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Intervista ad Anselm Jappe sulla decrescita

Originale in lingua spagnola pubblicato nel mese di luglio 2009 su Praxis Digital con il titolo Entrevista a Anselm Jappe sobre el decrecimiento. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

• A cosa attribuisce questo “boom” dell’argomento decrescita?

In realtà, quella parte del pubblico veramente sensibile al discorso della decrescita è ancora molto ristretta. Certo sta crescendo. È il riflesso di una presa di coscienza di fronte agli sviluppi più importanti di questi ultimi decenni, soprattutto la prova evidente del fatto che il capitalismo ci sta trascinando verso una catastrofe ecologica e che non sarà qualche nuovo filtro o qualche automobile inquinante di meno a risolvere il problema. C’è poi il sospetto diffuso che uno sviluppo economico perpetuo non sia desiderabile, cosa che si unisce all’insoddisfazione per le critiche tradizionali del capitalismo, a cui rimproverano sostanzialmente la distribuzione iniqua della ricchezza o soltanto i suoi eccessi, come le guerre e le violazioni dei “diritti umani”. L’interesse verso il concetto di decrescita traduce l’impressione crescente per cui è la direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere sbagliata, almeno in questi ultimi decenni. Saremmo dunque di fronte ad una “crisi della civiltà” e di tutti i suoi valori sul piano della vita quotidiana (culto dei consumi, la velocità, la tecnologia, eccetera).

Siamo caduti in una crisi che è economica, ecologica e energetica allo stesso tempo, e il discorso sulla decrescita prende in considerazione tutti questi fattori e la loro interazione invece di cercare di riattivare la crescita con “tecnologie verdi”, come fanno alcuni movimenti ecologisti, o invece di proporre una diversa gestione della società industriale, come fa una certa critica erede del marxismo.

La decrescita attira anche perché propone modelli di comportamento individuale che sono praticabili già qui e ora, senza però fermarsi qui ma riscoprendo virtù essenziali come la convivialità, la generosità, la sincerità spontanea e il dono. Attrae anche per il suo volto pulito, che porta a credere che si possa realizzare un cambiamento radicale con un consenso diffuso senza generare antagonismi e evitando forti conflitti. Si tratta un riformismo considerato autenticamente radicale.

• Qual’è la sua posizione di fronte al dibattito sulla decrescita? Le analisi e le proposte la convincono?

La teoria della decrescita ha indubbiamente il merito di voler rompere con il produttivismo e l’economicismo che da tanto tempo sono la base comune della società borghese e della sua critica marxista.

La critica profonda del modo di vita capitalista sembra trovarsi, generalmente, più nei sostenitori della decrescita che, per esempio, nei sostenitori del neo-operaismo, che continuano a credere che lo sviluppo delle forze produttive (particolarmente nella sua forma digitale) condurrà all’emancipazione sociale. I sostenitori della decrescita cercano di scoprire elementi di una società migliore nella vita di oggi, talvolta cercandoli nell’eredità di una vita precapitalista, come nel caso della cultura del dono. Perciò non corrono il rischio, come altri, di puntare alla disgregazione di tutte le forme di vita tradizionale fino ad una barbarie che dovrebbe condurre ad un rinascimento miracoloso (come fa ad esempio la rivista Tiqqun e i suoi successori in Francia). Il problema è che i teorici della decrescita si perdono in discorsi futili sulle cause e la dinamica della crescita.

Nella sua critica dell’economia politica, Marx ha già dimostrato come la sostituzione della forza lavoro umana con la tecnologia riduce il “valore” inglobato nella merce, e questo spinge il capitalismo ad aumentare permanentemente la produzione. Sono le categorie di base del capitalismo, come il lavoro astratto, il valore, la merce, il denaro, tutte cose che che non appartengono ad ogni modo di produzione ma solo al capitalismo; sono tutte queste cose che generano il suo dinamismo cieco. Più che un limite esterno, costituito dall’esaurimento delle risorse, il capitalismo contiene da sempre un limite interno: l’obbligo di ridurre, spronato dalla concorrenza, il lavoro vivo che costituisce allo stesso tempo l’unica fonte di valore. Questo limite è stato raggiunto già da qualche decennio, e la produzione di valore “reale” è stata ampiamente sostituita dalla sua simulazione nella sfera finanziaria. I due limiti, interno ed esterno, cominciano ad essere particolarmente evidenti, contemporaneamente, attorno al 1970. La compulsione alla crescita continua è dunque insita nel capitalismo. Il capitalismo può esistere soltanto come fuga in avanti e come crescita materiale perpetua al fine di compensare la perdita di valore. Così una vera decrescita è possibile soltanto se si rompe completamente con la produzione di merci e con il denaro. Ma solitamente i sostenitori della decrescita indietreggiano davanti a questa possibilità, che ai loro occhi appare troppo “utopica”. Alcuni sottoscrivono lo slogan “uscire dall’economia”. Ma la maggioranza rimane nell’ambito di una scienza economica alternativa, e sembra credere che la tirannia della crescita sia unicamente una sorta di malinteso che si può attaccare sistematicamente a forza di discussioni scientifiche sul modo migliore di calcolare il prodotto interno lordo.

Molti sostenitori della decrescita cadono nella trappola della politica tradizionale, votano, firmano petizioni ai vari parlamentari. A volte si tratta di un discorso un po’ “snob”, che i ricchi borghesi usano per placare i loro sensi di colpa facendosi vedere mentre vanno a comprare la verdura avanzata alla chiusura del mercato. E se è vero che la volontà di eludere la divisione tra destra e sinistra pare inevitabile, c’è da chiedersi perché la “Nuova Destra” sta mostrando interesse per la decrescita; e poi c’è il rischio di cadere in un’apologia acritica delle società “tradizionali” del sud del mondo.

In poche parole, mi sembra che il discorso della decrescita sia più promettente di tante altre forme di critica sociale contemporanea, ma resta ancora molto da fare e soprattutto occorre smettere di illudersi che sia possibile addomesticare la bestia capitalista solo con la buona volontà.

• Lei ha citato alcuni punti deboli e altri positivi della teoria della decrescita. Ma lo slogan “uscire dall’economia” non significa anche ignorare la difficoltà di creare isole di decrescita all’interno del capitalismo? Altre forme della critica sociale contemporanea conoscono i processi contraddittori all’interno delle società capitaliste e l’importanza delle lotte sociali, processo che sembra sottovalutato nel discorso sulla decrescita. Lo crede anche lei?

È un po’ ingenuo credere che la decrescita possa diventare la politica ufficiale della Commissione Europea, o qualcosa del genere. Un “capitalismo decrescente” sarebbe una contraddizione in termini, impossibile tanto quanto il “capitalismo ecologico”. Se la decrescita non vuole ridursi ad accompagnamento e giustificazione del “crescente” impoverimento della società (rischio reale: una retorica della frugalità potrebbe indorare la pillola per i nuovi poveri, che oggi arrivano a frugare nei cassonetti, e trasformare un’imposizione in una scelta apparente) deve prepararsi allo scontro frontale e agli antagonismi. Antagonismi che però non sono più quelli tradizionali della “lotta di classe”.

Un superamento necessario del paradigma produttivista, e dei modi di vita corrispondenti, incontrerà resistenza in tutti i settori sociali. Parte delle “lotte sociali” attuali in tutto il mondo è essenzialmente una lotta per accedere alla ricchezza capitalista, senza però mettere in questione il carattere di questa presunta ricchezza. Un lavoratore cinese o indiano ha mille ragioni per rivendicare un salario migliore, ma se lo ottiene si comprerà probabilmente un automobile e contribuirà così alla “crescita” e alle sue conseguenze nefaste sul piano ecologico e sociale. C’è da sperare che le lotte per migliorare la situazione degli sfruttati e degli oppressi si sviluppino assieme ad uno sforzo volto a superare il modello sociale fondato su un consumo individuale eccessivo. Forse certi movimenti contadini del sud del mondo vanno già in questa direzione, soprattutto se recuperano certi elementi delle società tradizionale, come la proprietà collettiva della terra o certe forme di riconoscimento dell’individuo che prescindono dalla sua fortuna sul mercato.

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