Presi a Cinghiate!


naziskin

Di Riccardo Frola. Articolo pubblicato il 29 aprile 2016 su L’Anatra di Vacaunson.

In una recente intervista rilasciata a Radio Radicale per promuovere il suo nuovo libro («Mio padre era fascista», Mondadori, 2016), Pierluigi Battista ha dichiarato di considerare il fascismo e l’antifascismo come due capitoli conclusi di una storia che «non appassiona più» nessuno: due fenomeni «residuali», tenuti ancora in vita da gruppetti di nostalgici, «CasaPound da una parte e i Centri sociali dall’altra», numericamente e politicamente irrilevanti.

Nel frattempo, tuttavia, è uscito un libro di Maddalena Gretel Cammelli, (Fascisti del terzo millennio, per un’antropologia di CasaPound, pp.126, euro 12, Ombre corte, Verona 2015), dedicato proprio all’analisi del fenomeno «CasaPound», che ci invita a considerare la questione con maggiore cautela. Secondo l’autrice, «il fascismo» sarebbe, al contrario, «sempre meno una nostalgica memoria e sempre più una questione di attualità. In tutta Europa […] dentro e fuori i parlamenti; partiti e gruppi nazionalisti e neofascisti riempiono la scena politica e mediatica» (p.15).

È dunque necessario «prendere sul serio il fascismo del terzo millennio»(p.16)? Per rispondere alla domanda l’autrice si è dedicata ad una ricerca antropologica quinquennale studiando, frequentando e ascoltando i militanti di CasaPound, usati come case study, nella loro casa-ambiente all’Esquilino, Roma.

Le pagine di annotazione strettamente antropologica però -pur di grande interesse-, portano il lettore a confermare ciò che in fondo già immaginava: la sensazione di «comunità totale», quasi religiosa, in cui i fascisti del terzo millennio hanno bisogno di immergersi modificando completamente la propria vita, il proprio stile, il proprio vestiario, in contrapposizione ad un «resto del mondo» ostile e nemico. Un’immersione che diventa persino corporale, al punto da spingere i militanti, durante i concerti della band del leader di CasaPound Gianluca Iannone, a prendersi a cinghiate fra loro in una sorta di rito liturgico, la «cinghiamattanza», officiato dal capo. O l’esaltazione guerresca del primo fascismo squadrista, con la sua ostilità verso la ragione e la logica a favore degli istinti e delle emozioni, e la sua spavalda incoerenza tra obiettivi politici e strategie messe in campo per raggiungerli, spesso con la violenza.

I risultati maggiori del libro vanno piuttosto ricercati nei paragrafi dedicati alla critica del programma teorico e politico di CasaPound, un programma apparentemente radicale, che l’autrice riassume innanzitutto per sommi capi: avversione all’usura; opposizione alla finanza internazionale, alla privatizzazione delle banche, alla moneta unica europea; proposta di ritorno alla «sovranità popolare sull’emissione di tutti gli strumenti di pagamento» e «sovranità nazionale» in campo militare, con tanto di ripristino della leva obbligatoria per la «difesa del territorio»; statalizzazione della Banca d’Italia.

Cammelli poi, utilizzando Guerin, Bauman e Mosse, interpreta questo corpus teorico come una ripresa tout court di quello «sciovinismo economico» -tipico di tutti nazionalismi contemporanei-, che non soltanto non esprime «una critica al sistema monetario, economico e alla struttura sociale del capitalismo nel suo complesso» ma, limitandosi ad attaccare «specifici capri espiatori cui addossare il peso della responsabilità della crisi» (p.42), svela il suo vero temperamento, e le sue reali intenzioni.

L’idea di sottrarre la ricchezza ai «vampiri», ai «parassiti» dell’alta finanza per restituirla al buon popolo lavoratore, segnala l’autrice, è la stessa che animò il ventennio nero tedesco con l’intenzione di «distogliere l’entusiasmo delle masse […] dalla concreta problematica sociale ed economica e indirizzarlo verso l’antisemitismo»(p.43). Al di là quindi del «fondamentalismo culturale» esibito da CasaPound, e dei riferimenti espliciti dei suoi militanti -segnalati puntualmente nel testo-, ad una purezza identitaria della nazione da non contaminare con le «culture diverse» degli immigrati; l’asse su cui ruota l’accusa del libro, si trova proprio nella scoperta di un antisemitismo che potremmo definire «strutturale», celato sotto la superficie di un anticapitalismo ad personam, limitato alle banche e alla speculazione.

Ciò che il libro non analizza, però, è la sempre più diffusa e sinistra convergenza di orientamenti politici e culturali apparentemente opposti a CasaPound, sugli stessi temi e parole d’ordine -a volte quasi alla lettera-, dei «fascisti del terzo millennio». La critica ristretta al capro espiatorio della sola sfera finanziaria, con una riverniciatura di anticapitalismo no-euro, è oggi patrimonio di molte concezioni antagoniste che si rappresentano come antifasciste; di intellettuali mediatici che si dichiarano «allievi di Marx e Gramsci» auspicando il ritorno alla sovranità nazionale, come Diego Fusaro; e di un numero sempre maggiore di cittadini che non si riconoscono più nelle vecchie identificazioni politiche. Una convergenza che sembra annunciare la nascita di un nuovo populismo «trasversale», favorito dalla crisi, che -questo almeno-, è ormai difficile considerare come un fenomeno «residuale».

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