questo punto di vista, non è che l’ultimo esempio di modernizzazione all’occidentale, ottenuta cioè con la soggezione intensiva al mercato: un fenomeno che devasta le società tradizionali come non ci è mai riuscito nessun ‘culto del cargo’, neanche nelle sue forme estreme più irrazionali.

Estratto da: Ivan Illich, Disoccupazione Creativa.

 

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