La Morte dei Soldi


salvadanaio

Di Anselm Jappe. Versione spagnola pubblicata su exit-online.org con il titolo ¿Ya se volvió obsoleto el dinero? Traduzione dal francese di Jérôme Baschet-Unitierra Chiapas. Traduzione italiana di Enrico Sanna.

I media e le autorità già avvertono: molto presto arriverà una nuova crisi finanziaria mondiale, e sarà peggio di quella del 2008. Si parla apertamente di “catastrofi” e di “disastri”. Ma cosa accadrà dopo? Come vivremo dopo il crollo gigantesco delle banche e delle finanze pubbliche? L’Argentina ci è già passata nel 2002. L’economia del paese si è leggermente ripresa, anche se al prezzo di un impoverimento di massa; ma in questo caso si trattava dell’economia di un solo paese. Attualmente, le finanze europee e statunitensi sono sul punto di affondare tutte quante, e non esistono salvatori.

Quando avverrà che il crack delle borse non sarà più una notizia da leggere sui giornali per diventare un fatto che tocca tutti? Risposta: quando il denaro avrà perso la sua funzione abituale. O diventando raro (deflazione), oppure circolando in quantità enormi ma deprezzandosi (inflazione). In entrambi i casi, la circolazione delle merci e la fornitura dei servizi rallenterà, forse fino alla paralisi. Chi ha merci o servizi da offrire non troverà nessuno pronto a pagare con denaro credibile, cosa che permetterebbe di acquistare altre merci o altri servizi. Dunque le merci saranno tenute per consumo personale. Vedremo negozi pieni ma senza clienti, fabbriche in condizioni perfette ma senza lavoratori, scuole senza insegnanti perché senza stipendio da mesi. Allora ci accorgeremo di una verità molto evidente che prima non vedevamo: non esiste alcuna crisi della produzione. La produttività cresce continuamente in tutti i settori. La superficie coltivabile della terra può dar da mangiare a tutta la popolazione del mondo, mentre le piccole attività e le fabbriche producono molto più del necessario, desiderabile e sostenibile. A differenza del medioevo, le miserie del mondo non sono dovute a catastrofi naturali, ma ad una sorta di maledizione che separa gli uomini da ciò che producono.

Ciò che già ora non funziona più è la “interfaccia” che si è imposta tra l’uomo e ciò che produce: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato il “mediatore universale” (Marx). La crisi evidenzia il paradosso alla base della società capitalista: il fatto che la produzione di beni e servizi non è un fine ma solo un mezzo. L’unico fine è la moltiplicazione del denaro, investire un euro o un dollaro per averne due. E quando questo meccanismo si guasta, è tutta la produzione “reale” a soffrirne, fino a bloccarsi completamente. Come il mitologico Tantalo, abbiamo le ricchezze davanti ma, quando facciamo per prenderle, si allontanano. Unicamente perché non possiamo pagarle. Questa rinuncia forzata è sempre stata il destino dei poveri. Ora, e questa è la novità, può succedere a tutti o quasi. L’esito finale del mercato è: morire di fame in mezzo a montagne di alimentari che marciscono, senza che nessuno possa toccarli.

Certo i critici del capitalismo finanziario ci rassicurano dicendo che la finanza, il credito e le borse valori non sono altro che graffi su un corpo economico sano. Una volta scoppiata la “bolla” ci saranno turbolenze e rotture, ma alla fine sarà un salasso salutare e dopo si potrà iniziare un’altra economia reale, più solida. È così? Oggi acquisiamo quasi tutto pagandolo. È il caso, soprattutto ma non esclusivamente, della maggioranza della popolazione che vive nelle città e che non potrebbe né produrre cibo da sé, ne riscaldarsi con risorse proprie, né avere elettricità o cure, né muoversi autonomamente. Neanche per tre giorni. Se il supermercato, la società elettrica o l’ospedale non accettano più denaro “buono” (ad esempio, una moneta straniera forte e non le banconote della banca centrale completamente svalutate), o se questo scarseggia, arriviamo presto alla disperazione totale. Se si è abbastanza e si è decisi alla “rivolta”, si possono sempre assaltare i supermercati o collegarsi direttamente alla rete elettrica. Ma quando il negozio non viene più rifornito e la centrale elettrica si ferma perché non può più pagare i lavoratori, cosa facciamo? Possiamo organizzare un sistema basato sul baratto, nuove forme di solidarietà e scambio diretto; potrebbe anche essere un’occasione magnifica per rinnovare il “vincolo sociale”. Ma è pensabile poterlo fare in poco tempo, su larga scala, nel pieno del caos e dei saccheggi? Torneremo tutti alla campagna, dice qualcuno, per poter accedere direttamente alle materie prime. Il guaio è che la Comunità Europea per tanti anni ha pagato i contadini per estirpare vigneti e frutteti e rinunciare alla produzione… Dopo il crollo dei paesi dell’Europa dell’est, milione di persone sopravvissero grazie a qualche parente che viveva in campagna e coltivava qualcosa. Chi potrebbe fare altrettanto nell’Europa occidentale o negli Stati Uniti?

Forse non arriveremo a questo. Ma anche un crollo parziale del sistema finanziario ci porrebbe di fronte alle conseguenze del fatto che siamo legati mani e piedi al denaro, visto che al denaro abbiamo affidato il compito esclusivo di assicurare il funzionamento della società. Si dice che il denaro sia sempre esistito fin dai primordi della storia. Ma nelle società precapitaliste aveva un ruolo meramente marginale. Solo in questi ultimi decenni siamo arrivati al punto che il denaro occupa ogni aspetto della vita (o quasi). Oggi il denaro si insinua negli angoli più profondi dell’esistenza individuale e collettiva. Senza il denaro che fa circolare le cose, siamo come un corpo senza sangue.

Ma il denaro è “reale” solo quando è espressione di un lavoro effettivamente realizzato e del valore in cui questo lavoro è rappresentato. Per il resto, il denaro non è che una finzione basata esclusivamente nella fiducia reciproca delle parti; una fiducia che può anche evaporare, come stiamo vedendo ora. Assistiamo ad un fenomeno che la scienza economica non aveva previsto: non è la crisi di una moneta e dell’economia che questa rappresenta, cosa che creerebbe vantaggi per altre monete più forti. L’euro, il dollaro, lo yen sono tutti in crisi, e quei pochi paesi a cui le agenzie di rating attribuiscono una tripla A non hanno risorse sufficienti a salvare l’economia mondiale. Nessuna delle ricette economiche proposte funziona. Da nessuna parte. Il libero mercato non funziona meglio dello stato, l’austerità non è meglio della riattivazione della domanda, il keynesismo non va meglio del monetarismo. Il problema è più in profondità. Quella che vediamo è la svalutazione del denaro in quanto tale, la perdita del suo ruolo, la sua obsolescenza. E non per una decisione cosciente da parte di una umanità finalmente stanca di quello che già Sofocle chiamava “la più funesta tra le invenzioni dell’uomo”, ma per un processo incontrollato, caotico e molto pericoloso. È come prendere la sedia a rotelle ad una persona dopo averla privata dell’uso delle gambe per tanto tempo. Il denaro è il nostro feticcio: un dio creato da noi stessi, un dio da cui crediamo di dipendere e al quale siamo disposti a sacrificare tutto pur di placare la sua ira.

Che fare? I venditori di ricette alternative non mancano: economia sociale e solidale, sistema di scambi locali, monete alternative (monete fondanti), aiuto reciproco… Nel migliore dei casi, queste cose possono funzionare in piccole nicchie, mentre attorno tutto andrebbe diversamente. Una cosa è sicura: non basta “indignarsi” di fronte agli “eccessi” della finanza e alla “ingordigia” dei banchieri. Anche se esistono davvero, non sono la causa, bensì la conseguenza del fallimento della dinamica capitalista. La sostituzione del lavoro vivo – unica fonte di valore che, sotto la forma-denaro, è il fine esclusivo della produzione capitalista – con tecnologie che non creano valore, è arrivata a prosciugare completamente la fonte da cui si estrae valore. Obbligato dalla concorrenza a sviluppare nuove tecnologie, il capitalismo ha tagliato il ramo su cui sedeva. Questo processo, parte della sua logica fondamentale fin dal principio, negli ultimi decenni ha superato la soglia critica. Per nascondere l’assenza di rendita del capitale si espandeva sempre più il credito, che non è altro che il consumo anticipato di guadagni attesi per il futuro. Ora, anche questo allungamento artificiale della vita del capitale sembra aver esaurito tutte le sue possibilità.

Pertanto dobbiamo porci davanti alla necessità – ma allo stesso tempo constatare la possibilità e l’opportunità – di uscire da un sistema basato sul valore e il lavoro astratto, il denaro e la merce, il capitale e il salario. Questo salto verso l’ignoto può spaventare anche chi denuncia continuamente i crimini dei “capitalisti”. Al momento, prevale la caccia ai cattivi speculatori. Non possiamo non condividere l’indignazione di fronte ai profitti delle banche, ma bisogna sottolineare che questo atteggiamento resta molto al di sotto di una critica del capitalismo come sistema. Non sorprende il fatto che Obama e George Soros dicano di comprendere questa indignazione. La verità è molto più tragica: se le banche falliscono a catena, se smettono di distribuire denaro, corriamo tutti il rischio di cadere con le banche, in quanto già da tanto tempo siamo stati privati della possibilità di vivere senza dover guadagnare denaro. Sarebbe bene tornare ad apprendere l’arte. Ma chissà a che prezzo!

Nessuno può dire onestamente di sapere come organizzare la vita di decine di milioni di persone quando il denaro perde la sua funzione. È già molto capire che questo è il problema. Così come ci si prepara ad una esistenza dopo il petrolio, forse è tempo di prepararci anche a quello che verrà dopo il denaro.

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