Lo Stramassacro


immondezza atomica

Il costosissimo arsenale nucleare del Pentagono

Di William D. Hartung. Originale pubblicato sul Mises Institute il 30 novembre 2017 con il titolo Massive Overkill: The Pentagon’s High-Priced Nuclear Arsenal. Traduzione di Enrico Sanna.

Fino a poco tempo fa, pochi si svegliavano con l’incubo della minaccia nucleare. La cosa sembrava un relitto della guerra fredda, associata a pratiche desuete come i rifugi antiatomici e le posizioni “accucciate”.

Ma diamo credito a Donald Trump. In materia di nucleare, ha attirato l’attenzione. Ha risvegliato le paure, se non l’allarme, sul possibile ritorno di tali armi dopo la volta del 6 e 9 agosto 1945. Questo è ciò che accade quando l’uomo nell’ufficio ovale comincia a minacciare di far piovere “fuoco e fiamme come il mondo non ne ha mai visto prima” su un altro paese o, come ha oscuramente fatto durante la campagna elettorale, dichiara che in fatto di ordigni atomici “per me la devastazione è molto importante”.

Le parole di Trump infastidiscono, come quando Ronald Reagan “scherzando” disse: “tra cinque minuti bombardiamo [l’Unione Sovietica]”; o come quando uno dei suoi assistenti disse che “con un numero sufficiente di vanghe”, gli Stati Uniti possono sopravvivere ad uno scambio atomico.

Che si tratti degli anni ottanta o di oggi, questo atteggiamento da duro, unito all’evidente ignoranza del potenziale distruttivo planetario, forma una miscela esplosiva. Un movimento antiatomico mondiale senza precedenti, a cominciare dalla campagna per il disarmo nucleare europeo e, negli Stati Uniti, Nuclear Freeze, costrinse il presidente Reagan ad indietreggiare, finché non acconsentì ad un taglio sostanziale ammettendo che “non essendo possibile vincere una guerra atomica, non la si deve neanche combattere”.

Non si sa se qualcosa del genere potrà mai far cambiare idea a Donald Trump. Una cosa però è certa: il presidente ha abbastanza atomiche da dare sostanza alle sue parole: oltre 4.000 nei silos operativi, mentre ne basterebbe una manciata per annientare la Corea del Nord e uccidere milioni di persone. Alcune centinaia di testate atomiche potrebbero fare lo stesso con le nazioni più grandi e tutte le 4.000, se usate, porterebbero il pianeta praticamente alla morte.

In altre parole, l’arsenale americano ha già oggi letteralmente una capacità distruttiva enormemente sproporzionata. Secondo esperti indipendenti delle accademie militari americane, 300 testate sarebbero più che sufficienti per esercitare un effetto deterrenza contro attacchi nucleari.

Nonostante ciò, Donald Trump spinge al massimo il piano del Pentagono, sviluppato ai tempi di Obama, che prevede la costruzione di bombardieri nucleari di nuova generazione, sottomarini e missili dotati di testate anch’esse di nuova generazione. Costo di questa “modernizzazione”? L’ufficio del bilancio del congresso ha stimato 1.700 miliardi in trent’anni compresa l’inflazione. Derek Johnson, direttore dell’organizzazione antinucleare Global Zero, nota: “Sono soldi che non abbiamo per un arsenale che non ci serve.”

L’industria del Nucleare

Perché questa voglia di armi atomiche? Dietro c’è un piccolo, sporco segreto: le armi riguardano più il potere e i profitti dei grossi fabbricanti d’armi che qualsivoglia questioni strategiche.

L’influenza della lobby delle armi atomiche sulle priorità di spesa del Pentagono non è una novità. Le macchinazioni dei fabbricanti di bombardieri strategici e missili balistici intercontinentali, volte a far scorrere i soldi nella direzione giusta, datano dai primordi dell’era nucleare. Per questo il presidente Dwight Eisenhower coniò l’espressione “complesso industriale-militare”, di cui denunciò i pericoli nel suo discorso d’addio del 1961.

Senza lo sviluppo di queste armi, il complesso non esisterebbe nella sua forma attuale. Il Progetto Manhattan, l’enorme impresa scientifico-industriale che produsse la prima bomba atomica durante la seconda guerra mondiale, fu uno dei più grandi progetti di ricerca e fabbricazione mai finanziati dallo stato. Le attuali industrie del nucleare utilizzano ancora oggi le stesse strutture di allora.

Il Progetto Manhattan fu la prima pietra di un complesso bellico che ha finito per dominare Washington. Di grande importanza per il mantenimento di uno stato di guerra permanente fu anche la corsa agli armamenti ingaggiata con l’altra superpotenza dell’epoca, l’Unione Sovietica, elemento necessario a sostenere la crescita, il finanziamento e l’istituzionalizzazione del complesso bellico.

Come notava Eisenhower nel suo discorso d’addio, “un’industria bellica permanente di vaste proporzioni” si era sviluppata per una semplice ragione. Nell’era atomica, l’America doveva anticipare gli attacchi. Come disse lui stesso, “Non possiamo rischiare di dover improvvisare una difesa nazionale.” La ragione era semplice: se un attacco atomico è possibile, qualunque società può essere distrutta nel giro di qualche ora. Non c’è tempo, come in passato, per mobilitarsi o per prepararsi dopo il fatto.

Altri fatti specifici riguardanti la richiesta di ulteriori armi e vettori spinsero Eisenhower a fare quel discorso. Una delle battaglie più aspre riguardava l’opportunità di costruire un nuovo bombardiere atomico. Aviazione e fabbricanti d’armi lo volevano a tutti i costi. Eisenhower pensava che fosse uno spreco di soldi, visti tutti gli altri vettori che gli Stati Uniti stavano costruendo a quel tempo. Cancellò il programma, ma fu costretto a rimetterlo in piedi sotto l’enorme pressione della lobby degli armamenti. Fu allora che perse la lotta per tenere a bada la corsa agli armamenti atomici e imbrigliare il nascente complesso industriale-militare.

Contemporaneamente in ambito militare, nei media, nell’intelligence e nel congresso si rumoreggiava di un presunto “vantaggio missilistico” dell’Unione Sovietica. Si pensava che Mosca fosse in qualche modo in testa nella corsa allo sviluppo e alla costruzione di missili balistici intercontinentali. Non esistevano informazioni definitive che dessero sostanza alle voci, che più tardi si rivelarono infondate.  Tuttavia trapelarono scenari apocalittici, delineati o promossi dagli analisti dello spionaggio e appoggiati febbrilmente dalla propaganda industriale, così che lo svantaggio missilistico divenne l’argomento del giorno per lungo tempo.

Le paure furono poi ulteriormente esagerate dai falchi che scrivevano sui giornali, come Joseph Alsop, oltre che da eminenti senatori democratici come John Kennedy e Lyndon Johnson, e Stuart Symington, casualmente amico ed ex collega di un consigliere d’amministrazione della Convair che, sempre casualmente, fabbricava missili intercontinentali. Fu Symington a fare pressione a favore del piano del Pentagono, che prevedeva la costruzione del missile balistico Atlas prodotto dalla Convair, mentre Kennedy trasformò l’inesistente questione dello svantaggio missilistico nel tema centrale della sua campagna presidenziale del 1960.

Eisenhower non avrebbe potuto avere gli occhi più aperti. Capiva che lo svantaggio missilistico era una finzione o, come disse lui, “demagogia politica” utile ai suoi rivali. “I fabbricanti d’armi,” insisteva, “fanno sforzi tremendi per ottenere nuovi contratti, di fatto sembra che esercitino un’incredibile influenza sui senatori.”

Quando Kennedy divenne presidente, era fin troppo evidente che non esisteva alcun svantaggio missilistico, ma a quel punto era troppo tardi. Il danno era fatto. Miliardi di dollari finirono nelle tasche del complesso industriale nucleare per costruire un arsenale di missili intercontinentali senza rivali al mondo.

Le tecniche usate dalla lobby delle armi e dai suoi alleati al governo per più di mezzo secolo per promuovere una spesa bellica astronomica si applicano ancora oggi. Il complesso bellico del ventunesimo secolo usa strumenti di persuasione che a Kennedy e ai suoi sarebbero parsi famigliari: milioni in contributi elettorali che finiscono nelle tasche dei membri del congresso, manovrati da un esercito di 700-1.000 lobbisti. Ovvero, anche due lobbisti per ogni membro del congresso. Gran parte di questo genere di attività serve a garantire che le armi nucleari di qualsiasi tipo siano generosamente finanziate, e che i soldi per bombardieri, sottomarini e missili di ultima generazione mantengano un flusso costante.

Quando poi i soliti metodi lobbistici non funzionano, c’è sempre l’argomento posti di lavoro, soprattutto nei distretti di membri chiave del congresso. Il processo è facilitato dal fatto che gli stabilimenti che hanno attinenza con le armi atomiche sono diffusi in tutto il paese. Esistono laboratori nucleari in California e Nuovo Messico; un impianto per fare ricerca e testare le armi in Nevada; un impianto di montaggio e smontaggio delle testate in Texas; una fabbrica a Kansas City, nel Missouri, che costruisce le parti non atomiche; un impianto a Oak Ridge, nel Tennessee, che arricchisce l’uranio. Ci sono fabbriche o basi per i missili intercontinentali, bombardieri e sottomarini in grado di lanciare missili balistici in Connecticut, Georgia, lo stato di Washington, California, Ohio, Massachusetts, Louisiana, North Dakota e Wyoming. Questa geografia del nucleare fa sì che un incredibile numero di rappresentanti al congresso voti automaticamente a favore della spesa atomica.

In realtà, l’argomento posti di lavoro è fortemente tarato. Come gli esperti sanno, qualunque altra attività potrebbe creare più posti di lavoro dati gli stessi finanziamenti pubblici. Secondo uno studio redatto da economisti dell’Università del Massachusetts, ad esempio, gli stessi fondi investiti in infrastrutture creerebbero una volta e mezzo i posti di lavoro, mentre la scuola ne creerebbe il doppio.

Nella maggior parte dei casi sembra che a nessuno importi il fatto che i posti di lavoro stimati nell’industria bellica siano oscenamente esagerati e che il paese sia pieno di alternative migliori. L’argomento fa presa sugli stati e le comunità particolarmente dipendenti dal Pentagono. Forse non sorprende il fatto che nelle commissioni in cui si decide la spesa sul nucleare e le armi convenzionali abbondino i membri del congresso rappresentanti di queste zone.

Guida Pratica del Lobbista Nucleare a Washington

L’industria delle armi nucleari, come il resto del complesso industriale-militare, influenza e controlla il dibattito anche finanziando gruppi di esperti costituiti da falchi di destra. Il vantaggio per i fabbricanti d’armi sta nel fatto che queste istituzioni, con i loro “esperti”, fungono da facciata del complesso presentandosi come analisti neutrali. Una sorta di versione intellettuale del riciclaggio di denaro sporco.

Tra i gruppi finanziati dall’industria, uno dei più efficaci nel promuovere politiche costose e sciagurate è il Center for Security Policy guidato da Frank Gaffney. Quando nel 1983 Reagan annunciò la sua Iniziativa di Difesa Strategica (subito battezzata “Guerre Stellari”), il sistema bellico ad alta tecnologia che avrebbe dovuto difendere il paese da un possibile attacco sovietico o, secondo i punti di vista, liberare il paese dalle armi nucleari senza paura d’essere attaccato, Gaffney ne fu il promotore principale. Ultimamente è diventato un grande untore dell’islamofobia, ma l’effetto promozionale delle sue Guerre Stellari si fa sentire ancora oggi.

Ai tempi di Reagan lavorava al Pentagono, da cui uscì quando il presidente e i suoi consiglieri cominciarono a parlare di riduzione delle armi in Europa, perché l’amministrazione non era abbastanza anti-sovietica per i suoi gusti. Qualche tempo dopo mise su un suo istituto con soldi che venivano dalla Boeing, Lockheed e altre ditte d’appalto della difesa.

Altro importante gruppo sostenuto dall’industria delle armi è il National Institute for Public Policy (NIPP). Quando George W. Bush arrivò alla Casa Bianca, il gruppo pubblicò un rapporto sulle armi nucleari che fu adottato praticamente per intero dalla sua amministrazione e utilizzato per la revisione della politica nucleare. Tra le varie cose, il rapporto consigliava di aumentare le nazioni che potevano essere attaccate e di fabbricare di un nuovo ordigno nucleare, più “pratico”, in grado di penetrare i rifugi antiatomici. Nel consiglio del NIPP c’era un amministratore della Boeing mentre Keith Payne era il direttore. Quest’ultimo divenne tristemente famoso per aver scritto nel 1980, assieme ad altri, un articolo su Foreign Policy dal titolo “Una Vittoria è Possibile”, in cui si diceva che gli Stati Uniti potevano vincere una guerra atomica perdendo “appena” 30-40 milioni di vite umane. Questo è il genere di esperti pagati dal complesso bellico nucleare per propagare le proprie idee.

Poi c’è il Lexington Institute, l’istituto che non ha mai disprezzato un’arma. Il suo uomo di punta, Loren Thompson, compare spesso in articoli che parlano di difesa militare. Raramente si precisa che prende soldi da Lockheed Martin, Northrop Grumman e altre società d’appalto nucleare.

Questo non è che un piccolo campione delle organizzazioni di sostegno e ricerca che prendono soldi dai fornitori d’armi, da quella di destra Heritage Foundation a quella di orientamento democratico come il Center for a New American Security, cofinanziata dall’ex sottosegretario alla difesa Michèle Flournoy (che secondo certe voci sarebbe diventata segretario della difesa se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni nel 2016).

E forse qualcuno si sorprenderà ad apprendere che Donald Trump in fatto di collusioni con l’industria delle armi non sta indietro. La sua determinazione nel riempire l’amministrazione di ex amministratori dell’industria degli armamenti è così sfacciata che il senatore John McCain ha recentemente dichiarato che si opporrà a qualunque nomina legata all’industria. Tra gli esempi, spiccano il segretario alla difesa James Mattis, ex consigliere d’amministrazione della General Dynamics; il capo di gabinetto John Kelly, che ha lavorato per molte industrie della difesa ed è stato consulente della DynCorp, ditta che si occupa di sicurezza privata e che ha fatto di tutto, dall’addestramento (scarso) della polizia irachena ai contratti con il dipartimento della sicurezza interna; Patrick Shanahan, ex amministratore della Boeing e ora vicesegretario alla difesa; l’ex amministratore della Lockheed Martin John Rood, nominato sottosegretario alla difesa; l’ex vicepresidente della Raytheon Mark Esper, riconfermato segretario alle forze armate; Heather Wilson, ex consulente per la Lockheed Martin, attualmente segretario dell’aeronautica militare; Ellen Lord, ex amministratore delegato della società aerospaziale Textron e ora sottosegretario alla difesa per le acquisizioni; il capo di gabinetto del consiglio per la sicurezza nazionale Keith Kellogg, già dipendente della CACI, importante ditta d’appalto per la difesa e l’intelligence, dove tra le altre cose ha collaborato ai “sistemi di combattimento di terra”. Questa non è che la punta dell’iceberg di un sistema di vasi comunicanti che da decenni ha preso possesso del Pentagono (come documentato da un servizio che Lee Fang ha scritto per Intercept all’inizio del mandato di Trump).

Data la composizione del suo consiglio per la sicurezza nazionale e l’amore di Trump per tutto ciò che ha a che fare con il nucleare, cos’altro ci si può aspettare dalla sua amministrazione in materia di armi nucleari? Già ha autorizzato il Pentagono a spendere ulteriori 1.700 miliardi per il nucleare, mentre la revisione della posizione sul nucleare pare che comprenda nuove pericolose armi, come le testate “a bassa emissione” dall’uso più facile. Lui stesso ha parlato privatamente con la squadra per la sicurezza nazionale della possibilità di ampliare l’arsenale nucleare come non mai, qualcosa come dieci volte. Ha approvato pienamente la spesa missilistica, promettendo di aggiungere miliardi all’insieme di programmi già sovrafinanziati e sottoproducenti. E poi, ovviamente, fa di tutto per far fallire l’accordo atomico con l’Iran, uno degli accordi sul controllo delle armi più efficaci degli ultimi tempi, minacciando l’avvio di una nuova corsa agli armamenti nel Medio Oriente.

Se il congresso non ferma questa corsa alla spesa nucleare, covata a lungo e ora mandata avanti da Trump come se fosse l’invenzione più geniale dopo il golf, siamo in guai seri. Sarà la lobby del nucleare a guadagnarci, così come avvenne sessant’anni fa nonostante l’opposizione di un presidente popolare nonché eroe di guerra. Inutile dire, poi, che Donald Trump, con la sua “osteofitosi”, non è Dwight D. Eisenhower.

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