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Scrittura «inclusiva» o posizione elitaria al servizio dell’ideologia dominante?

Di Yves Coleman. Originale francese pubblicato su mondialisme.org il 12 novembre 2017. Traduzione italiana pubblicata su Blackblog Francosenia il 15 novembre 2017.

Preceduta, negli ambienti universitari di sinistra e di estrema sinistra (dove si continuano a trovare spesso sempre le stesse persone, anche se non fanno carriera nei media o all’università), da diversi anni di «femminizzazione» e di «generizzazione» dell’ortografia e della grammatica, attualmente ha guadagnato popolarità nei media francesi, innescando ogni sorta di polemica che sia in grado di distogliere dalle questioni essenziali, quelle legate allo sfruttamento e al dominio reale. In tutta questa discussione faziosa, c’è una sola questione che ci interessa: La femminizzazione dell’ortografia e della grammatica ha un legame determinante, decisivo, con il dominio degli uomini sulle donne, o con il sistema stabilito del «patriarcato»?

Se si tratta di apporre il segno del genere femminile a delle parole che sono di solito maschili come autore, scrittore, pompiere o soldato, questo non mi pone alcun problema, ma questa riforma non cambierà niente per quel che riguarda il dominio maschile in tutte le società esistenti. Al contrario, i promotori e le promotrici di queste riforme portano avanti delle ragioni ideologiche «radicali» che non stanno in piedi sul piano storico e politico, la sola dimensione che qui ci interessa.

Farò solo due esempi:

1. Ci sono molte lingue asiatiche che non comportano alcuna marcatura di genere (femminile o maschile) negli articoli (inesistenti), negli aggettivi e nei verbi. Ciò non è il segno di un dominio maschile meno importante. Direi, piuttosto, il contrario. Le società asiatiche, segnate soprattutto dal confucianesimo e dal buddismo, sono delle società particolarmente «patriarcali», anche perché sono entrate dopo nella modernità e nella globalizzazione capitalista. L’assenza, nella grammatica e nell’ortografia, del dominio del maschile sul femminile non ha avuto alcuna conseguenza su queste società asiatiche che costituiscono una parte assai importante della popolazione mondiale, e non dispiace ai postmoderni europei e americani.

2. Alcuni a accademici e giornalisti invocano il fatto che nella grammatica francese, fino al XVIII secolo, il maschile non prevaleva sul femminile. Ma la cosa si ritorce contro di loro, dal momento che questo implica che si supponga che fino al XVIII secolo la società francese sarebbe stata meno «patriarcale» rispetto a quella successiva… Aspetto con impazienza che i nostri riformatori dell’ortografia ce lo dimostrino, ma temo che non saranno in grado di farlo. Per loro la cosa non ha alcuna importanza, dal momento che portano avanti un’ideologia idealista.

Infatti, l’idealismo in politica (che qui si manifesta attraverso la convinzione anti-materialista secondo cui sarebbero la lingua e la grammatica a formattare radicalmente i rapporti di dominio e di sfruttamento) convince solo quelli che non sono troppo schizzinosi riguardo la qualità scientifica e razionale delle idee, che lui o lei sostiene.

Fondamentalmente, tutto questo rumore mediatico non fa altro che coprire una sola cosa: secondo l’ideologia borghese oggi dominante, ivi compresa la sinistra e l’estrema sinistra, basterebbe cambiare il linguaggio e la grammatica per cambiare in maniera significativa la società, e bisognerebbe moltiplicare le leggi che regolano l’espressione scritta ed orale per consentire una vera uguaglianza fra gli uomini e le donne.

Il vecchio movimento operaio (diversamente dai postmoderni, dagli estremisti di sinistra e dalle femministe) aveva una prospettiva più concreta e realistica: i rapporti di dominio e di sfruttamento si cambiano unicamente per mezzo della lotta comune e costante degli sfruttati, qualunque sia il loro sesso o la loro origine etnica o nazionale. Le riforme democratiche e le conquiste giuridiche, sempre parziali e temporanee, hanno senso solo se sono assoggettate alla pressione organizzata sia dei lavoratori che delle lavoratrici che devono rimanere costantemente in guardia, e passare se possibile all’offensiva, e non lasciarsi mai illudere dai bei discorsi, dalle manovre, dei capitalisti, dei manager e dei burocrati sindacali o di partito.

Tutto il resto sono solo chiacchiere élitarie

Tutti sanno che in questa società i posti di potere finiscono nelle mani di quelli che padroneggiano bene l’ortografia e la grammatica (o in ogni caso vengono supportati da esperti ed esperte in comunicazione scritta e orale incaricati di fabbricare la loro immagine e giustificare il loro dominio nel nome di una «competenza», anche linguistica, spesso immaginaria).

I militanti e le militanti di sinistra, di estrema sinistra o gli anarchici che sono passati per i banchi dell’università nel corso, diciamo, di una ventina d’anni condividono le illusioni dei loro insegnanti élitari, postmoderni, che hanno fatto loro credere che cambiare la lingua e la grammatica permetterebbe di cambiare la società.

Se vogliono rafforzare il divario sociale e culturale che separa gli sfruttati dagli sfruttatori, questi militanti e queste militanti non hanno da fare altro che continuare lungo la strada che hanno scelto. D’altronde, i loro volantini, i loro articoli ed i loro libri scritti in un linguaggio elitario ed illegibile ne sono la triste testimonianza.

Ma che non ci vendano il loro elitarismo piccolo-borghese ed il loro idealismo anti-materialista spacciandolo per un tentativo di cambiamento egualitario!

Inventare una nuova lingua elitaria e per iniziati (o meglio una neolingua, come testimonia il termine «inclusivo» che accompagna questo marketing ideologico) non ha niente a che vedere con la lotta per la soppressione delle diverse forme di sfruttamento e di dominio! E tutto ciò ha a che fare con una postura radical-chic, sintomo della loro impotenza politica camuffata da un’arroganza linguistica!

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