È Libertario Votare per la Secessione?


frantumi

Di Sheldon Richman. Originale pubblicato su The Libertarian Institute il 13 ottobre 2017 con il titolo Is Secession by Referendum Libertarian? Traduzione di Enrico Sanna.

La secessione per referendum mi preoccupa. Certo, la secessione individuale non è un problema: è semplice pratica libertaria. Prima di spiegare perché, vorrei notare che le piccole giurisdizioni politiche al netto sono preferibili a quelle maggiori unicamente perché uscire costa meno. Questo fatto in sé potrebbe limitare la prepotenza dello stato. La concorrenza è un bene, e una corsa a ridurre l’oppressione sarebbe certo augurabile secondo i canoni libertari. Ma gli stati, a qualunque genere appartengano, possono trovare il modo per accordarsi tra loro e minimizzare gli effetti della concorrenza. Oggi gli stati collaborano tra loro per dare la caccia agli evasori fiscali.

Vorrei dire anche che è mia convinzione che gli stati nazionali non abbiano alcun diritto di usare la forza per evitare che una parte si separi. Non hanno alcun diritto alla fedeltà altrui.

Ma non dimentichiamo che uno stato più piccolo e decentrato può essere ugualmente oppressivo, a volte anche più di uno stato più grande e centralizzato. Molti fattori contribuiscono. Insomma, un Piccolo Nazionalismo può distruggere il benessere tanto quanto il Grande Nazionalismo. Della secessione di gruppo (non individuale) mi preoccupa il processo pacifico della separazione, ovvero il referendum. Da sempre i libertari sono critici verso la democrazia politica, ovvero la soluzione di problemi “pubblici” col voto a maggioranza, diretta o rappresentata, perché ritengono che violi i diritti individuali. In base a quale diritto una maggioranza può governare su una minoranza?

Ora, la stessa critica non si applica anche ai referendum secessionistici? Essendo le possibilità di un’unanimità minuscole in ogni caso, perché gli individui che formano una minoranza numerica dovrebbero essere costretti a dissociarsi dal vecchio stato nazionale per essere soggiogati ad uno nuovo semplicemente perché così ha deciso la nuova maggioranza? Potrebbe accadere che la minoranza dissenziente non sia concentrata in una determinata area, e dunque non possa a sua volta separarsi facilmente dal territorio che ha operato una secessione per restare con il paese originario, o formarne uno proprio. E allora?

Certo, i singoli individui che dissentono potrebbero essere liberi di andare altrove, ma perché una persona dovrebbe abbandonare casa sua a causa di una decisione della maggioranza? Non sembra giusto. È una sorta di “prendi o vattene”.

Al recente referendum catalano, più di 177.000 persone, quasi l’otto percento del 43 percento che ha votato, si è espresso contro la secessione. Molti non vogliono separarsi dalla Spagna. Certo questo non giustifica le intrusioni violente dello stato nel processo referendario o secessionista. Non esiste niente di sacro negli stati nazionali, originati tutti dalla conquista, il mito e la contingenza storica. Ciononostante, chi sostiene la libertà individuale non deve ignorare i diritti di un minoranza in una comunità che cerca la secessione. Accade troppo spesso che chi vuole difendere un particolare atto di secessione parli come se la popolazione sia unanimemente a favore della separazione. Gli individualisti non dovrebbero ignorare gli individui.

Ancora più chiaro del caso catalano è quello della secessione del sud degli Stati Uniti. Non ci fu alcun referendum. Furono i cosiddetti rappresentanti a votare. E se anche ci fosse stato un referendum, gli schiavi non potevano votare, e loro erano la ragione principale della secessione (almeno all’estremo sud). Ancora, questo non giustifica la guerra di Lincoln, ma certo getta un’ombra oscura sulla secessione come atto libertario.

Alcune delle migliori critiche al potere decisionale democratico sono state formulate dal giurista Bruno Leoni, la cui raccolta di saggi Freedom and the Law (terza edizione ampliata) merita più attenzione di quanta non ne ottenga. Nell’ultimo capitolo dell’edizione ampliata (ma non nell’originale), “Voting versus the Market”, Leoni analizza il governo della maggioranza nel contesto di uno stato coercitivo. Tra l’altro, ne parlo in “The Crazy Arithmetic of Voting”.

Leoni mette in discussione la famosa teoria del governo della maggioranza formulata da Anthony Downs:

L’argomento principale a favore del governo della maggioranza semplice sta nella premessa secondo cui ogni elettore deve avere lo stesso peso di qualunque altro elettore. Se c’è un disaccordo su qualcosa e non si può rinviare l’azione fino al raggiungimento dell’unanimità, è meglio che sia la maggioranza degli elettori a decidere piuttosto che il contrario. L’unico modo pratico per arrivarci è il governo a maggioranza semplice. Qualunque atto di governo che richieda più di una maggioranza semplice per il passaggio di una legge permette ad una minoranza di bloccare l’azione della maggioranza, dando così al voto di ogni componente della minoranza più peso di quanto non ne abbia il voto di ogni componente della maggioranza.

A ciò Leoni risponde così:

Ragionamento simile a quello secondo cui dobbiamo dare un biglietto da un dollaro ad ognuno così che ognuno abbia lo stesso potere d’acquisto. Ma se analizziamo più in dettaglio l’analogia, vediamo che dando a 51 elettori su 100 lo stesso peso “politico” di 100, e ai restanti 49 elettori (contrari) un peso “politico” pari a zero (che poi è quello che succede quando le decisioni vengono prese a maggioranza), stiamo dando più “peso” ad ogni elettore compreso nei 51 vincenti che ad ognuno dei 49 perdenti. Sarebbe più appropriato paragonare questa situazione con quella che risulterebbe nel mercato se 51 persone, ognuna della quali ha un dollaro, si mettessero assieme per acquistare un gadget che costa 51 dollari, mentre i restanti 49 con un dollaro a testa devono farne a meno perché c’è un solo gadget in vendita…

Il fatto che non possiamo prevedere chi farà parte della maggioranza non cambia molto le cose.

In altre parole, in una democrazia, diretta o rappresentativa, 50 percento più uno vale 100 mentre 50 percento meno uno vale zero.

Questo significa che noi libertari non abbiamo una soluzione per chi non vuole vivere sotto il governo di un grosso stato nazionale? Certo che ce l’abbiamo: è l’anarchia, per cui ogni individuo è sovrano e libero di firmare contratti sul mercato con società che garantiscano la sicurezza e la risoluzione delle dispute. Capisco che l’anarchia non è tra le opzioni attuali, ma esiste un’idea che può essere più benaccetta: la panarchia. Spiega Roderick Long:

Il concetto di panarchia deriva da un saggio del 1860, con lo stesso titolo, scritto dal botanico ed economista politico Paul Émile de Puydt (1810-1891). Secondo il principio della panarchia, ognuno dovrebbe essere libero di scegliere il regime politico entro cui vivere senza doversi spostare altrove.

Con la panarchia, un individuo può secedere senza che il suo vicino sia costretto a fare lo stesso. Problema risolto! Non soddisferà i nazionalisti, grandi o piccoli che siano, ma proteggerebbe l’individuo.

Long nota come i vari sostenitori della panarchia differiscano sui dettagli, e aggiunge: “Io non chiamerei ‘stati’ i regimi politici panarchici; né ho problemi a considerare la panarchia, almeno nella sua forma attuale, come una sorta di anarchia.” Ma queste sono cose che si vedranno altrove.

I curatori di una recente antologia, Panarchy: Political Theories of Non-Territorial States, a cui Long ha contribuito con un capitolo, descrivono la panarchia come “una meta-teoria politica normativa che propone stati non-territoriali basati su un contratto negoziato e sottoscritto esplicitamente tra gli stati e i loro rispettivi cittadini”.

“Questa caratterizzazione, con la sua richiesta di un contratto esplicitamente firmato,” commenta Long, “è un uso del termine alquanto più ristretto di quello comune nelle attuali cerchie anarchiche, o almeno in quelle che frequento io. John Zube, che più di ogni altro ha reso il concetto popolare, lo definisce in maniera un po’ meno rigida come la ‘realizzazione di tante comunità differenti e autonome quante le persone ne desiderano volontariamente, tutte coesistenti e aterritoriali… ma separate l’una dall’altra per quanto riguarda il diritto privato, l’amministrazione e la giurisdizione…’”

Sembrerebbe la soluzione adatta per chi cerca la pace e la cooperazione sociale.

Certo la gente dirà che governi aterritoriali in sovrapposizione non possono funzionare. Ma uno dei curatori dell’antologia, Aviezer Tucker, nota che “esistono esempi storici funzionanti di giurisdizioni miste, in sovrapposizione e extraterritoriali”.

Certo non sto vaneggiando. So bene che la panarchia non è tra i programmi d’attualità. Ma non lo sarà mai se non ne parliamo. E quale momento migliore se non ora, con le notizie di conflitti e secessioni?

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